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“Sequenze non numeriche” in “Un cuore non più grande di una pallina da ping pong” – Jolanda Freibush (2009)

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“Adesso
che si è spenta l’eco
dell’ultima batteria di fuochi d’artificio,
mi viene naturale disegnarti
bidimensionale
sulla superficie ruvida e marrone
della carta da pacchi
che sa di tabacco e pane bruciato.
Ora
il cuore non mi batte più
all’impazzata come
quando bevevo ettolitri di caffè
Saquella
e ne masticavo il nome
per riuscire ad aspettarti.
Tu non arrivavi mai,
perché sognavi di trasferirti a Cincinnati
e intanto
mangiavi gelato per dimenticare il dispiacere
di non amarmi.
Oggi
posso staccare in santa pace la carta da parati
dal muro
e buttare i giocattoli rotti nell’indifferenziato.
Tu continuerai a bestemmiare piano,
nel sonno,
da un’altra parte”

“Sequenze non numeriche” in “Un cuore non più grande di una pallina da ping pong” – Jolanda Freibush (2009)

Are you still alive?

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Ho nuotato, ho nuotato attraverso decilitri di lenzuola, attraversando la melma lattiginosa del sonno e del sogno e poi sono arrivata. Ci sono voluti giorni, mesi, ma alla fine ho sbattuto contro una sponda. Mi sono toccata i gomiti e la faccia e ho capito di esserci. Sono ancora qui. Sono ancora viva. La mia bocca articola suoni e parole, la mia mente declina voglie e desideri, un po’ a casaccio, ma gli stimoli tornano a farmi vibrare sensibilmente il midollo spinale. Il cuore invece è drogato dalla caffeina, è in affanno, ma resiste ancora, per un altro po’, forse sto esagerando, ma sentirmelo agitato dietro lo sterno mi aiuta nel convincimento di esserci, per cui per ora continuo così. Con un atteggiamento corsaro e incosciente. Uso le braccia come pale di un mulino, aggredisco lo spazio chiuso che mi rinchiude e so che posso. Animale chiuso in gabbia, sguscio da una parete all’altra e progetto evasioni ed espropri proletari di centimetri cubi di fiato da fermare prima che sbatta sui vetri e li appanni. Ogni tanto mi confondo e mi pare di essere soltanto una creatura fatata frutto della mia immaginazione. Ma le voci di dentro non riescono a convincermi fino in fondo. Io ci sono. So che esisto. Sono viva, ancora e del tutto disposta a vivere. Sei tu a non esistere. Sei tu, pensiero stupendo, ad essere soltanto uno squallido parassita dentro la mia testa. Inquilino abusivo del mio cuore. Ma le cose non stanno nemmeno così. Perché son solo stanze vuote quelle che credevo tu abitassi. Sentivo dei rumori e pensavo fosse la tua presenza il motivo per cui le luci erano sempre accese e la musica suonava, incessantemente. E pensavo di essere felice. Ma ero morta in quei giorni e non volevo accorgermene. Non riuscivo ad arrendermi ad un elettrocardiogramma piatto e mi ostinavo in un assurdo accanimento terapeutico di sentimento. Non volevo capire che se c’erano rumori la colpa era delle tarme fameliche e le luci erano solo allucinazione e la musica era un requiem e non una festa. Ora lotto soltanto con la tua eco, ed è ancora dolce il suo suono, è ancora facile l’abbandono, ma poco a poco sempre più lontano, sempre di meno, si sta facendo sempre più sfocata questa stupida follia. E non fai male. Perché io sono viva e tu no. Posso ucciderti senza rischiare nessun tipo di condanna, perché ero io a tenerti in piedi, adorabile fantoccio, animale di compagnia, posso costruirmi un sorriso fatto in casa, mentre fuori piovono cuori e picche e posso uscire con un ombrellino di carta fregandomene se mi si scioglie addosso. Io posso staccare la spina e restare viva. Posso sopravvivere se ti lascio andare via. Se accetto che in realtà non sei mai stato qui. Sono più forte di un piccolo graffio sulla fronte, di un morso dentro il cuore. Il profumo su di una maglietta sbiadisce divorato dai sacchetti di lavanda che presidiano gli armadi. Restano i colori e restano le mie guance e il mio sangue e l’erba e il sole, restano e continuano mentre svanisce, come inchiostro lasciato asciugare in tutta fretta, la schizofrenia di aver creduto mio, per un attimo o per un secolo, lo spirito volatile e inafferrabile di qualcuno che non c’è.

Una mela al giorno.

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Ma io di mele non ne ho. Ho finito le arance e nessuno verrà a portarmi una torta con dentro una lima per segare le sbarre di ferro di una prigione di marzapane e percalle. Non so se sarei capace di scavare un cunicolo che mi porti via da qui utilizzando solo un cucchiaino d’argento di un vecchio servizio da the del XVIII secolo. Potrei cimentarmi nella caccia ai tarli annidati dentro mobilia in stile Luigi XIV. Le pastiglie del Re Sole come panacea di tutti i mali. Pigliate na pastiglia senti a me. E se sei sordo arrangiati. Rimboccati le maniche e preparami un’insalata di topinambur e calembours. Se faccio la brava qualcuno mi regalerà un calessino, una bambola di porcellana e delle briglie di vernice rossa. Le scarpette rosse rubate dagli alieni insieme agli orgasmi mancanti nella rastrelliera del giardino. Ho perso le chiavi e ho solo un accendino che proietta sul muro immagini di burlesque. Falangi falangine falangette. Vassalli valvassori e valvassini. Organizzo una serata danzante seguita a ruota da una caccia all’ilota nella notte complice di una città circondata da muri di mattoni rossi. Offro lingue d’asfalto e di fuoco e metto a tacere il gatto che gongola in un angolo umido accoccolato sotto la cotta di maglia di un cavaliere capelluto e scontroso capitato là per caso. Sono andati via gli ospiti, andati via senza fare rumore lasciando la polvere sotto gli armadi e gli avanzi di cibo in ogni dove. Scampanellii e ronzii sospetti tra le intelaiature e tra i ritratti appesi alle pareti mentre riesco a ricordare a malapena giorni lieti, se mi sforzo. Altrimenti rimesto giorni mesti e redarguisco l’assuefazione alla noia che è indisciplinata e non mi dà retta.
Basta una mela al giorno per togliersi il medico di torno e basta contare le pecore per addormentarsi.
Ma ribadisco la mia penuria di mele, di pecore, di sonno e di sanità mentale.