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16.

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#Percorro il lunghissimo vialone e mi imbatto nel passo sgraziato di una signora anziana. Guardo il suo culo tondo fasciato da un abitino a fiori di cotone ruvido e la città mi sembra già meno feroce, più accogliente, ammansita dal basculare morbido dei suoi piedi dentro le ciabatte di spugna. Mi domando cosa avrà preparato per cena, se ha pensato di fare le polpette al sugo per un nipotino o se dovrà accontentarsi di una minestrina sorbita in solitaria. Vorrei quasi aumentare il passo per raggiungerla e chiederglielo, ma poi mi fermo, aspetto che si imbuchi in un cancello sul lato destro della strada e poi proseguo il mio cammino, gli orli degli alberi della Caffarella si stanno già imporporando all’orizzonte e presto sarà buio, devo affrettarmi, è tardi.

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Di spigoli di palazzi e altre ferite.

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Si spogliò meticolosamente della prima persona e la posò sul divano, in mezzo al marciume scomposto di un disordine stantio, vecchio di giorni, forse settimane, un disordine marcescente e putrefatto, un disordine abbandonato a sé stesso, vagabondo e ubriaco, scostante e irritabile al punto che non poteva più nemmeno farle buona compagnia. Indossò la terza singolare e fissò per diversi minuti il battiscopa staccato dal muro, percepì il brontolio del boiler rimasto acceso troppo a lungo e pensò, un po’ a tradimento, a quanto a lungo era stata un io e che adesso era solo stanca e indifferente e aveva voglia di sbobinare chilometri di nastri di musica triste e poi di verniciare di chili messicano le pareti della casa e di ridacchiare sommessamente sfregando cerini sulle suole delle scarpe. Uscendo alla luce del sole afferrò in un momento che nulla più avrebbe potuto davvero ferirla, ogni cosa l’avrebbe toccata solo di striscio, marginalmente, come se invece di una persona fosse stata un tappeto elastico o un tergilunotto o una saponetta schiumosa. Alzò lo sguardo, vide gli spigoli dei palazzi romani tagliare con forbiciate precise l’azzurro abbacinate del cielo estivo e immaginò che fossero frecce e ferite ma il pensiero aveva le punte arrotondate e non le tagliò l’anima come avrebbe fatto in altre occasioni, in passato, quando era un pensiero giovane e strafottente, spesso crudele e implacabile, mentre adesso si era rammollito il pensiero, ed era giunto il momento di finirlo, del tutto, con un bagno di Bourbon e frivolezza.

Discount.

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Sono entrata nel discount senza l’idea precisa di fare la spesa. Ci sono entrata perché non avevo niente di meglio da fare quel pomeriggio e Disneyland Paris era un tantino troppo distante per la portata dei miei piedi. Così, uscendo per la terzultima volta dall’ufficio, invece di tornare direttamente a casa, ho preso la seconda deviazione a destra e sono andata. Pioveva forte, nonostante questo una giovane coppia pomiciava duro contro il muro di un palazzo. Nonostante la pioggia qualcuno era in coppia, qualcuno pomiciava, qualcuno perdinci se ne fregava della pioggia, qualcuno se ne fregava della recessione, degli scandali, dell’inflazione, dei buoni pasto, dei tagli alla cultura, dell’affondamento di Venezia e pomiciava duro contro il muro di un palazzo grigio con la facciata a bugnato, sotto lo scroscio imponente di un acquazzone da manuale. Io ho il mio ombrello rosso a fantasia scozzese e una grande voglia di vomitare o di incendiare un locale di cabaret. Non ho voglia di ridere, forse ho voglia di pomiciare, ma sono troppo preoccupata per la pioggia, per la crisi e per Venezia, anche se vivo a Roma, per riuscire ad impegnarmi seriamente a farlo. Forse poi sono anche troppo grassa, troppo poco produttiva, ho troppi bracciali appesi ai polsi, che ne so. Banalità e onicofagia mi impediscono di librarmi al di là dell’onanismo mentale che mi attanaglia. Sarà che bevo troppo caffè e mangio molti carboidrati. Ho il cervello in pappa, una patetica tendenza all’inconcludenza e casa mia è piena di mensole impolverate, ricordi, stivali di gomma, poster adolescenziali, scontrini e nastro adesivo. Comunque. Sono entrata nel discount perché mi sentivo improduttiva e sconfitta e perché lungo il viale che stavo percorrendo era il discount l’unico punto ad essere illuminato. Sono entrata dentro il negozio e mi sono tuffata nei corridoi, tra gli scaffali colmi di golosità nocive e colorate, godurie senza marca e a metà prezzo, delizie farcite di conservanti e materiali di scarto. Salatini giapponesi, cialde svedesi ricoperte di cioccolato, cous cous liofilizzato, cioccolata aromatizzata all’amaretto, the in polvere, formaggio cremoso alle erbe, una mitragliata di cibo sintetico vestito a festa per il Carnevale di Rio. Di colpo, quasi a tradimento, mi sono sentita felice. Insomma, proprio quella roba lì. Quel calore appiccicoso che ti prende in mezzo al petto, quel formicolio che si irradia dal centro del tuo corpo e ti fa vibrare la punta delle dita e gli angoli della bocca. E non è un ictus, no. Tu sei felice. E non importa più quanto possa essere triste Venezia. Sei felice. Io ero stata felice l’ultima volta tre mesi fa. Mi ricordo il giorno e l’ora, il come e il perché.  Mi ricordo lui, perché nove volte su dieci in casi come questo c’è sempre un lui o una lei di mezzo. Mi ricordo un vassoio di metallo, un ritmo sincopato e tutta una serie di circostanze imperfette. Mi ricordo che prima stava andando tutto male e tutto male è andato dopo, ma durante, cazzo, beh, quello lasciatemelo stare, per un secondo ero a posto, in culo Venezia, la paura della morte e i manici di scopa. Mi ricordo esattamente che la sensazione calorifera è durata 15 ore, non un minuto di più, non un minuto di meno. Poi ad un certo punto i dettagli hanno perso consistenza, le incongruenze sono tornate alla riscossa e ritrovare quel cazzo di appiccicume salvifico è diventato via via più farraginoso. Ho percorso diversi chilometri a felicità zero, in seguito.

Fino al discount. Lì finalmente ho sentito che potevo permettermi di nuovo qualcosa.

Non proprio la versione originale della felicità. Un surrogato, senza etichetta, imbottito di coloranti e conservanti. Ma va bene lo stesso, anzi, conviene di più, costa di meno. Mi servirà da placebo per affrontare l’inverno, il precariato, il fatto di dovermi accontentare solo del momento migliore, di non potergli cambiare la vita in mio favore, diavolo d’un Tondelli, mentre la coppia di limonatori selvaggi continua a pomiciare duro sotto la pioggia, nonostante la pioggia, davanti alla facciata a bugnato, fuori dal discount.

 

E l’oracolo sbottò: “Sei un maleducato e un impiccione”. (2009)

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Ehi amico, cazzo, dovrei dormire amico. Dovrei proprio dormire. Avrei decisamente bisogno di dormire. Invece amico, me ne sto qui raggomitolata sul mio letto duro come un sergente nazista e parlo con te che non esisti.
– Come sarebbe a dire che non esisto? dice Rodney sdilinquendosi sul parquet.
Rodney, amico mio, ragioniamo, io ti voglio bene ma le polpette di manzo come te non parlano e, ammesso che possano farlo, in questo cesso di casa comunque non ci sono polpette di manzo per cui tu non esisti e io dovrei dormire o fare la spesa. Ma sono quasi le tre di notte e non ci sarà uno straccio di negozio aperto nel raggio di miglia, per cui niente polpette di manzo, solo 4 o 5 sottilette che avrebbero tutto il diritto di dichiararsi prigioniere politiche del mio dispotico frigobar cattocomunista. E a dirla tutta nemmeno le sottilette parlano, quindi non c’è storia. Così sono sola e c’è buio e silenzio e potrei davvero chiudere gli occhi e fare la nanna, ci sono tutte le condizioni favorevoli perché ciò accada, semplicemente, chiudo gli occhi e dormo, punto, basta, invece chiudo gli occhi e vedo Rodney, una polpetta parlante, l’amico immaginario dell’ultima ora. Ho sempre più difficoltà ad entrare nel mondo dei sogni, devono avermi sequestrato il passaporto senza che potessi rendermene conto. Così me ne resto inchiodata alla veglia, sempre troppo presente a me stessa, anche se sono sbronza, anche se mi tiro 1285 clavate sulla nuca. Io ci sono e questa cosa a volte la trovo insopportabile, come una pleonastica e ridondante infinita assurda continua entrata in scena non richiesta. Ma stasera in verità no. Stasera ho messo il cappotto di lana, quello ridicolo giallo e nero, quello che ho ritirato stamattina dalla tintoria dopo averlo lasciato 4 mesi in giacenza sperando che magicamente sparisse, ho preso il cappotto pulito, profumato e ridicolo e sono andata all’Asino che vola. Avevo voglia di bere una birra con gli amici. Avevo bisogno di fare una cosa normale, sociale, una cosa fatta di persone che gesticolano e alzano la voce e briciole di tarallini che ti restano aggrappate agli angoli della bocca quando ridi. E lì, all’Asino che vola, ormai l’ho capito, è un posto sicuro, un rifugio, una tana in cui posso andare quando voglio stare un po’ alla larga da me stessa e dalle polpette parlanti. Una piccola scheggia di verità. Stasera all’Asino si inaugura un gesto che io trovo nobile e bello in un una maniera semplice e sconcertante. Si chiama in modo orribile, “bookcrossing”, ma il succo della questione è che si tratta di sguinzagliare libri a go gò, per cui io godo, prosaicamente, come un riccio in calore. “Bookcrossing”. Un po’ come le tartarughe che vengono liberate in mare dopo essere state curate. La stessa cosa. Tu prendi un libro, è ancora meglio se quel libro ha un significato speciale per te, e lo liberi, lo lasci andare per il mondo, ad illuminare altre vite, a colonizzare nuovi immaginari. Mi pare un gesto d’amore supremo e pulito e allora penso a questo posto, a questa gente che mi sta intorno, che parla con me e sorride e mi viene in mente quella frase di Calvino che dice che in mezzo all’inferno bisogna trovare ciò che inferno non è, e farlo durare, e dargli spazio. E mi rendo conto che l’Asino è proprio questo, uno spazio rubato all’inferno, in cui la vita prende fiato e diventa lieve e meravigliosa e sorprendente. Capita anche fuori questo, ma qui è più facile. Lo capisco mentre addento il mio panino con pecorino e salame e parlo con Antonio, il mio migliore amico, dell’andamento del tutto scoordinato e insensato delle mie avventure sentimentali. Lui mi prende in giro, depreca il mio taglio di capelli fatto in casa e fa gestacci, trova inopportuna la mia recente passione per le iguane, meno male che mi difende Giovanna, la sua ragazza, Dio la benedica, Dio li benedica tutti e due. Piero e Igor, i gran cerimonieri del locale, vanno avanti e indietro come due trottole impazzite, eppure con una specie di garbata eleganza che ha dentro un sapore antico di genuina accoglienza mediterranea. Taglieri di salumi e formaggi, cocktail, su e giù, nella frenesia di gente che entra ed esce, nuovi e vecchi amici che vogliono volare. Ad un certo punto volo anch’io. Sono dentro lo studio di Michelino, il nostro artista, sono completamente ricoperta di cuccioli di gatto e al centro della stanza c’è Giovanna, c’è una tela bianca e una tavolozza di colori ad olio. Poi non so spiegarlo, succede qualcosa e là sulla tela una percezione prende forma, si fa grumo poi spirale poi cascata ed è come un dolore ancestrale e salvifico che prorompe dalle dita. Sembra che danzi, Giovanna, muovendo prima il pennello e poi le mani impastate di colore sulla tela, sembra davvero che stia danzando e il tempo sembra intrappolato in una fottuta bolla di sapone. Bisogna sporcarsi le mani per capire chi si è veramente, dice Giovanna. E ha ragione. E’ un’esigenza, un’urgenza quasi fisica e non c’è trementina che tenga. Torniamo nel locale, sono contenta perché ho assistito ad un concepimento, ad una poiesi e son cose che non capitano tutti i giorni queste cose qui. A fine serata il locale si svuota e rimaniamo noi, per parlare un po’, siamo tutti intorno ad un tavolo, Antonio, Michelino, Giovanna, Piero, Igor e anche la Raffa, si avvicina la chiusura e allora “libera tutti!”, è libera anche lei dalle incombenze della cucina. E prima di andare via un bell’affondo al mio colesterolo, un attentato come si deve al precario equilibrio dei miei trigliceridi: Raffa porta una fettona di tiramisù con annesso ammazzatiramisù, cioè crostata alla mostarda fatta in casa. Mi viziano qui all’Asino oppure stanno solo cercando di farmi venire un infarto. In ogni caso sto bene. Ci sono ma il peso dell’esserci non mi turba, qui. A volte penso che sia troppo bello per essere vero e gli occhi mi fanno pupi pupi. Ho sempre paura, una fottuta paura di stare bene. Per questo mi riservo una polpetta di manzo immaginaria come amica, non fosse mai che mi sono sognata tutto, almeno ritrovo Rodney a farmi da spalla, meglio di niente. La partita tra reale e immaginario si continua a giocare, senza intervalli e senza vittorie, con sprazzi diffusi di luce dirompente, come questa sera e come spero le serate a venire. Se poi è tutto un sogno, pazienza, è stato bello questo sogno, e anche surreale direi, sul finale, quando ci siamo avvicinati alla macchina, parcheggiata in mezzo alle transenne che bloccano la strada da asfaltare, e abbiamo trovato sotto il tergicristallo un biglietto vergato a mano, grafia probabilmente maschile, che recitava così: “Sei un maleducato e un impiccione”.
Perché?
Non ha senso e Igor non se ne farà una ragione, mai.

A volte ritorno.

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Sono tornata. Io.
I tacchi delle mie scarpe nuove hanno percosso le cellule di pietra di questa città indifferente e umida. Io li ho sentiti e loro mi hanno fatto sentire che io esisto. Masticando il mio rumore mi è sembrato di penetrare in ogni casa, in ogni quartiere: in ogni anfratto dell’acciottolato e del mondo intero o addirittura dell’universo intero c’ero io. E” IO” non era un significante arbitrario fatto di cartapesta, un cartellino appiccicato al vestito che mi porto addosso. C’era pioggia e c’era la città e poi dentro tutto questo in qualche modo mi collocavo io. Davvero. E forse ero sbronza e confusa e indubitabilmente avevo le scarpe nuove devastate dalla pioggia ma guardavo il cielo obnubilato dalle nuvole e mi pareva tutto un gioviale nascondino, e le luci della piazza una festa di quelle che non ti ricordi bene ma sono indimenticabili. Ho varcato il pesante portone di legno massiccio e ho capito di essere tornata per l’ennesima volta. Ripartirò e farò lo stesso viaggio per innumerevoli lune. Una volta la meta sarà Salonicco e la successiva Poggibonzi. Mi perderò, di sicuro, ma poi chiederò informazioni e ritroverò la strada. Tornerò. Anche se tu non ci sei più. Ti sono affezionata ma non ho bisogno di te. I miei tacchi continuano a fare rumore sopra l’asfalto. Roma è sì disseminata di sanpietrini che intralciano i miei passi, cazzo, ma ringraziando il cielo solo la maggiorparte, non tutta, non tutta questa cazzo di magnifica città mi è ostile, per cui aspetterò, avrò pazienza, troverò una superficie piana e saprò tornare. Io posso tornare e anche allevare pernici, se solo mi va.

Distrazione.

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Gli spigoli dei palazzi romani svettano in alto tagliando in sforbiciate regolari l’abbacinate celestitudine del cielo estivo. Non sono tagli veri e propri però. Sono più che altro l’accenno di un taglio, la prefigurazione di una ferita che incombe sulle teste dei passanti, romani indaffarati e chiacchierecci, studenti fuorisede preoccupati per l’affitto o per l’esame, turisti stranieri sudaticci e vestiti male, affondati nelle loro guide e nel labirinto delle cartine della città, uomini, donne, bambini, età di mezzo e terza età, campionario di varia umanità in saldo o in sovrapprezzo, vite che si avvitano su sé stesse liquefacendosi e impastandosi con l’asfalto bollente o semplicemente evaporano e diventano bolle d’aria che svaniscono scoppiando a contatto con le punte acuminate dei dissuasori per piccioni. Deve esistere un posto in cui si raggrumano i pensieri di tutti. Forse queste frattaglie di anime diverse se ne stanno nascoste sotto le cartacce unte o i pezzi sparpagliati dei corpi macellati dei piccioni, tra un sanpietrino e l’altro, per riposarsi dal turbinoso fluttuare giornaliero. Ci sarà un’ora del giorno o della notte in cui tutto apparentemente continua a fluire in modo caotico e frenetico e indifferente, come al solito, ma in realtà è solo una recita che nasconde un gran silenzio, perché in quel momento tutto tace, l’universo si riposa, l’azzurro trattiene il respiro e si lascia catturare come dalla stretta di un pugno, in una contrazione impercettibile dell’esistente, che flette il muscolo del nucleo della sua energia primordiale per spiccare il salto. Esiste un istante in cui la Realtà prende fiato, un istante senza zavorra, un momento cristallino in cui il mondo rischia di sgonfiarsi come un palloncino e di appartenere al sogno, all’ombra, all’illusione. Ma gli argini del Reale reggono questo impercettibile colpo di tosse metafisico. Deve rimanere un soffio lieve, non può diventare una polmonite. Allora ci pensano gli spigoli dei palazzi romani a circoncidere il cielo, a raggruppare il gregge nel recinto e a piombare per bene le anime dentro corpi foderati di cemento e preoccupazioni. Ma non è poi così catastrofico come sembra. Deve essere così, non possiamo volare via come pezzetti di carta bruciacchiati senza che il fuoco ci abbia toccato veramente. Si continua a camminare sotto il sole o la pioggia con un ventaglio di sentimenti e sensazioni che rinfrescano la coscienza e massaggiano i piedi o scudisciano la schiena e graffiano gli occhi, a seconda delle evenienze. Funziona più o meno in questo modo: spesso non pensi e agisci d’impulso, a volte ti trattieni, capisci o credi di capire, ami, soffri, gioisci, dubiti, titubi, sbagli, correggi, ripeti, cadi, ti rialzi, ti arrovelli, rimugini, equivochi, fantastichi, ti struggi, ti abbatti, parti, torni, pensi, ripensi, cambi idea, ti contraddici, ti concentri, ti distrai. E poi in un istante inopinato, alzi lo sguardo e lo spigolo di un palazzo orlato di foglie d’acanto trattiene e puntella il cielo sopra di te, mentre tu, semplicemente, ti godi l’eternità di un respiro.

Pensierino del giorno.

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Tornando a casa lascio scivolare lo sguardo su un Tevere meno triste e più paillettato del solito. La città mi sembra frizzante e in ghingheri anche se si tratta infine solo di un insignificante giorno anonimo, abbarbicato per contratto in cima alla settimana. La primavera è ancora accampata a qualche lega di distanza ma ha già iniziato il corteggiamento. E Roma fa la civetta, come solo lei sa fare. Lo percepisco dall’umidità che diventa sbarazzina e dai rumori che si fanno soffici come bambagia, per non disturbare. Ma non ho voglia di lasciarmi ammorbidire troppo anche io da questa atmosfera tutta zucchero e miele. Allora guardo i bidoni della nettezza urbana che rigurgitano spazzatura e poi mi soffermo sulle cartacce e le cacche di cane sui marciapiedi e mi sento meglio. Canticchio una canzone di Vecchioni. “E se hai le mani sporche, non importa, tienile chiuse nessuno lo saprà”.
Libera associazione di idee. Reale vs Immaginario due fisso in schedina. Mi consola. Nulla è davvero accaduto se non lo racconti. Quindi qualsiasi cosa racconti, per quanto assurda possa essere, è reale nella misura in cui la condividi con qualcun altro. E qualsiasi avvenimento reale è soltanto un sogno o una bugia nella misura in cui l’unico depositario del fatto accaduto sei tu solo e soltanto. Buffo e sublime rovesciamento di fronte. E l’uomo, inventando e raccontando, diventa così un dio laico, un dio pret-à-porter. Sorrido. Evito una cacca e sorrido. Arrivo davanti al portone di casa mia, giro la chiave nella toppa ed entro. Ho sfangato un’altra giornata. Ero uscita abbacchiata come una mandorla secca e rientro semi-dea, quasi del tutto onnipotente. Ma domani è un altro giorno, il cine insegna, e dovrò inventarmi qualcosa di nuovo per andare avanti.

Intanto adesso mi metto a letto, per non dormire meglio, qualcosa in mente mi verrà.