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Pensierino del giorno.

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Tornando a casa lascio scivolare lo sguardo su un Tevere meno triste e più paillettato del solito. La città mi sembra frizzante e in ghingheri anche se si tratta infine solo di un insignificante giorno anonimo, abbarbicato per contratto in cima alla settimana. La primavera è ancora accampata a qualche lega di distanza ma ha già iniziato il corteggiamento. E Roma fa la civetta, come solo lei sa fare. Lo percepisco dall’umidità che diventa sbarazzina e dai rumori che si fanno soffici come bambagia, per non disturbare. Ma non ho voglia di lasciarmi ammorbidire troppo anche io da questa atmosfera tutta zucchero e miele. Allora guardo i bidoni della nettezza urbana che rigurgitano spazzatura e poi mi soffermo sulle cartacce e le cacche di cane sui marciapiedi e mi sento meglio. Canticchio una canzone di Vecchioni. “E se hai le mani sporche, non importa, tienile chiuse nessuno lo saprà”.
Libera associazione di idee. Reale vs Immaginario due fisso in schedina. Mi consola. Nulla è davvero accaduto se non lo racconti. Quindi qualsiasi cosa racconti, per quanto assurda possa essere, è reale nella misura in cui la condividi con qualcun altro. E qualsiasi avvenimento reale è soltanto un sogno o una bugia nella misura in cui l’unico depositario del fatto accaduto sei tu solo e soltanto. Buffo e sublime rovesciamento di fronte. E l’uomo, inventando e raccontando, diventa così un dio laico, un dio pret-à-porter. Sorrido. Evito una cacca e sorrido. Arrivo davanti al portone di casa mia, giro la chiave nella toppa ed entro. Ho sfangato un’altra giornata. Ero uscita abbacchiata come una mandorla secca e rientro semi-dea, quasi del tutto onnipotente. Ma domani è un altro giorno, il cine insegna, e dovrò inventarmi qualcosa di nuovo per andare avanti.

Intanto adesso mi metto a letto, per non dormire meglio, qualcosa in mente mi verrà.

La iena ha paura.

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La iena ha paura.
Preferisce ascoltare risate registrate di gente morta trent’anni fa e iniettarsi del caffè nero bollente in endovena piuttosto che mettere piede fuori dalla tana. La iena ha coperto gli specchi con pesanti drappi rossi e si è messa a piroettare in mezzo alla stanza.
Un tempo scardinava porte e beveva sapone liquido, perdeva tempo scarabocchiando futuri prossimi, remoti o anteriori e si manteneva vendendo fumo ai crocevia delle grandi strade maestre. La iena da giovane vagava indolente su boschi di chiodi e non sentiva dolore. Imparava a memoria l’amore lasciandosi bruciare sotto il sole. Un velo intessuto di fervida immaginazione la proteggeva dalla verità. Poi un giorno dovette andare ad abitare nel reale. E cominciò a tremare. Ma era solo delirium tremens.
La iena ha paura. O forse è solo rincoglionita. Piange  per un nonnulla e prenota il proprio servizio funebre per tenersi avanti col lavoro.
Non crede più alle storie che si racconta la sera prima di mettersi a letto. Non riesce a dormire. Fa fatica ad accettare che il sole sorga sempre da est e tramonti sempre ad ovest. Cova speranze di imprevedibili rovesciamenti di fronte. La iena si annoia e combatte a colpi di uncinetto contro nemici invisibili.
Quando oblìa la sua demenza pensa di avere realmente paura.
Così spesso manda in giro un’altra iena a vivere al posto suo.
L’altra iena è una carogna temeraria.
Si crede immortale e ruba i portafogli alle vecchiette che vanno dal parrucchiere.
La iena è una e bina. E se una metà fa cilecca, l’altra mira dritta al cuore e spara.