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Sulla mia cattiva strada.

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Me ne sto zitta e percorro per l’ennesima notte, per l’ennesima volta, il marciapiede di marmo di Via della Conciliazione. Me ne sto zitta, con lo sguardo basso, le pozzanghere intorno, i barboni accartocciati sotto i portoni, i sanpietrini divelti, il ronzio del camion della spazzatura e della macchina che pulisce la strada, il loro solito giro, le solite facce, i soliti gesti. Un rosario di abitudini pret-à-porter. Oggi c’è un freddo tagliente e imprevisto a rodermi le ossa. Luci arancioni a destra e a sinistra e dietro le spalle la casa del Gran Capo, con le luci verdi e gialle, illuminazione di tutto rispetto, è un gran salotto quello, un gran salotto, baci e abbracci e arrivederci. Il passo è sempre lo stesso, regolare, cadenzato, preciso e la mia bocca è cucita, il mento piegato sul petto, fa troppo freddo, cazzo, fa troppo freddo, pensavo che fosse giunta la primavera ma mi sbagliavo, accidenti, sì, mi sbagliavo. Allora sto zitta, ma in realtà urlo, sto urlando, un urlo prolungato, un latrato lacerante che buca la notte accondiscendente di questa città distratta e ignava. Posso farcela, posso farcela, posso ingoiare la mia voce e chiudermi dentro una bolla di sapone se ne ho voglia, frenesia, frenesia all’altezza dello sterno e delirio, corro, non cammino, corro, attraverso i vicoli come un’ombra imbottita di vento, corro e apro gli occhi, e il vento non mi ferisce le pupille, vedo tutto, sento tutto, nonostante la velocità, allora conto i tombini e le pattumiere, conto le automobili gialle e vedo tutto, ogni cosa, ogni insetto, ogni granello di polvere, ogni più piccolo particolare insignificante, anche se sono più veloce della luce, anche se sono nel vortice, vedo tutto e sento tutto. Fino a quando poi la chiave è nella toppa. Allora mi fermo. Torno in me stessa. E mi sento un po’ stupida, un po’ incosciente. Mi sento viva. Con un mucchio di possibilità mischiate agli strani ciondoli appesi al mio portachiavi. Ce l’ho fatta. Sono tornata a casa. Dietro le spalle la mia cattiva strada. Non quella fatta di sanpietrini e merda di cavallo. La cattiva strada ognuno ce l’ha dentro e ognuno se la sfanga come può. Io vado avanti un po’ a casaccio, senza un canovaccio, senza una partitura precisa. E cerco di non guardarmi indietro anche se non sempre ne sono capace. Molto spesso Euridice rimane a farsi fottere all’inferno. Ma oggi sono tornata. Senza voglia di rimuginare. E’ stata una buona giornata. Posso tenere la viltà e il terrore sotto la soglia di sicurezza. E’ stata una buona giornata. Oggi ho asfaltato un pezzo della mia cattiva strada.

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