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A volte ritorno.

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Sono tornata. Io.
I tacchi delle mie scarpe nuove hanno percosso le cellule di pietra di questa città indifferente e umida. Io li ho sentiti e loro mi hanno fatto sentire che io esisto. Masticando il mio rumore mi è sembrato di penetrare in ogni casa, in ogni quartiere: in ogni anfratto dell’acciottolato e del mondo intero o addirittura dell’universo intero c’ero io. E” IO” non era un significante arbitrario fatto di cartapesta, un cartellino appiccicato al vestito che mi porto addosso. C’era pioggia e c’era la città e poi dentro tutto questo in qualche modo mi collocavo io. Davvero. E forse ero sbronza e confusa e indubitabilmente avevo le scarpe nuove devastate dalla pioggia ma guardavo il cielo obnubilato dalle nuvole e mi pareva tutto un gioviale nascondino, e le luci della piazza una festa di quelle che non ti ricordi bene ma sono indimenticabili. Ho varcato il pesante portone di legno massiccio e ho capito di essere tornata per l’ennesima volta. Ripartirò e farò lo stesso viaggio per innumerevoli lune. Una volta la meta sarà Salonicco e la successiva Poggibonzi. Mi perderò, di sicuro, ma poi chiederò informazioni e ritroverò la strada. Tornerò. Anche se tu non ci sei più. Ti sono affezionata ma non ho bisogno di te. I miei tacchi continuano a fare rumore sopra l’asfalto. Roma è sì disseminata di sanpietrini che intralciano i miei passi, cazzo, ma ringraziando il cielo solo la maggiorparte, non tutta, non tutta questa cazzo di magnifica città mi è ostile, per cui aspetterò, avrò pazienza, troverò una superficie piana e saprò tornare. Io posso tornare e anche allevare pernici, se solo mi va.

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La iena è tornata.

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La iena è tornata.

Si è fatta una breve villeggiatura nei giardini di Versailles ma poi è tornata indietro. Tra torsoli di mela e bucce di banana. Si è fatta spazio tra cumuli nembi ed tornata alla ribalta lasciandosi alle spalle tutti gli scandali, ben riposti nelle bisacce di una vecchia gioventù. Il pubblico l’ha sommersa di fischi e allora lei si è traforata i timpani con due matite colorate. E’ rimasta sveglia per ventiquattro ore per non dover mettere in ordine il garage del cuore e poi ha perso ancora tempo sperperando i giorni sulla tangenziale est illuminata dai grigi lampioni allampanati e copputi.

La iena è tornata. Schiacciata come un tappo di birra. Risucchiata dalla voragine delle sue occhiaie. Non ha tempo ma lo ignora perché ha arrostito il Bianconiglio sulla brace del giardino e ha ingurgitato l’orologio, che adesso non fa più tic tac. La  iena  è finita, la  iena  non esiste, la iena è meno consistente di una crosta di formaggio sottile. Ma tutto questo lei non lo sa. Lei si crede vincente ed infinita. E allora lasciamoglielo credere. Non cancelliamola anzitempo. Manteniamo il suo segreto. Tanto si farà fuori da sola prima o poi quella fottuta bestia svitata.