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Di spigoli di palazzi e altre ferite.

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Si spogliò meticolosamente della prima persona e la posò sul divano, in mezzo al marciume scomposto di un disordine stantio, vecchio di giorni, forse settimane, un disordine marcescente e putrefatto, un disordine abbandonato a sé stesso, vagabondo e ubriaco, scostante e irritabile al punto che non poteva più nemmeno farle buona compagnia. Indossò la terza singolare e fissò per diversi minuti il battiscopa staccato dal muro, percepì il brontolio del boiler rimasto acceso troppo a lungo e pensò, un po’ a tradimento, a quanto a lungo era stata un io e che adesso era solo stanca e indifferente e aveva voglia di sbobinare chilometri di nastri di musica triste e poi di verniciare di chili messicano le pareti della casa e di ridacchiare sommessamente sfregando cerini sulle suole delle scarpe. Uscendo alla luce del sole afferrò in un momento che nulla più avrebbe potuto davvero ferirla, ogni cosa l’avrebbe toccata solo di striscio, marginalmente, come se invece di una persona fosse stata un tappeto elastico o un tergilunotto o una saponetta schiumosa. Alzò lo sguardo, vide gli spigoli dei palazzi romani tagliare con forbiciate precise l’azzurro abbacinate del cielo estivo e immaginò che fossero frecce e ferite ma il pensiero aveva le punte arrotondate e non le tagliò l’anima come avrebbe fatto in altre occasioni, in passato, quando era un pensiero giovane e strafottente, spesso crudele e implacabile, mentre adesso si era rammollito il pensiero, ed era giunto il momento di finirlo, del tutto, con un bagno di Bourbon e frivolezza.

Distrazione.

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Gli spigoli dei palazzi romani svettano in alto tagliando in sforbiciate regolari l’abbacinate celestitudine del cielo estivo. Non sono tagli veri e propri però. Sono più che altro l’accenno di un taglio, la prefigurazione di una ferita che incombe sulle teste dei passanti, romani indaffarati e chiacchierecci, studenti fuorisede preoccupati per l’affitto o per l’esame, turisti stranieri sudaticci e vestiti male, affondati nelle loro guide e nel labirinto delle cartine della città, uomini, donne, bambini, età di mezzo e terza età, campionario di varia umanità in saldo o in sovrapprezzo, vite che si avvitano su sé stesse liquefacendosi e impastandosi con l’asfalto bollente o semplicemente evaporano e diventano bolle d’aria che svaniscono scoppiando a contatto con le punte acuminate dei dissuasori per piccioni. Deve esistere un posto in cui si raggrumano i pensieri di tutti. Forse queste frattaglie di anime diverse se ne stanno nascoste sotto le cartacce unte o i pezzi sparpagliati dei corpi macellati dei piccioni, tra un sanpietrino e l’altro, per riposarsi dal turbinoso fluttuare giornaliero. Ci sarà un’ora del giorno o della notte in cui tutto apparentemente continua a fluire in modo caotico e frenetico e indifferente, come al solito, ma in realtà è solo una recita che nasconde un gran silenzio, perché in quel momento tutto tace, l’universo si riposa, l’azzurro trattiene il respiro e si lascia catturare come dalla stretta di un pugno, in una contrazione impercettibile dell’esistente, che flette il muscolo del nucleo della sua energia primordiale per spiccare il salto. Esiste un istante in cui la Realtà prende fiato, un istante senza zavorra, un momento cristallino in cui il mondo rischia di sgonfiarsi come un palloncino e di appartenere al sogno, all’ombra, all’illusione. Ma gli argini del Reale reggono questo impercettibile colpo di tosse metafisico. Deve rimanere un soffio lieve, non può diventare una polmonite. Allora ci pensano gli spigoli dei palazzi romani a circoncidere il cielo, a raggruppare il gregge nel recinto e a piombare per bene le anime dentro corpi foderati di cemento e preoccupazioni. Ma non è poi così catastrofico come sembra. Deve essere così, non possiamo volare via come pezzetti di carta bruciacchiati senza che il fuoco ci abbia toccato veramente. Si continua a camminare sotto il sole o la pioggia con un ventaglio di sentimenti e sensazioni che rinfrescano la coscienza e massaggiano i piedi o scudisciano la schiena e graffiano gli occhi, a seconda delle evenienze. Funziona più o meno in questo modo: spesso non pensi e agisci d’impulso, a volte ti trattieni, capisci o credi di capire, ami, soffri, gioisci, dubiti, titubi, sbagli, correggi, ripeti, cadi, ti rialzi, ti arrovelli, rimugini, equivochi, fantastichi, ti struggi, ti abbatti, parti, torni, pensi, ripensi, cambi idea, ti contraddici, ti concentri, ti distrai. E poi in un istante inopinato, alzi lo sguardo e lo spigolo di un palazzo orlato di foglie d’acanto trattiene e puntella il cielo sopra di te, mentre tu, semplicemente, ti godi l’eternità di un respiro.