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Aruspicina

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Questo pomeriggio ho visto un gabbiano sbranare un lurido piccione sulle strisce pedonali di Via della Conciliazione. E il cielo non mi è mai parso così tanto lontano e gelido come in quel momento. Fottuto Jonathan Livingston. Ho conficcato nelle orecchie dei chiodi per poter far finta di niente con più nonchalance possibile e sono andata avanti. Non c’era altro da fare. C’è troppo caos dentro quel buco fetido che è la mia testa. Urgerebbe un’istanza di sfratto immediato, occorrono oblii nerboruti per fare piazza pulita di tutti i pensieri oziosi. Del tipo… A cosa serve un cervello che non riesce mai ad avere una visione completa del tutto, nemmeno per un attimo? Che Apollo e Dioniso mi tengano fuori dalle loro maledette dispute da strapazzo. Ho bisogno di capirci qualcosa, essere così tremendamente umana e relativa al tempo stesso è un carico da undici per il quale lamentarsi, di tanto in tanto, è il grado minimo di reazione. Mi sfuggono ragioni e sentimenti, da tutte le parti, come mele golden fuori dalle cocche di un grembiule. C’è troppa gente dentro questi fottutissimi 25 metri quadri, saturi della compagnia insopportabile di me stessa, io, che sono una moltitudine, e cerco di organizzare invano una pulizia etnica dentro la mia stessa personalità. Mi confondo. Un giorno sono convinta di esserci e il giorno dopo mi cancello i contorni con la trementina. L’anno scorso ho chiuso gli occhi e sono finita in coma, ed è passato un anno, o forse mi sono semplicemente appisolata per un secondo. Non chiamatemi a testimoniare. Non ho niente da dire. Riesco solo a imbastire cazzate. Prendo un sacco di iuta e vado per le strada ad annunciare la fine del mondo. Le rovine bruciano. Non c’è più tempo. Il tempo è sereno variabile e io ho la febbre alta e sono una mucca, o almeno lo ero, anni fa, adesso sono un maiale. Ricordo la felicità. E’ stata ieri. E’ sempre stata ieri. Sarà ieri, per sempre. Non è mai presente e viva. E’ un pesce morto nella vetrina di una pescheria. E l’amore sono io che ho schifo dei volatili e degli uccelli morti ma passando per Via della Conciliazione non riesco a staccare gli occhi di dosso da un gabbiano pertinace che infierisce su di un piccione a brandelli e se lo porta a spasso qua e là nel becco, su e giù per le strisce pedonali, per evitare di finire sotto le ruote delle automobili di passaggio. Mi sembra allora, quasi, di trovare un significato nelle frattaglie della mia esperienza, come un aruspice rivisto e corretto al rhum. L’amore dunque non è che attrazione immotivata per cose che fanno male. O fanno schifo. A seconda dei punti di vista. Poi domani penserò che l’amore è una cosa meravigliosa, ma non oggi, non adesso, che mi tocca buttarmi sotto le coperte con l’immagine di quel gabbiano e di quel piccione dentro gli occhi. E ho un ricordo dentro al cuore, che mi ostino a rabboccare per non sentirmi al di sotto della linea. E invece delle preghiere finisco per masticare imprecazioni, a causa di quella maledetta visione d’insieme, illuminante e rassicurante, che non viene mai. Continua a sfuggirmi e a farsi beffe di me, nonostante il coma, la fantasia, l’accecamento di-vino e il corso di aruspicina per corrispondenza.

Sulla mia cattiva strada.

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Me ne sto zitta e percorro per l’ennesima notte, per l’ennesima volta, il marciapiede di marmo di Via della Conciliazione. Me ne sto zitta, con lo sguardo basso, le pozzanghere intorno, i barboni accartocciati sotto i portoni, i sanpietrini divelti, il ronzio del camion della spazzatura e della macchina che pulisce la strada, il loro solito giro, le solite facce, i soliti gesti. Un rosario di abitudini pret-à-porter. Oggi c’è un freddo tagliente e imprevisto a rodermi le ossa. Luci arancioni a destra e a sinistra e dietro le spalle la casa del Gran Capo, con le luci verdi e gialle, illuminazione di tutto rispetto, è un gran salotto quello, un gran salotto, baci e abbracci e arrivederci. Il passo è sempre lo stesso, regolare, cadenzato, preciso e la mia bocca è cucita, il mento piegato sul petto, fa troppo freddo, cazzo, fa troppo freddo, pensavo che fosse giunta la primavera ma mi sbagliavo, accidenti, sì, mi sbagliavo. Allora sto zitta, ma in realtà urlo, sto urlando, un urlo prolungato, un latrato lacerante che buca la notte accondiscendente di questa città distratta e ignava. Posso farcela, posso farcela, posso ingoiare la mia voce e chiudermi dentro una bolla di sapone se ne ho voglia, frenesia, frenesia all’altezza dello sterno e delirio, corro, non cammino, corro, attraverso i vicoli come un’ombra imbottita di vento, corro e apro gli occhi, e il vento non mi ferisce le pupille, vedo tutto, sento tutto, nonostante la velocità, allora conto i tombini e le pattumiere, conto le automobili gialle e vedo tutto, ogni cosa, ogni insetto, ogni granello di polvere, ogni più piccolo particolare insignificante, anche se sono più veloce della luce, anche se sono nel vortice, vedo tutto e sento tutto. Fino a quando poi la chiave è nella toppa. Allora mi fermo. Torno in me stessa. E mi sento un po’ stupida, un po’ incosciente. Mi sento viva. Con un mucchio di possibilità mischiate agli strani ciondoli appesi al mio portachiavi. Ce l’ho fatta. Sono tornata a casa. Dietro le spalle la mia cattiva strada. Non quella fatta di sanpietrini e merda di cavallo. La cattiva strada ognuno ce l’ha dentro e ognuno se la sfanga come può. Io vado avanti un po’ a casaccio, senza un canovaccio, senza una partitura precisa. E cerco di non guardarmi indietro anche se non sempre ne sono capace. Molto spesso Euridice rimane a farsi fottere all’inferno. Ma oggi sono tornata. Senza voglia di rimuginare. E’ stata una buona giornata. Posso tenere la viltà e il terrore sotto la soglia di sicurezza. E’ stata una buona giornata. Oggi ho asfaltato un pezzo della mia cattiva strada.