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Insonnia.

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Ho un regime di vita del tutto assurdo e scombinato. Cerco di sfuggire correndo all’indietro al moto di rotazione di questa palla d’acqua e terra su cui poso le terga e gli anni bisestili mi ostino anche contro il moto di rivoluzione, per semplice capriccio. E’ una partita persa in partenza, lo so, come quella contro gli stupidi sentimenti del cuore, ma forse inopinatamente non sono un dio minore come segretamente spero e nemmeno un essere umano come a torto credo, ma sono solo un mulo o una scolopendra e allora tutto questo lottare non esiste o non importa più di tanto. Anzi ecco la verità, sono una cavia da laboratorio: sto dentro un labirinto di plastica e sbatto clamorosamente e ostinatamente la testa contro la parete di un vicolo cieco. Imparerò una buona volta dall’errore o resterò ottusa e irrazionale fino alla battuta finale? Sono imbottita di chissà quali astruse diaboliche porcherie e mi muovo dentro l’esperimento della mia vita senza rendermi bene conto che poi alla fine dei giochi non saranno concessi bis. E non è la caffeina che mi fotte, giuro, non è la caffeina, povera cara, non è colpa sua. E’ la capacità di pensare, di immaginare che mi manda in pappa il cervello. Sì! La mia droga è quella cosa appiccicosa e spesso perniciosa che qualcuno chiama anima, qualcun altro chiama inconscio, e via di seguito tutte quelle robe complicate di stampo freudiano o junghiano o chessoio. Sogni, desideri, memoria, fantasie mi confondono, il cuore palpita e il sonno svanisce, il riposo è impossibile con tutto questo circo dentro e forse solo una sbronza come si deve può mettere a posto le cose. Dovrei smetterla di raccontarmi e di raccontare storie. Dovrei svegliarmi dal sonno dell’immaginazione e dormire finalmente dentro una vita priva di infiocchettature.
Eppure la tachicardia è irrefrenabile, anche se smetto di bere caffè per settimane, e le speranze hanno sviluppato un’anomala resistenza al vaccino della ragione e questo io non posso proprio cambiarlo. Non voglio cambiarlo. Adoro rimbalzare addosso alle contraddizioni, senza risposte e senza logiche. Sono una bestia emotiva, irrazionale e colma di stupore. Forse se non ci fosse stata la letteratura, il cinema, la musica e altri simili bon bon ci avrei dato un taglio e tanti saluti. Ma alla fine qualcosa che non avevo previsto mi sorprenderà. E di tutte le farneticazioni sarà valsa la pena.

Nel dubbio non dormo, ecchissenefrega.

La iena ha paura.

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La iena ha paura.
Preferisce ascoltare risate registrate di gente morta trent’anni fa e iniettarsi del caffè nero bollente in endovena piuttosto che mettere piede fuori dalla tana. La iena ha coperto gli specchi con pesanti drappi rossi e si è messa a piroettare in mezzo alla stanza.
Un tempo scardinava porte e beveva sapone liquido, perdeva tempo scarabocchiando futuri prossimi, remoti o anteriori e si manteneva vendendo fumo ai crocevia delle grandi strade maestre. La iena da giovane vagava indolente su boschi di chiodi e non sentiva dolore. Imparava a memoria l’amore lasciandosi bruciare sotto il sole. Un velo intessuto di fervida immaginazione la proteggeva dalla verità. Poi un giorno dovette andare ad abitare nel reale. E cominciò a tremare. Ma era solo delirium tremens.
La iena ha paura. O forse è solo rincoglionita. Piange  per un nonnulla e prenota il proprio servizio funebre per tenersi avanti col lavoro.
Non crede più alle storie che si racconta la sera prima di mettersi a letto. Non riesce a dormire. Fa fatica ad accettare che il sole sorga sempre da est e tramonti sempre ad ovest. Cova speranze di imprevedibili rovesciamenti di fronte. La iena si annoia e combatte a colpi di uncinetto contro nemici invisibili.
Quando oblìa la sua demenza pensa di avere realmente paura.
Così spesso manda in giro un’altra iena a vivere al posto suo.
L’altra iena è una carogna temeraria.
Si crede immortale e ruba i portafogli alle vecchiette che vanno dal parrucchiere.
La iena è una e bina. E se una metà fa cilecca, l’altra mira dritta al cuore e spara.