Archivi tag: scopo della vita

Il Bambino dalla Bocca Murata

Standard

Il vecchio Papas con la barba ricciuta ed un dente soltanto dentro la bocca era solito ripetere che gli uomini, tutti, senza eccezione, debbono nascere giocoforza dentro uno schema preciso, diverso per ciascuno, stabilito già prima del sorgere del tempo, quando l’ordine dell’universo veniva tracciato ancora a casaccio da particelle primordiali senza nome, memoria o senso: ognuno aveva il proprio disegno personale, tracciato in mezzo alle stelle da sempre, e lo scopo della vita umana era quello di scoprirlo e portarlo giù dal cielo per realizzarlo sulla terra, in mezzo agli altri uomini e ai loro progetti. È una ragnatela incantevole, diceva.

Aveva attraversato moltissime primavere, osservato stupefatto centinaia e centinaia di nuove lune e sopportato innumerevoli piogge il vecchio Papas e apparteneva alla sparuta schiera di Anziani che credevano ancora, nonostante tutto, ad una cosa antica e semidimenticata che in altri tempi si usava chiamare Destino ed era qualcosa di più poetico e affascinante del Programma di Indirizzo del Soggetto attuato su tutti i nascituri da parte del Ministero per la Programmazione Sociale di oggi. Papas apparteneva ad una Storia che aveva perso cittadinanza nel mondo dopo la grande esplosione e l’insediamento del Regime Moderno. Lui era uno dei pochi sopravvissuti dell’epoca precedente e cercava di resistere all’Ordine, cercava di preservare una briciola di caos e di memoria del passato, anche se l’unica maniera per farlo era sfruttare l’ora di Svago settimanale concessa ai bambini del Centro di Recupero Orfani e Reietti, dove era riuscito a farsi assumere come educatore part-time. Con quei bambini, la maggior parte dei quali per giunta deformi o mutilati, e solo con loro, gli era quasi naturale far finta che il futuro presente non fosse mai venuto e che la poesia facesse ancora parte della storia. Il vecchio Papas fingeva per sei giorni di seguito una rassegnata e supina assimilazione alla realtà rigida e formale della Civiltà Post atomica, solo per poter portare avanti la sua piccola rivoluzione casalinga in quell’unica ora, dalle 16 alle 17 della domenica. In quell’ora fatale, nella sala grande dell’istituto lui e i bambini uscivano dalla gabbia del Sistema, all’insaputa di tutti. Il vecchio Papas tentava di insegnare loro cosa significasse non avere certezze assolute, cosa fosse lo stupore e cose del genere. Il bambino con la bocca murata lo stava a sentire quieto, ogni settimana, immaginandosi di poter spalancare la bocca come facevano tutti gli altri ragazzini dell’orfanotrofio quando il vecchio, accucciato in un angolo del salone grande, prorompeva fuori dalla sua squallida vecchiaia per trasformarsi di volta in volta in uno stregone, un drago, una damigella, un cavaliere, un principe, un predone o un esploratore, figure scomparse dalla faccia del pianeta da centinaia di anni ormai, ma che il vecchio si ostinava a mantenere in vita, anche se solo nella memoria dei piccoli reietti della Società Globale.

Il bambino con la bocca murata aveva appena dieci anni ma sapeva benissimo che i tempi del “c’era una volta”, tanto cari a Papas, erano immagini putrefatte, ricordi in avanzato stato di decomposizione. Lui e tutti i suoi compagni sventurati, residui non riciclabili del Progetto Ordine e Pulizia del Governo Centrale avevano avuto in sorte di nascere dentro ad un futuro incancrenito, disseminato di ferite e di dolore. Le strade erano lastricate di polvere e rovine, ma non c’era traccia di grandezze eroiche, di avventure degne di essere tramandate di bocca in bocca. La direttrice dell’orfanotrofio, ossuta e scheletrica radice rinsecchita inchiavardata dentro la divisa verde scuro del regime, tendeva i muscoli del volto guardando i bambini marciare sul linoleum lucido dell’area Attività Fisiche e Relax, al di là della finestra del suo ufficio, al primo piano del brutto edificio, un casermone di quattro piani cilindrico, grigio e compatto. Dentro i suoi occhi viola si annidava il disprezzo e la frustrazione per essere rimasta ai margini del Progresso. Il mondo era inesorabilmente caduto e lei non era stata abbastanza fortunata per far parte di coloro che si erano rialzati.
Gli Eletti. Che vivevano dentro la Cupola e potevano fingere allegramente che le rovine non esistessero, sorseggiando bibite gassate di vario genere e giocando a golf sui tetti di nuovissimi grattacieli di cristallo. Nella Cupola ogni cosa era lucida e splendente. Edifici di vetro antiproiettile e acciaio cromato reso indistruttibile dai nuovi ritrovati della scienza e della tecnica. Ogni cosa, dal tagliaerba ai pannelli delle cabine armadio, dagli utensili di cucina agli abiti, alle automobili, agli sgabelli, alle scrivanie, agli schermi televisivi, alle strade, alle piastrelle dei bagni, alle pareti delle fogne, ogni cosa, ogni cosa dentro la Cupola era fatta di luce condensata in materia, luce pret-a-porter per cancellare ombre e paure ma anche sfumature e memorie. Freddo e luce per rendere solido un presente precario e smaterializzare un passato oscuro e colmo di interrogativi. Gli Eletti volevano chiudere la partita con la memoria.

E ci stavano riuscendo.

Annunci