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All in.

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All in.

La iena non sa giocare a poker. Non sa giocare a ping pong, non sa costruire castelli di cubi e non riesce mai a passare al livello successivo. La iena è rimasta cristallizzata ai tempi gloriosi del bruco mela e del trenino. Lei sa solo perdere tempo e inventare delle scuse da raccontarsi a rate mentre sale sui treni fermi o sguscia sotto le marmitte delle macchine parcheggiate in sosta vietata o in doppia fila. La iena ha bisogno di soldi e di responsabilità. Ma non vuole ammettere che non è più tempo di passare la notte fuori a seguire il moto ondivago delle foglie di olmo accarezzate dal vento e dal pelo del gatto nero girovago e senza una zampa. Sarebbe bello potersi ancora accontentare di vivere la vita frugando tra i bidoni della spazzatura, costruendo fiori di stagnola e contando i granelli di sabbia per poi bearsi dello scroscio d’acqua che si porta via ogni residuo di tempo inutile e sprecato. La iena deve imparare a trattenersi perché non sa giocare e anche se per caso fosse capace di tenere tutte le carte in mano e sapesse per inopinate circostanze qual è la sequenza giusta per vincere la mano, beh quella sequenza non sarebbe la sua. La iena ha dimenticato come si fa ad incrociare le braccia. Se ne sta sospesa su una gamba sola cercando di imparare di nuovo il modo di salire sull’albero per potersi astenere dal turbinio di cotillons che vede impegnato giorno dopo giorno tutto il caravan serraglio del consorzio civile. Ma una mattina qualcuno le ha spezzato le braccia e le gambe e le ha dato potere decisionale. La iena si è morsicata la lingua e ha strabuzzato gli occhi. Adesso che faccio? La iena non è fuori. Non è dentro. La iena è. E basta. E non lo aveva previsto, per cui ora striscia per terra in cerca di un manuale di istruzioni. Si adatterà. Forse si trasformerà in un anfibio o in un pesce. Forse si disintegrerà, sarà sabbia sottile, portata lontano dalla brezza dell’autunno sbuffante. Esiste l’evoluzione, esiste il tempo, esistono i sì, i no, i forse, le domande e le risposte, i bar, i caffè, i toast, gli uomini, le birre, le canzoni, le donne, il cuore, il cervello, le scelte, le cause, le rinunce, gli impulsi, le conseguenze, gli errori, esistono troppe cose così reali che ad immaginarle sembrano finte come statue di cera. La iena accende un fuoco con i denti e brucia i simulacri sull’acciottolato della piazza deserta. Le ricresceranno le braccia e le gambe, qualcosa accadrà, a lei o alla sua genia. Forse alla fine la bestiaccia accetterà il fatto di essere una cosa viva e reale, che respira, palpita, vede, sente, tocca, ama e la smetterà di giocare a fingersi immaginaria, immortale. La iena si eserciterà a morire e proverà a vivere al suo posto, là, in mezzo a tutti quelli che cadono.

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33.

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La iena è tornata più o meno ammaccata, più o meno sconfitta, più o meno indecente di come era prima. Fatto sta che è di nuovo qui, con gusci d’uovo rotti e sigarette spiaccicate nelle mani, la pettorina col numero 33 sul petto e uno stuolo di orsetti lavatori al seguito e di gatti col cagotto nel bagagliaio.

L’insonnia continua a mangiarsi la iena notte per notte e lei strizza gli occhi ogni volta un pochino più forte, tentando di farseli schizzare finalmente fuori dalle orbite. Ma niente.

La vita va, ancora, di nuovo, non si è mai fermata. Nulla è cambiato e niente è più come prima.

Sparate sulla iena.

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Sparate sulla iena. Datele addosso, non lasciatele scampo. Se vi capita a tiro eliminatela fisicamente. Lei non si merita di stare qui. La iena è finita, la iena è perduta, la iena è un obsoleto strumento di vivisezione di sentimenti contorti come lamiere. Gettatele addosso olio incandescente, catene di metallo arrugginito, filo spinato, chiodi appuntiti, cimici mangiatrici di carne di iena, pentolame, coltelli, lame e affini, sedie, palle da bowling, una vecchia zia di Forlì, cassonetti dell’immondizia, il Vesuvio, un treno, un tram, un filobus, sanitari di ceramica, bidè di cemento, cassetti, armadi, qualcosa, qualsiasi cosa.
Sparate sulla iena.
Fermatela per carità.
Sopprimetela prima che raggiunga la fermata della metropolitana. Lasciatela schiattare sull’asfalto e continuate la vostra passeggiata, andate a mangiare un gelato, fate finta di niente, anestetizzatevi il cuore e il cervello con un’iniezione di ghiaccio dolce.
La iena deve disintegrarsi particella dopo particella sopra l’asfalto bagnato, sotto un cielo atono ed un sole indifferente. Che di lei resti soltanto una sbiadita macchia giallastra tra il tombino e la pattumiera.
Se la iena sparisse sparirebbe quel fastidioso schiocco all’altezza dello sterno, sparirebbe la sensazione di sentire l’anima staccarsi dal corpo, cesserebbe la malinconia di non averlo mai avuto mio, la nostalgia per la consapevolezza che non mi guarderà mai in quel modo, come guarda lei
……………….eehehehhehhehhhehhehheheheeeh………………………..
Ride la fitusa, ride. Oddio dannata iena, non insistere, finiscila, quello sguardo non sarà mai per te, non ci saranno folli corse in macchina di notte per raggiungerti, ci saranno solo altre notti bianche, ci sarà Carmelo Bene a farti compagnia, ci saranno i fantasmi e le streghe, ci saranno i ricordi e ci sarai tu, la iena, maledetta bestia immaginaria, ci sarai tu a confondere i pensieri, a far sbiadire la realtà e a ingannare ancora col gioco perverso dell’immaginazione.

Sparate sulla iena, sparate, sparate, sparate, per carità.

Anzi no, lasciamo perdere. Sarebbe tutto troppo noioso, troppo reale, troppo ordinario senza di lei. E poi mi piace come prepara il caffè. E un caffè vale bene la sua vita.

Do not disturb.

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La iena non toglie il disturbo. La iena resta. Se si butta dal balcone rimbalza e ritorna esattamente al suo posto. La trovi lì, dove è sempre stata. In fondo la iena è di compagnia. Potresti stare ore a sentirla sogghignare nella penombra azzurrina della cella frigorifera. Se le gira può raccontarti di quando lavorava in obitorio o di quando faceva la ballerina di fila in un locale radical-chic nell’upper east side. La iena mastica continuamente grani di parole e sputa fuori brandelli di vita innaffiati d’aceto e di miele, basta che tu batti le mani e lei ricomincia coi suoi patetici minuetti, come una scimmietta coi piattini. Alla iena non importa niente. Il suo sogghigno riempie lo spazio e sbatte fuori ogni altra cosa. Se la incontrate fatevi raccontare di quando era innamorata, sì, quella è la storia più buffa di tutte. Perché una volta quella bestìa infame si era convinta di essere viva, di camminare realmente sui marciapiedi delle strade del centro città, addirittura credeva che il muscolo pulsante al centro del suo petto fosse un cuore, ridicolo, già, ridicolo, un cuore, un cuore capace di provare cosucce ridicole come i sentimenti. Erano strani giorni quelli. La iena si alzava presto la mattina e andava a comprare il latte fresco, poi saltellava nei giardini delle case vicine rotolando sulle aiuole. La iena faceva le fusa. E la colpa era tutta di una specie di mostro con gli occhi gialli. Il mostro viveva nel sottosuolo e detestava la luce del sole, passava il tempo scavando cunicoli sotto la città e saliva in superficie solo di notte, alle 5 e 45, per farsi una birra ghiacciata prima del sorgere del sole. La iena un giorno era caduta in un tombino ed era finita esattamente sopra il modellino di veliero che il mostro aveva impiegato tutta la vita per costruire. Il modellino era andato distrutto, il mostro aveva scardinato ogni giuntura della iena con un vecchio cric arrugginito e quella povera mentecatta era rimasta irrimediabilmente conquistata. Ma poi il mostro e i suoi occhi gialli erano restati rintanati nelle fogne e la iena era uscita fuori a riveder le stelle, immaginandosi chissà cosa. Per giorni e giorni. Alla fine ad un certo punto si era accorta che il latte lo stava bevendo da sola e sulle aiuole c’era soltanto la sua impronta Così era scesa di nuovo nelle fogne. Aveva preso il mostro, i suoi occhi gialli e i suoi stupidi modellini e aveva tagliato tutto ben bene a pezzetti. Poi aveva frullato i cubetti maciullati insieme a latte e ghiaccio e si era bevuta il suo amore e il suo cuore per rinsavire.
La iena ricorda questa faccenda e sogghigna più forte. Adesso sa di nuovo di non esistere, di non avere un cuore, di non saper amare e di non essere assolutamente capace di fare qualsiasi altra cosa che non sia il semplice sogghignare. La iena cerca di dimenticarsi di ricordare. E se per caso due occhi gialli fanno capolino nella nebbia dei suoi falsi pensieri, lei scrolla la testa e accende la tv. Ci sono i film e ci sono i cartoni animati. Se non puoi amare perchè sei fatta di metallo questa roba va decisamente più che bene.

La iena è tornata.

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La iena è tornata.

Si è fatta una breve villeggiatura nei giardini di Versailles ma poi è tornata indietro. Tra torsoli di mela e bucce di banana. Si è fatta spazio tra cumuli nembi ed tornata alla ribalta lasciandosi alle spalle tutti gli scandali, ben riposti nelle bisacce di una vecchia gioventù. Il pubblico l’ha sommersa di fischi e allora lei si è traforata i timpani con due matite colorate. E’ rimasta sveglia per ventiquattro ore per non dover mettere in ordine il garage del cuore e poi ha perso ancora tempo sperperando i giorni sulla tangenziale est illuminata dai grigi lampioni allampanati e copputi.

La iena è tornata. Schiacciata come un tappo di birra. Risucchiata dalla voragine delle sue occhiaie. Non ha tempo ma lo ignora perché ha arrostito il Bianconiglio sulla brace del giardino e ha ingurgitato l’orologio, che adesso non fa più tic tac. La  iena  è finita, la  iena  non esiste, la iena è meno consistente di una crosta di formaggio sottile. Ma tutto questo lei non lo sa. Lei si crede vincente ed infinita. E allora lasciamoglielo credere. Non cancelliamola anzitempo. Manteniamo il suo segreto. Tanto si farà fuori da sola prima o poi quella fottuta bestia svitata.

La iena ha paura.

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La iena ha paura.
Preferisce ascoltare risate registrate di gente morta trent’anni fa e iniettarsi del caffè nero bollente in endovena piuttosto che mettere piede fuori dalla tana. La iena ha coperto gli specchi con pesanti drappi rossi e si è messa a piroettare in mezzo alla stanza.
Un tempo scardinava porte e beveva sapone liquido, perdeva tempo scarabocchiando futuri prossimi, remoti o anteriori e si manteneva vendendo fumo ai crocevia delle grandi strade maestre. La iena da giovane vagava indolente su boschi di chiodi e non sentiva dolore. Imparava a memoria l’amore lasciandosi bruciare sotto il sole. Un velo intessuto di fervida immaginazione la proteggeva dalla verità. Poi un giorno dovette andare ad abitare nel reale. E cominciò a tremare. Ma era solo delirium tremens.
La iena ha paura. O forse è solo rincoglionita. Piange  per un nonnulla e prenota il proprio servizio funebre per tenersi avanti col lavoro.
Non crede più alle storie che si racconta la sera prima di mettersi a letto. Non riesce a dormire. Fa fatica ad accettare che il sole sorga sempre da est e tramonti sempre ad ovest. Cova speranze di imprevedibili rovesciamenti di fronte. La iena si annoia e combatte a colpi di uncinetto contro nemici invisibili.
Quando oblìa la sua demenza pensa di avere realmente paura.
Così spesso manda in giro un’altra iena a vivere al posto suo.
L’altra iena è una carogna temeraria.
Si crede immortale e ruba i portafogli alle vecchiette che vanno dal parrucchiere.
La iena è una e bina. E se una metà fa cilecca, l’altra mira dritta al cuore e spara.

La iena si diverte.

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La iena si diverte.

La iena se ne frega. Dice una cosa e poi la nega. Si strappa di dosso il cuore per una quisquilia o per il suo contrario. Si mette addosso ‘a birritta ccu ‘i ciancianeddi e vaga per la città. La iena ride, urla a squarciagola, corre per la strada mentre le prefiche vestite di nero spargono lacrime sulla sua tomba vuota. La iena fa il solletico a chi la compiange, straccia le vesti e tira i capelli a chi la incensa, infesta i sogni di chi la incontra. La iena gira come una trottola e non sa femarsi. Tutto la trastulla, tutto la diverte, tutto la rende depressa e infelice, solare e mendace. La iena non è seria, non ci si può fidare, è una bomba impazzita che non si può controllare. Ha lasciato nella toppa la chiave della coerenza, della razionalità, spesso piange forte e pensa che non ce la farà. Dopo canta sotto la pioggia una canzone partigiana e la sua mente è vuota, vaga, strana. La iena è un noioso pedante accidente, sembra che gliene importi ma non gliene importa niente. Eppure quando nessuno se lo aspetta, quando nessuno crede più in lei, prende la rincorsa e diventa un’altra, splendente, amorosa, diversa, sembra proprio un’altra persona ma invece è sempre la stessa. La iena lascia una scia di astragali candidi alle sue spalle e ride, si diverte ancora, vive come se fosse arte, lei non si muove di un millimetro stando nell’atteggiamento di chi perennemente parte. La iena corre sopra il filo aspettando di cadere, lo sa che finirà ed è per questo che è capace di godere.