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24ore (proiezioni oniriche).

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Francamente un’acconciatura ridicola. Avevo provato a staccarmi la testa con una rasoiata ma il colpo era venuto floscio e sbieco. La testa è rimasta al suo posto e i capelli imbizzarriti si sono sparpagliati senza ritegno sul capo, ciocche sbilenche e frange storte, la proiezione realistica e concreta del peggiore degli incubi di Jean Louis David. Poi mi sono addormentata, qualche giorno fa. E non sono sicura di esserne venuta fuori del tutto.
Sbattuta contro un muro ho vorticato per un paio di minuti, per qualche ora. In verità non mi sono mossa affatto. Ero prigioniera del mio corpo prima e lo sono ancora adesso. Anche se dormo e sto sognando il mio corpo non cessa di indulgere alla progressiva inarrestabile decomposizione biologica. Ma nel sogno sono luminosa e leggera, così tanto che l’impresa di sollevarmi dal suolo diventa una bazzecola, o forse no, è un’impresa pericolosa, come lo sganciamento della bomba atomica, sono una nuvola di vapore mefitico pronta ad infrangersi con vellutato fragore esiziale sul tombino SPQR più vicino. Il mio posto è nel paradiso limaccioso tra il bordo del marciapiede e la distesa di foglie marce che veste l’asfalto del vialone giallo. La città è più umida e sordida del solito stanotte. Il fiume rumina i suoi fottuti ricordi millenari e il Colosseo cede qualche metro di trincea alla malinconia e alla sconfitta, dimenticandosi per un poco di essere eterno, disumano e immobile, tanto da potersi lasciare scivolare addosso indifferente il fetore della vita che scorre e il caos della metropolitana gravida di giapponesi. Ad un certo punto, lui. Inaspettato. Era così vicino che potevo contare i pori della pelle del suo viso. Era vivo ed era accanto a me. Voleva me. Aveva una disperazione dentro e un fuoco sotto la pelle, un’intermittenza violenta e irresistibile. Ho guardato, insonne dentro il mio sogno, ho guardato senza stanchezza la curva morbida della sua schiena bianca. Ho provato a leggere il segreto delle sue labbra. Gli occhi spalancati nei suoi occhi belli e il suo corpo, un meraviglioso geroglifico di carne custodito gelosamente dal lenzuolo. Un mistero tuttavia pronto a disvelarsi. Ma è arrivato il giorno e troppe cose seppellite in me non sono riuscite a venire a galla. Prigioniera di un corpo che sogna, un corpo in coma che tarda a svegliarsi. Un corpo bugiardo, un corpo traditore. Non oso immaginare i tempi e i costi della riabilitazione. Il fisioterapista mi informerà a tempo debito che è troppo tardi e io metterò mano alla pala e seppellirò ancora, getterò terra e letame fino a che non farà più male ripescare per caso una giacca di velluto e passi che si allontanano e la nube islandese che non si dirada.
Spero solo che la fisioterapia sia scaricabile dalle tasse.
Domani, se mi sveglio, chiamo la commercialista.

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