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18.

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#Al bar. 
No, perché, dice, oggi te devi dì grazie a chi te dà lavoro. Devi da dì grazie. Dice. Come se te stanno a fà l’elemosina, devi da dì grazie.
Buffo, mi sembrava funzionasse diversamente. Tipo che uno necessita di un bene, la forza lavoro, e paga qualcun altro che è in grado di fornirgli questo specifico bene. Cosa c’entra l’elemosina? Je devi da dì grazie, dice. Ma perché, mica siamo in una puntata di “Cortesie per gli ospiti”. E va bene che c’è la crisi, ma non è il lavoro svolto come si deve la forma più alta possibile di ringraziamento morale per un “padrone”? Perché invece al lavoratore tocca sentirsi costantemente sotto ricatto, in trappola? Perché la crema di caffè di questo stupido bar è sciolta come il cagotto di un cane da passeggio? Perché poi sento dentro questa irresistibile voglia di fumare sigarette al mentolo sulla spiaggia più assolata di Gabicce Mare, perché?

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Discount.

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Sono entrata nel discount senza l’idea precisa di fare la spesa. Ci sono entrata perché non avevo niente di meglio da fare quel pomeriggio e Disneyland Paris era un tantino troppo distante per la portata dei miei piedi. Così, uscendo per la terzultima volta dall’ufficio, invece di tornare direttamente a casa, ho preso la seconda deviazione a destra e sono andata. Pioveva forte, nonostante questo una giovane coppia pomiciava duro contro il muro di un palazzo. Nonostante la pioggia qualcuno era in coppia, qualcuno pomiciava, qualcuno perdinci se ne fregava della pioggia, qualcuno se ne fregava della recessione, degli scandali, dell’inflazione, dei buoni pasto, dei tagli alla cultura, dell’affondamento di Venezia e pomiciava duro contro il muro di un palazzo grigio con la facciata a bugnato, sotto lo scroscio imponente di un acquazzone da manuale. Io ho il mio ombrello rosso a fantasia scozzese e una grande voglia di vomitare o di incendiare un locale di cabaret. Non ho voglia di ridere, forse ho voglia di pomiciare, ma sono troppo preoccupata per la pioggia, per la crisi e per Venezia, anche se vivo a Roma, per riuscire ad impegnarmi seriamente a farlo. Forse poi sono anche troppo grassa, troppo poco produttiva, ho troppi bracciali appesi ai polsi, che ne so. Banalità e onicofagia mi impediscono di librarmi al di là dell’onanismo mentale che mi attanaglia. Sarà che bevo troppo caffè e mangio molti carboidrati. Ho il cervello in pappa, una patetica tendenza all’inconcludenza e casa mia è piena di mensole impolverate, ricordi, stivali di gomma, poster adolescenziali, scontrini e nastro adesivo. Comunque. Sono entrata nel discount perché mi sentivo improduttiva e sconfitta e perché lungo il viale che stavo percorrendo era il discount l’unico punto ad essere illuminato. Sono entrata dentro il negozio e mi sono tuffata nei corridoi, tra gli scaffali colmi di golosità nocive e colorate, godurie senza marca e a metà prezzo, delizie farcite di conservanti e materiali di scarto. Salatini giapponesi, cialde svedesi ricoperte di cioccolato, cous cous liofilizzato, cioccolata aromatizzata all’amaretto, the in polvere, formaggio cremoso alle erbe, una mitragliata di cibo sintetico vestito a festa per il Carnevale di Rio. Di colpo, quasi a tradimento, mi sono sentita felice. Insomma, proprio quella roba lì. Quel calore appiccicoso che ti prende in mezzo al petto, quel formicolio che si irradia dal centro del tuo corpo e ti fa vibrare la punta delle dita e gli angoli della bocca. E non è un ictus, no. Tu sei felice. E non importa più quanto possa essere triste Venezia. Sei felice. Io ero stata felice l’ultima volta tre mesi fa. Mi ricordo il giorno e l’ora, il come e il perché.  Mi ricordo lui, perché nove volte su dieci in casi come questo c’è sempre un lui o una lei di mezzo. Mi ricordo un vassoio di metallo, un ritmo sincopato e tutta una serie di circostanze imperfette. Mi ricordo che prima stava andando tutto male e tutto male è andato dopo, ma durante, cazzo, beh, quello lasciatemelo stare, per un secondo ero a posto, in culo Venezia, la paura della morte e i manici di scopa. Mi ricordo esattamente che la sensazione calorifera è durata 15 ore, non un minuto di più, non un minuto di meno. Poi ad un certo punto i dettagli hanno perso consistenza, le incongruenze sono tornate alla riscossa e ritrovare quel cazzo di appiccicume salvifico è diventato via via più farraginoso. Ho percorso diversi chilometri a felicità zero, in seguito.

Fino al discount. Lì finalmente ho sentito che potevo permettermi di nuovo qualcosa.

Non proprio la versione originale della felicità. Un surrogato, senza etichetta, imbottito di coloranti e conservanti. Ma va bene lo stesso, anzi, conviene di più, costa di meno. Mi servirà da placebo per affrontare l’inverno, il precariato, il fatto di dovermi accontentare solo del momento migliore, di non potergli cambiare la vita in mio favore, diavolo d’un Tondelli, mentre la coppia di limonatori selvaggi continua a pomiciare duro sotto la pioggia, nonostante la pioggia, davanti alla facciata a bugnato, fuori dal discount.

 

L’ultimo bicchiere di vino.

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Il giorno in cui mi dissero che era finita, sono rimasta in ufficio fino alla fine dell’orario di lavoro. Poi, allo scoccare dell’ultimo minuto, nell’ultimo secondo, ho indossato la giacca e ho agganciato ogni bottone alla sua asola con una flemma impeccabile, in un tempo immobile e severo come una quaresima. Ho sbattuto la porta andandomene e ho sceso le scale. Sono uscita in strada che di nuovo pioveva e ho zigzagato fra le pozzanghere, sul marciapiede malmesso, incantata dal suono avvolgente e apocalittico delle sirene di ambulanza. Ho imboccato la prima porta scorrevole che ho incontrato e sono finita nei dedali rassicuranti del supermercato di quartiere. Ho comprato una bottiglia di vino novello e sono ritornata alla pioggia, poi alla mia casa. Ho stappato la bottiglia di vino e ho costruito la litania laica della mia quotidiana disfatta. Una goccia di rosso vermiglio si è addormentata placida sulla federa del cuscino. Ho fatto finta di niente, tra qualche ora non avrebbe più avuto nessuna importanza. Non avrebbe avuto importanza la polvere sui libri, la pila di piatti sporchi nel lavello, l’ammasso di biancheria da lavare, i batuffoli di sporcizia sotto gli sgabelli e gli alloggi per le lampadine lasciati vuoti da un’eternità, giacché mi era così dolce rimandare il momento di comprare lampadine nuove per sostituire quelle fulminate. Non avrebbe più fatto differenza tra poco. C’era stato un tempo in cui confidavo nel domani e continuavo ad allevare le mie tenebre da salotto. Ma non adesso. Adesso mi sono guardata intorno e ho bevuto generosi sorsi di penombra insieme al mio vino a buon mercato. Bisognava brindare finché c’era ancora tempo, bisognava brindare perché mancava troppo poco alla fine per poter pensare alla raccolta differenziata o a te che sei andato via. Sarebbero arrivati a breve e sarebbero stati veloci e implacabili come una dose massiccia di lassativo. Ancora tre quarti di litro di speranza e poi puff, il niente. La squadra speciale Efficienza, investita della sua sacra missione direttamente dal Governo Centrale, avrebbe raggiunto a momenti casa mia e mi avrebbe disattivata. Non ero più produttiva, non contribuivo ad ottimizzare il ciclo, il mio lavoro non dava luogo ad utili o a flussi danarosi, non ero dunque più necessaria alla società civile, bisognava affrontare la crisi economica e i cambiamenti climatici: in questo tempo, che ieri qualcuno avrebbe chiamato futuro, gli esseri inutili si disattivano e si smaltiscono come rifiuti speciali. A quanto pare non avrei sentito dolore. Ad un certo punto avrei aperto la porta e uno di Loro mi avrebbe guardata, identificata e probabilmente con una carezza sulla nuca avrebbe spento l’interruttore. Quasi un’ultima tenerezza, una gentilezza tenuta in caldo sotto il guanto del funzionario, per dimostrarmi fino alla fine la magnanimità del Governo Centrale, la Giustezza del Sistema. In fondo è come addormentarsi, niente di più facile. Poi mi avrebbero riciclata. In giro si dice che ti portino in centrali apposite per ridurti in truciolato destinato a riscaldare le abitazioni di quelli che restano produttivi. Sapevo già da un pezzo che per me sarebbe finita in questo modo. Quando me l’hanno detto chissà se si aspettavano una reazione esagerata, inconsulta, chissà se avevano pronto un dispositivo di emergenza da premere sotto la scrivania, per rendermi innocua in caso di esplosione violenta. No, non avevano un bel niente, sapevano che non avrei potuto obiettare. Infatti io non mi sono arrabbiata. Me lo aspettavo. Ci educano fin da piccoli ad osservare scrupolosamente la liturgia della Produttività, ci ripetono ogni fottuto secondo della nostra esistenza che il Modello della Catena di Montaggio e dell’Industrializzazione Sistematica è l’unica opzione filosofica possibile, l’unica possibilità per continuare a far funzionare il mondo. Tutto è funzionale al Ciclo Produttivo: il lavoro, i desideri, i sentimenti, tutto quanto. Non puoi fare a meno di aderire, di essere organico al Progetto. Così alla fine se non funzioni più a dovere diventi  poi docilmente organico alla tua stessa dismissione. E il Sistema arranca, ma riesce a tirare il fiato ancora per un po’, sgranocchiando le ossa dei suoi figli meno adatti, che corrono verso il nulla, ben felici di lasciarsi sgranocchiare, in un estremo tentativo di vedere ancora baluginare in sé un residuo di Utilità. “Sei qui perché dobbiamo ufficializzare il tuo licenziamento. Conosci la procedura, finisci il tuo turno qui e poi torna a casa. Il licenziamento e la tua riconversione verranno completati dalla Squadra Speciale. Buon lavoro”. Me lo hanno comunicato così, secchi e concisi come un dry gin, convocandomi a metà mattinata dentro la Sala Riunioni luccicante di formica bianca, c’è stato un silenzio stantio come un cracker abbandonato a respirare fuori dalla confezione, dopo. Era giovedì e io dovevo ottemperare ad un nuovo compito, avendo mancato tutti gli altri obiettivi di profitto. Ma io devo festeggiare come si deve questo meraviglioso addio al mondo che mi spetta, come fulgido trofeo di una vita che non ho saputo votare al totem della Produttività. Posso produrre solo calore, potrò farlo solo in forma di truciolato, sarà questo il mio nuovo incarico a progetto. Va bene, festeggiamo, lasciatemi ballare la mia ultima polka. Mi resta il fondo di un ultimo bicchiere di vino e poi loro saranno qui, lo sento. E mi rendo conto che vorrei concedermi qualcosa di più della semplice ebrezza del vino, che mi si fa di colpo amara perché non la riesco quasi a scindere dalla filiera di produzione che dalla vigna l’ha portata sulla mia tavola, ungendo persino gli ingranaggi del mio ultimo bisogno per farli aderire perfettamente ad un modello di consumo. Mi rendo conto che vorrei avere cose che il Sistema non può più produrre: caos, insensatezza, errori e possibilità. Alternative e bauli pieni di cose inutili, superflue. Vorrei farne una scorpacciata. Vorrei avere tempo, da perdere. Come accadeva prima di questo futuro amniotico e claustrofobico, quando la Società affondava molto più velocemente, ma cazzo, sì, forse ne valeva la pena, oh sì, ne valeva la pena. Vorrei avere il coraggio di giocarmi tutto per un sì o per un no, contro ogni ragionevole cautela e principio economico. Se avessi solo un altro mezzo litro di tempo lo impiegherei per essere io a digli “Hai gli occhi belli”, prima di qualsiasi altra donna. Invece mi è rimasto solo il fondo del bicchiere, me lo scolo in fretta e con il dorso della mano mi pulisco per bene gli angoli della bocca.

Suonano alla porta.

Devo andare ad aprire.