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Quaranta Express.

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Così all’improvviso ricominci a scrivere.
E sarebbe interessante se l’esistenza fosse declinabile alla maniera di un film di Méliès, un proiettile nell’occhio della luna insomma, invece di essere solo una fottuta locomotiva lanciata a tutta velocità nel culo dell’universo. Esistevano due scuole di pensiero e l’ebbero vinta quei due gran furbacchioni dei fratelli Lumière. Questa è la verità. La poesia scomparve dal mondo quando il treno arrivò alla stazione di La Ciotat, da quel momento fu un turbinio di disillusioni e disvelamento di bassezze, una cena romantica organizzata dentro il cesso di un autogrill. La poesia si è estinta come un dinosauro. Ma si trattava di un dinosauro enorme, un dinosauro ingombrante, da non poterlo smaltire sotto un tappeto. Perciò la ricordiamo la poesia e la ricordiamo così forte da pensare che ci sia ancora, che esista, che faccia parte di noi, del quotidiano, che ci redima, che ci salvi. Ci aggrappiamo ad un filmino in bianco e nero, a immagini sgranate che vorremmo avessero più verità di cose tangibili come il vomito, la merda, la malattia, il corpo in decomposizione.
Se solo quel treno non ci fosse arrivato addosso, forse le cose avrebbero preso una piega diversa. La mela della conoscenza sarebbe marcita senza assaggio e l’Eden non ci sarebbe scomparso a tradimento da sotto il culo. Lo sapevamo cazzo che si trattava di mera prosa, lo abbiamo sempre saputo, ma avremmo potuto continuare a far finta di niente, a crogiolarci nella filosofia e nell’abuso di sostanze psicotrope. La bellezza è una bugia ben raccontata. Amiamo la musica, la letteratura e l’arte. Invece ci tocca sorbire il telegiornale, il lavoro nero, i conflitti, gli incidenti, lo sfacelo della politica e Barbara D’Urso. Occorre una reazione in tempi brevi. Snudiamo questa maledetta immaginazione, senza tante mistificazioni ideologiche incancrenite e inutili, spolveriamo il ricordo della poesia che abbiamo perduto ma che siamo incapaci di dimenticare del tutto, che coltiviamo in contumacia, irresistibilmente. Oppure, alla peggio, votiamo la nostra vita al colesterolo e all’alchermes. Io dal canto mio di recente ho ripreso a mangiarmi le unghie e ho ricominciato a scrivere per evitare di arrivare ai gomiti. Per qualche mese ho provato a stare nel mondo, tutta concentrata e rappresa in un complicato intreccio di precariato lavorativo e sentimentale. Non volevo immaginare. Volevo un fottuto contratto di lavoro anche solo lontanamente legale, volevo pagare le tasse, imprecare a piacimento senza sensi di colpa e qualcuno nel mondo che fosse lì per me. E’ stata una teoria di giorni a dieta ferrea di fantasia, iniezioni di concretezza e pragmatismo, denti del giudizio, comportarsi da adulti, restare sul binario, trovare la strada, colpi sotto la cintola, tirarsi su, tirarsi su, un complimento, non credere al complimento, ancora giù, incassare, incassare e andare avanti. Poi per alcuni tratti è stato bello. C’erano amici, musica, colori e fiumi di ebbrezza. Ma essere felice comporta una crisi d’astinenza da immaginazione difficile da superare. Così ho ricominciato. Ero incastrata sul sedile di un 40 express che attraversava il versante sud di Piazza Venezia e ho visualizzato una scena. Io, tirata a lucido e sicura di me, le gambe accavallate, le braccia distese lungo i braccioli di una poltroncina dal design moderno, di pelle bianca. Di fronte a me, Alfonso Signorini, pronto ad intervistarmi, lui e i suoi calzini in filo di Scozia a righe colorate. Un fuoco di fila di domande oziose, a cui rispondo in maniera oziosa, con sufficienza. Posso permettermelo. Arriva il gran finale. “Un’ultima domanda, una canzone, che la descriva appieno”. E’ vagamente marzulliano il Signorini della mia immaginazione. Io lo fisso dritto negli occhi e mi sistemo sulla poltroncina con gesti lenti e calcolati prima di rispondere senza esitazione, sicura e ficcante come un dardo di fuoco: “Pungiball di Piji Siciliani, mio caro Alfonso, è ovvio”. La sua faccia ridotta ad una maschera stolida e sconfitta non ha prezzo. Beccati questo, vita.
Il 40 express arriva a destinazione, io scendo facendomi largo tra i giapponesi.
Una grossa palla gialla incombe su Castel Sant’Angelo.

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Paroxetina naturale.

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Ho un personalissimo modo per affrontare gli strali dell’ansia quotidiana: nel vortice del cambiamento aberrante e dell’incertezza che paralizza io mi aggrappo a tutto ciò che di immutabile e rassicurante c’è. Del tipo sapere che: – la prossima canzone dei Red Hot Chili Peppers sarà assolutamente simile alle precedenti; – la prossima canzone di Ligabue è assai probabile che possa essere altamente simile alle precedenti; – gli uomini non cambiano e noi donne siamo così; – Caterina Balivo si vestirà sempre male e la De Filippi non avrà mai una voce gradevole; – ogni volta che indosso i guanti, esattamente un secondo dopo averli indossati, qualcuno mi chiederà di fare qualcosa fattibile esclusivamente a mani nude; – Federico Moccia ad ottant’anni avrà ancora una voce da prepubere; – Chi partecipa ai quiz televisivi chiede sempre l’aiutino e se può salutare tutti quelli che lo conoscono; . Il trash non lo guarda mai nessuno ma poi ne parlano tutti. – Marzullo sarà sempre uguale a sé stesso, qualsiasi cosa accada, sempre piano piano, poco poco, sottovoce come piace a lui. Insomma cose così. Piccole cose. Che non cambiano mai. Almeno loro.