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Partenze

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Sono state ospiti qui per più di quindici giorni. Due signore francesi, molto distinte e molto discrete. Ho servito loro qualche volta Martini Bianco e ho cercato di decifrare in un paio di occasioni il loro italiano arrangiato, interpretando immancabilmente male i loro desideri. Leggevano molto, amavano starsene gran parte del tempo sotto il grande ombrellone bianco del cortile e fare colazione all’aperto la mattina presto. Forse una delle due era una scrittrice, oppure stava solo cercando di mettere nero su bianco la situazione, facendo contabilità del presente. Per più di quindici giorni la loro presenza pressoché costante ha punteggiato le mie traversate nel cortile sotto il sole, le mie falcate sgraziate, il mio affaccendarmi vano tra la sala della colazione, la reception e il paradiso, il bagno. Mentre passavo, soprattutto se in preda a inopportune battaglie intestinali, percepivo solo chiazze di colore, beige e biondo platino, indistinte, tra i muri farinosi in pietra leccese e l’aiuola dell’albero di limoni. Erano diventate parte dello sfondo, del contesto, dell’arredamento. Non so da che parte della Francia provengano, se hanno un lavoro che le soddisfa, se hanno mai sofferto per amore o portato il gesso o se sono mai state operate di appendicite o di adenoidi. Una delle due, quella che probabilmente era una scrittrice, assomigliava a Vanessa Redgrave. Una bellezza antica e intoccabile. L’altra aveva degli occhi grandi, come Era, la moglie di Zeus dallo sguardo di giovenca. Ma io me ne sono accorta troppo tardi, solo perché qualcuno me lo ha fatto notare. Avevo altro da fare. Dovevo preparare caffè lungo per due, cappuccino extra, riempire di broda le brocche per il the, smontare, pulire, caricare, rimontare la mia pistola spara caffè, e tutto il resto della ordinaria meccanica litania di gesti che farcisce le mie giornate estive da un paio d’anni a questa parte e mi impedisce nel frattempo di pensare alla morte, agli aeroplani, ai centri commerciali, a Barbara D’Urso, ai signor No e alla percentuale di consunzione giornaliera dei tappetini scendiletto che così bene rappresenta la caducità della vita. Poi una mattina la Vanessa Redgrave d’Oltralpe mi aveva chiamato e aveva chiesto il mio nome. Se fossi stata un po’ meno stanca e un po’ più incline alla metafisica avrei anche potuto conferire all’episodio di per sé insignificante un vago sapore cristologico. Ma avevo solo fretta di rifugiarmi in bagno, serrando la porta a doppia mandata, per difendermi dalle forze ostili che infestano l’universo.

Due giorni fa le signore francesi di cui non so niente sono partite, di buon mattino, prima che io arrivassi sul posto. La signora che forse scrive, la signora che ad uno sguardo attento assomiglia a Vanessa Redgrave, prima di andare si è raccomandata di salutarmi da parte sua. Io, quella che correva lasciandole sullo sfondo. Mentre a loro importava della sguattera.

Sarebbe poetico, se non fosse già troppo tardi. Se non dovessi di nuovo correre in bagno.

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