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Bernstein (disambigua).

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Non dovrei scrivere. Dovrei seppellirmi sotto le coperte e dormire. Lo imporrebbe il buon senso, unito a quella dannata sveglia di plastica che mi frantumerà i coglioni tra poco più di tre ore, e soprattutto quella montante smania allucinatoria che mi ha indotto ad interloquire con la mia mano sinistra, dandole un nome, Liutprando, e delle fattezze subumane, una genealogia, un pied-à-terre a Bressanone e quindici operazioni chirurgiche eseguite per assomigliare il più possibile a Tonino Guerra. Dormire sarebbe la cosa più sana, dato che il mio cervello si configura al momento come una specie di palloncino ad acqua bucato che spurga cazzate sanguinolente e pensieri fangosi e stantii. Vorrei smettere una buona volta di fare sempre la cosa più cretina, ammorbando di conseguenza tutto il mondo intorno con lo schizzo onanista e squallido delle mie masturbazioni mentali! Sceglierei il coito interrotto se solo avessi ancora una dignità da qualche parte e un briciolo di rispetto nei confronti dei cybernauti che malauguratamente si ritrovano, a causa di insane dinamiche psico-coercitive, innescate dalla dittatura della comunicazione di massa e dall’aumento dei prezzi delle cucurbitacee, a leggere questo flusso informe di merda che non saprei definire altrimenti. Invece no, persevero vanesia in questa giostrina irritante corredata di claque e di cotillons, il pubblico si deve divertire, non posso smettere di rovesciarmi addosso la panna della torta, non posso evitare di inciampare, di farmi spruzzare acqua in faccia con una pompetta nascosta in un fiore di gomma. Forse è tutta colpa di una sfortunata congiunzione cosmica tra la spaziatura dei denti della Carrà e le emorroidi di Enzo Paolo Turchi, ma da qualche tempo sono in panne e mi capita di ritrovarmi spesso imbambolata per strada, senza desiderio e senza memoria, con interrogativi futili in testa o pensieri vacui come può esserlo cercare di ricordare tutti i sintomi della gonorrea e del colera mentre si attraversano le strisce pedonali passando con il rosso e le macchine sfrecciano allegramente tra te, i bidoni dell’immondizia, i pali, le cacche di cane, i cocci di bottiglia e i turisti giapponesi. Non so bene perché o per come. Capitano cose strane. Del tipo che ogni tanto sento che quel tale tizio mi manca, ma è un pensiero distratto, un impulso sbagliato, è la finale dei mondiali del 2006 mandata in differita di tre anni, a giochi fatti. Ecco. Finisce sempre che invece di inciampare in delle rassicuranti scarpe da clown finisco per inciampare nei sentimenti. Sempre il solito discorso, tra tutte le possibilità possibili pesco usualmente la meno opportuna. La veglia invece del sonno, il cuore invece di un pezzo di Camembert. Potrei ridurre in verità questa apparente confusione ad una questione molto semplice, non ci vuole mica Bernstein, il filosofo, non il pianista, per capire che è tutta una faccenda di movimento, senza un fine. Gioco a mosca cieca, ad occhi chiusi. Capita di calpestare guano di piccione o di calciare bambini come fossero palloni da rugby, ma sono facezie, enterteinment allo stato puro. Un giorno ti prende bene, un altro giorno male. Ma forse il tutto si sopporta meglio con una bella purga staliniana alla fattuale necessità di ricomporre sempre il puzzle, di dare una spiegazione ad ogni cosa, trovare il colpevole, mettere in gattabuia l’assassino, svelare uno per uno tutti i misteri sparpagliati qua e là nel gran ginepraio della vita. Beh io non ci sto. Invece del sonno dei giusti, cazzona che non sono altra, lo ripeto, mi confermo inopportuna e scelgo di togliere il sonoro alla razionalità e alla logica e anche a quel fottuto cuore impregnato di colesterolo che mi ritrovo in petto. Prendo le distanze da ogni cosa e vediamo cosa succede se mi lascio trascinare in questa specie di autismo dell’anima. Prendo una pausa per respirare. In fondo tanto meglio se la pressione che sento nella mano non è più la pressione della sua mano, ma solo una trombosi, non è niente, adesso è tutta un’altra storia, discontinua, rutilante e senza senso, più di prima, eppure anche senza una precisa direzione, senza un preciso sentimento mi sento la vita tracimarmi da dentro le mutande per cui non c’è altro da fare se non strizzarsele ben bene e stare proprio a vedere che cosa riserva il futuro, al di là del calendario di Frate Indovino. E se va tutto completamente a puttane, tanto meglio, rispolvero Bernstein, il pianista, non il filosofo, e non se ne parli più.

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Economia domestica.

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La crisi economica la pagano i miei reni. Risparmiare pochi centesimi di euro e non comprare l’acqua oligominerale in bottiglia, l’acqua con poco sodio, l’acqua che elimina l’acqua, l’acqua miracolosa di Lourdes, e bere avidamente l’acqua di pietra del rubinetto gentilmente offerta, si fa per dire, dall’acquedotto della città eterna. Cheers. Salute. Alla vostra. Tante care cose. Un altro bicchiere di merda per favore. Mi verranno dei calcoli renali grossi come angurie e non ci sarà intervento chirurgico che tenga. La lavatrice vive di più con Calfort, io vivo di meno perché inghiotto cemento e calcestruzzo e faccio finta che vada tutto bene. Uno sturalavandini per carità, un idraulico liquido, una fiala di cianuro, vento in vena, vento in vena, sos, chiamate il capitano che a Houston hanno un problema. I carabinieri. Allora mi fermo allo stop. Sono stanca, mi fermo. Non ho nulla da nascondere, che mi perquisiscano pure. Sono calma, ferma allo stop, non ho segreti, sono trasparente quasi quanto l’acqua del nasone e i carabinieri sono andati via. Sono rimasta lì per quanto? Secoli. Sono cambiate mode, gusti, abitudini. I luoghi sono diventati non luoghi e io sono rimasta lì. A prendere appunti su quelli che passavano. Ma non ho imparato nulla, mi sono limitata a scrivere. E dunque saprei scrivere? Tra tutte le capacità che esistono al mondo, che ne so, sbucciare una banana con le chiappe, strappare elenchi telefonici a mani nude, saperne di tutto, di più, io saprei scrivere. In sostanza saprei fare una cosa che milioni di persone sanno fare come o meglio di me. Perfetto. Mi ritrovo inchiavardata dunque tra la crisi economica che minaccia la sanità dei miei reni e l’inflazione del saper fare quello specifico qualcosa, che prefigura la svalutazione del mio universo interiore, fatto di tendine all’uncinetto e piattini di ceramica appesi alle pareti. Ci sarebbero milioni di cosa da fare invece! Potrei vivere, una buona volta, potrei lavare la montagna di roba sporca che da mesi trasuda disappunto dalla cima dell’armadio. Potrei passare la cera sul parquet sciupato che calpesto senza ritegno. Potrei dimenticare. Potrei guardare avanti, potrei lanciarmi col paracadute o senza, potrei smetterla di meravigliarmi ogni volta che sento battermi il cuore. Potrei vedere la vita per quello che è, ovvero lacrime, sangue, sudore e merda e anche sorrisi ed euforia immotivata e assurdo, sgrammaticato, scomposto, disordinato e incomprensibile divenire invece di considerare tutto in termini di decorum linguistico. Dovrei imparare a sgusciare fuori dal becero e vigliacco condizionamento del tempo condizionale e accettare la possibilità della sconfitta e il dolore e accettare che non si può ridurre il reale ad una gara di bellezza, che un calcio nel culo sarà sempre comunque assolutamente più bello della più meravigliosa combinazione possibile di parole e di frasi. Le parole sono le unghie, la vita è la mano che afferra, è il braccio che si tende, l’occhio, il muscolo della coscia, il ventre, le ossa, il sangue che pulsa, il polmone che si dilata, il cuore, il cervello e le sue scosse elettriche. Allora mettiamola così: non diciamo saper scrivere, diciamo che si tratta semplicemente di saper fare una discreta manicure. Aiuta. Ma non è tutto.