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Procrastinare.

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Non sarà la letteratura a rendermi eterna.
La firma quotidiana sul registro presenze puzza di cracker al formaggio stantii e di condanna a morte. Sfrutto l’ora della pausa pranzo per escogitare escamotage e direzionare il mio livore contro i piccioni. Sono pigra e grassoccia. Non correrò sul tapis roulant della vita per raggiungere grossi obiettivi. Mi limiterò ad acquistare una sputacchiera d’argento e a imprecare incomprensibilmente contro la gente buona e di successo. Contro il tempo meteorologico. Contro l’indice Mibtel. Contro i tessuti acrilici e le buste dei discount. Se vorrò fingere di essere una persona impegnata e responsabile me la prenderò con Berlusconi e la politica, gonfierò le guance e le vene del collo e mi indignerò nei giorni pari, che sono meno di quelli dispari. Saranno le scorpacciate di idiozie a rendermi immortale. Odiare Barbara D’Urso mi eternerà, perdere tempo con delle sciocchezze come il calcio, la reclàme, i teen-agers, la musica pop, il glucosio, le riviste patinate, la vernice metallizzata, i carboidrati, il marketing e la comunicazione, i caffè letterari, i film francesi, gli aperitivi in centro e via discorrendo. Procrastinare con consapevolezza mi farà sentire finalmente padrona della mia vita. Coltiverò anacardi sotto il parquet dell’appartamento e lascerò ammuffire sotto il divano la letteratura.
Almeno questo è il progetto per il breve termine.
Gli analisti di mercato che ho ingaggiato per una consulenza trasversale mi hanno detto chiaro e tondo che non funzionerà a lungo. Le statistiche parlano chiaro. La data di scadenza è stata fissata dalla Comunità Europea, il contratto prevede una procrastinazione a tempo determinato.
Prima o poi toccherà riempirsi il cervello e il cuore e lasciare le bolle di sapone sulla panchina, a vantaggio di qualcun altro. Prima o poi toccherà prendere in mano il viscidume scivoloso dell’esistenza, prima che si muti in carogna putrefatta.
Bisognerà respirare, a pieni polmoni, e sudare e godere e commettere leggerezze. Smettere di scappare. Fare indigestione di ogni cosa. Gettare il tovagliolo sotto la tavola e sporcarsi. Prima che tutto torni inevitabilmente ad essere soffocato dalla paura della morte, tanto cara ai pubblicitari, ai biscazzieri e ai lucratori per vocazione, o “dall’ansia igienista” in stile Omino Bianco che Più Bianco non si Può, che genera il bisogno di idiozia e disimpegno.
O peggio, di letteratura.

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La profondità di una pozzanghera.

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Plic plic plic.
Fanculo le onomatopee, le metafore, le litoti, i climax, le allitterazioni, le metonimie e tutto il cucuzzaro. Che si fotta la poesia.Il giusto modo di pronunciare le parole, la corretta disposizione dei termini in una frase, la perfetta costruzione di un discorso. Al diavolo.
Se solo per un istante l’universo avesse la decenza di tacere.
Invece è tutto un formicolio di urgenza, di necessità di espressione, una battaglia epica tra la noia e la frenesia di esistere. Lo scrittore è stato declassato al rango inferiore di essere umano semplice. Ormai si scrive soltanto per rivendicare il diritto ad esistere, si scrive per esprimere un dato di fatto quasi banale, l’esserci, anzi precisamente l’esserci a tutti i costi, e altre menate standard di questo genere. La letteratura è solo la nuova carta bollata con cui fabbricare in serie sterili carte d’identità plastificate per ognuno, secondo le esigenze, senza distinzioni. La letteratura è diventata una divisa, una democrazia, un ufficio anagrafe. C’è sempre una fila pazzesca allo sportello, il condizionatore è rotto da anni e nessuno si prende la briga di ripararlo. Non c’è più niente di speciale. Non ci sono maledettismi che tengano, solo tavoli da poker apparecchiati per l’ennesimo bluff.
Io sto al gioco. Mi tengo stretta la mia vigliaccheria e il mio lavoretto da quattro soldi. Tra una cosa e l’altra, scrivo parole monotone come l’intonazione della voce di Manuela Arcuri, sempre le stesse parole da anni, una filastrocca, un mantra. Lo faccio perché non riesco più a trovare il mio vestito scintillante di lamè. Quello che vorrei davvero sarebbe un microfono anni ’50, il palcoscenico di un night club e una platea gremita di pubblico. Molto alcool, noccioline, uno strato di sporcizia sul pavimento e un barman che asciuga i bicchieri dietro al suo bancone e guarda verso di me con aria compiaciuta, perché sa che questa sera gli farò fare un incasso da urlo. Voglio stare sul quel fottuto cazzo di palco e cantare tutta la notte. Voglio che tutti cantino con me e che gli occhi brillino e le mani battano fino a spellarsi.
Invece scrivo, scavandomi la fossa ad ogni parola. Mentre fuori qualcuno pesta una merda di cane e il traffico stritola indifferente metro per metro ogni angolo di questa città zombie, io resto sveglia a desiderare che qualcuno prima o poi abbia il coraggio di amarmi nella mia interezza e non mi prenda in punta di coltello, selezionando quarti di bue, come dal macellaio. Ma è troppo complicato circumnavigarmi e comprendermi tutta. Ci sono troppi decimetri di carne per un solo uomo. E’ ovvio e inevitabile che non interessi tutto il pacchetto, sarebbe da indigestione, da lavanda gastrica. Del tutto comprensibile un “no, grazie”. Meglio andarci piano, poche fettine alla volta. Amarmi a punti, senza sforare, alla maniera della Weight Watchers. Senza esagerazioni.
Ma, a parte le ciance, cosa abbiamo in agenda?
Timbrare il cartellino anche oggi. Farsi riconoscere, a suon di parole. Provarsi ad essere profonda come una pozzanghera, per diminuir l’incomodo.
E sorridere sempre, mi raccomando, dentro la fototessera.