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Diario di una serva – Memorie tragicomico-turistiche di una stagione estiva dalla parte del toro.

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Olè.

1 settembre 2012, direi, cari amici vicini e lontani, che è proprio giunto il momento di archiviare negli anfratti umidicci della memoria vacanziera questa ennesima estate caldissima, condita da anticicloni dai nomi improbabili e dalle code interminate alle pompe di benzina nei fine settimana. A quanto pare, non serve Studio Aperto per saperlo, anche questa volta, come sempre, come ogni anno, senza nessuna apprezzabile novità sul copione prestabilito, l’estate è finita, con buona pace dei Righeira e del loro sobrio abbagliante abbigliamento smaccato anni ottanta, caput, basta spiaggia, chiuse le cabine e gli ombrelloni, spente le luci delle discoteche, la festa è già finita, gli amici se ne vanno, i drink erano già scarsi a inizio serata, per cui adesso, figuriamoci. Lunedì spalanca le fauci, famelico, ed è già quasi inverno, tra ore di punta e pause pranzo, l’abbronzatura acquistata con fatica in sessioni olimpioniche di tintarella sparirà più veloce di quel residuo di Martini Bianco che mi ero lasciata in fondo alla bottiglia, tanto per gradire.

Anche qui, nel micro-macro cosmo di Casa Pasca, in questa infinitesima parte di mondo, mentre me ne sto parcheggiata tra una palma Washington di altezza ragguardevole, terrore di tutti i biplani a motore che da queste parte forse non passeranno mai, e la mia adorata vasca idromassaggio formato bidè, il noto adagio Righeiriano prende forma nella chiusura affrettata di una valigia, nella restituzione di un mazzo di chiavi, nel saluto spagnoleggiante di un chirurgo plastico francese che, allungandomi il suo biglietto da visita, si allontana promettendo di tornare presto, per un mese intero almeno, se mi fate un buon prezzo poi magari vi ricambio con una lipo formato famiglia. Sento nello scirocco molesto di questo primo giorno di settembre tutto il suono ovattato di un sentimento che altre penne più raffinate della mia avrebbero chiamato “malinconia”. Io liquido tutto come un sincero bisogno fisiologico che mi richiama però ad una riflessione seria e compassata sul mese trascorso tra queste mura, tra lenzuola fresche di bucato e accappatoi appesi al sole, tra cappuccini e vino bianco ghiacciato, tra piante da innaffiare all’orario giusto e un gatto che si fa le unghie con l’orlo del mio vestito. Ecco che, improvvisamente, mi lascio andare ad un sentimentalismo che non ha nulla di intestinale e so, con la certezza di un’illuminazione, che da domani mi mancherà dovermi alzare dopo appena un paio di ore di sonno per essere pronta, sorridente e operativa h24 alla mercè di Chiara e Mery Giò, le mie compagne in questo rocambolesco viaggio chiamato “accoglienza turistica familiare”.

Che cosa le preparo da bere? Cosa mi preparo da bere? Il pomeriggio e, segnatamente, l’ora dell’aperitivo sono ancora un miraggio lontano. Chiarina scandisce le ore che si susseguono placide con lo schianto fragoroso della sua risata, mentre Alessandra è affaccendata per le camere e Mery veglia su ogni cosa come un carabiniere a cavallo. Io aggredisco la sala grande a bordo della mia Colombina De Longhi e ogni centimetro di pavimento rappresenta per me una sontuosa chicane che nemmeno il circuito di LeMans. Il traguardo agognato è lì, intorno alle 11 barra 11.30, quando il Capo Chiara sancisce con soddisfazione il momento pausa e il breakfast adesso è tutto per noi, in un tripudio di caffè, latte, orange juice, sfoglia, crema e pane alle noci fatto in casa, se nessuno la prende l’ultima fetta è mia. Tucci, alias mio padre, alias giardiniere ufficiale della casa, sorbisce il suo caffè e ci delizia con i suoi migliori successi radiotucciani in rotazione continua sulle nostre frequenze. Tommy il gatto dà la caccia a punteruoli rossi sfaccendati e seduce gli ospiti esibendosi in contorsioni ruffiane e performance canore che i più confondono con il rumore di una trottola in gola. Sembra lontano settembre e il caos della città, soprattutto se è ancora luglio barra agosto, soprattutto se puoi bere birra greca e mangiare la frutta sbucciata da Andrea, organizzare nel cortile assurde televendite di quadri simulando di essere un piazzista con l’asma, se puoi ridere fino alle lacrime perché sei stanca da morire ma non ti importa perché hai davvero fatto le cose per bene, e adesso puoi essere felice per una minuzia da niente, come ballare a piedi nudi e lanciare gavettoni e fare chiacchiere sul letto prima di riprendere con le lavatrici e a stirare, a sfornare torte, a sorridere e a indicare le spiagge di sabbia e le scogliere e quale è il miglior ristorante della zona per la carne o per il pesce. Il bello del gioco è questo, ragazzi, il bello è sudare ottomila camicie, va bene, ma poi vedere che alla fine sorridono anche loro, i “turisti”, gli “ospiti”, e di gusto anche. Un brindisi, ci sta tutto, prego.

Per cui alla fine dei conti, vieni avanti Settembre, vieni avanti  Lunedì, non vi temo, è stato bello, bellissimo, finché è durato. Ci rivediamo presto, ce lo dirà Studio Aperto quando sarà venuto di nuovo il tempo di sfoderare sdraio e ombrelloni. La squadra di Casa Pasca sarà pronta lì, schierata al cancello, armata di inglese all’amatriciana e mappa del Salento.

Però intanto basta insalata. E niente Biagio Antonacci. Per i prossimi sei mesi, minimo.

Au revoir, super.

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Memorie di una serva. Diario semi-serio di una bracciante stagionale dell’industria dello svago turistico. (2009)

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Litri e litri di sudore. Decine e decine di zanzare appiccicate addosso come i bollini di qualità delle banane chiquita. I capelli sono solo una massa informe che staziona sul mio cranio per caso, per noia, per dispetto. Ho fatto le sei del mattino senza più ricordarmi dove e perché e adesso che sono le 9 e mezzo sono qui in piedi, sfatta come un caco troppo maturo, dietro il cancello di metallo di questa meravigliosa residenza in cui mi trovo a vestire i panni abbastanza striminziti della cameriera secca della famiglia Montagnet. La mia cugina barra principale mi accoglie con un sorriso acquafresh e mi spinge dietro il bancone. Dietro le quinte, the Voice, la Zia, sta gorgheggiando tra chilometri di stoviglie impilate pericolosamente e vertiginosamente. Caffè, cappuccino, con schiuma o senza, e poi una mitragliata di the caldo per sciacquare ben bene gli stomaci d’Oltralpe, insensibili a quei 40 barra quarantacinque gradi centigradi che cuociono le mie carni morbide e mollicce. Sali, scendi, spazza, rassetta, il mio nome rotola più volte tra le pietre dell’impiantito e io barcollo da una parte e dall’altra con la testa appannata e la ciabatta strisciante. Segnalare itinerari, le bellezze del luogo, una spiaggia tranquilla, Otranto è piena di gente, la Cattedrale, il barocco leccese, un ristorante, la richiesta di una prenotazione, no, mi dispiace, siamo al completo. Sorridere, sorridere, sorridere. Anche quando tutto sembra soltanto un veleno urticante dentro l’orecchio. Sorridere. Sorridere ed essere gentile. Scacciare gechi e resistere al sonno. Innalzare barricate contro la stanchezza. Tutto pur di arrivare in fondo alla giornata. Per meritarsi il silenzio, il diritto al broncio ed un bicchiere di vino bianco. Stasera sul terrazzo c’è un party sfavillante a cui non posso partecipare. Mi manca l’appeal e l’allure adatto. Ho un sudore all’ultimo grido che mi veste meglio della mia maglietta spiegazzata e del mio pantalone largo e bisunto. Di sopra si ride, si mangia, si beve e si discorre come si conviene tra gente per bene. Di sotto io trasporto valigie e sostituisco lampadine fulminate. Aspetto che qualcuno mi porti degli abiti puliti e mi porti via, a folleggiare sotto il palco di un concerto folk, all’ennesima festa di paese. Per dimenticare per poche ore che domani è un altro giorno, un altro giorno così, un altro giorno nel magico mondo dell’accoglienza turistica, un altro giorno di “francesi che si incazzano e giornali che svolazzano”. Un altro giorno di fotografie glamour in cui non trovare spazio. Restare lì, sotto traccia, invisibile, pronta a comparire solo al prossimo squillo del telefono, o del citofono o alla prossima, inevitabile, chiamate del mio nome.

Partenze

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Sono state ospiti qui per più di quindici giorni. Due signore francesi, molto distinte e molto discrete. Ho servito loro qualche volta Martini Bianco e ho cercato di decifrare in un paio di occasioni il loro italiano arrangiato, interpretando immancabilmente male i loro desideri. Leggevano molto, amavano starsene gran parte del tempo sotto il grande ombrellone bianco del cortile e fare colazione all’aperto la mattina presto. Forse una delle due era una scrittrice, oppure stava solo cercando di mettere nero su bianco la situazione, facendo contabilità del presente. Per più di quindici giorni la loro presenza pressoché costante ha punteggiato le mie traversate nel cortile sotto il sole, le mie falcate sgraziate, il mio affaccendarmi vano tra la sala della colazione, la reception e il paradiso, il bagno. Mentre passavo, soprattutto se in preda a inopportune battaglie intestinali, percepivo solo chiazze di colore, beige e biondo platino, indistinte, tra i muri farinosi in pietra leccese e l’aiuola dell’albero di limoni. Erano diventate parte dello sfondo, del contesto, dell’arredamento. Non so da che parte della Francia provengano, se hanno un lavoro che le soddisfa, se hanno mai sofferto per amore o portato il gesso o se sono mai state operate di appendicite o di adenoidi. Una delle due, quella che probabilmente era una scrittrice, assomigliava a Vanessa Redgrave. Una bellezza antica e intoccabile. L’altra aveva degli occhi grandi, come Era, la moglie di Zeus dallo sguardo di giovenca. Ma io me ne sono accorta troppo tardi, solo perché qualcuno me lo ha fatto notare. Avevo altro da fare. Dovevo preparare caffè lungo per due, cappuccino extra, riempire di broda le brocche per il the, smontare, pulire, caricare, rimontare la mia pistola spara caffè, e tutto il resto della ordinaria meccanica litania di gesti che farcisce le mie giornate estive da un paio d’anni a questa parte e mi impedisce nel frattempo di pensare alla morte, agli aeroplani, ai centri commerciali, a Barbara D’Urso, ai signor No e alla percentuale di consunzione giornaliera dei tappetini scendiletto che così bene rappresenta la caducità della vita. Poi una mattina la Vanessa Redgrave d’Oltralpe mi aveva chiamato e aveva chiesto il mio nome. Se fossi stata un po’ meno stanca e un po’ più incline alla metafisica avrei anche potuto conferire all’episodio di per sé insignificante un vago sapore cristologico. Ma avevo solo fretta di rifugiarmi in bagno, serrando la porta a doppia mandata, per difendermi dalle forze ostili che infestano l’universo.

Due giorni fa le signore francesi di cui non so niente sono partite, di buon mattino, prima che io arrivassi sul posto. La signora che forse scrive, la signora che ad uno sguardo attento assomiglia a Vanessa Redgrave, prima di andare si è raccomandata di salutarmi da parte sua. Io, quella che correva lasciandole sullo sfondo. Mentre a loro importava della sguattera.

Sarebbe poetico, se non fosse già troppo tardi. Se non dovessi di nuovo correre in bagno.