Archivi tag: Herbert Pagani

15.

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#”Bastan poche briciole, lo stretto indispensabile, e i tuoi malanni puoi dimenticar”: mastico il ritornello mattacchione dell’orso Baloo e penso che la verità sia sempre di una banalità accecante. Guardo fuori dalla finestra e la logica del profitto e del successo mi si palesa come un enorme mostro viola dai denti aguzzi che sbatte disperato la coda in questo inevitabile crepuscolo del capitalismo post-moderno. Ancora pochi colpi e poi stramazzerà, mi dico. Occorre inventarsi nuove tecniche di resistenza nel frattempo, deduco. Questa è la nuova battaglia, mi ripeto, cercando di intercettare lo sguardo di qualche sodale, al di là della nebbia, del fango e delle manipolazioni tipiche della società di massa. Intanto comincio io. Bevo un bicchiere, sorrido senza motivo. Se lo penso, dirò che è merda ciò che agli altri sembra cioccolata. Avrò più rispetto dei miei sentimenti, li tratterò come preziosi bicchieri in cristallo di Baccarat, non permetterò più nessuno, nemmeno a me stessa, di romperli. Non avrò paura. Perderò tempo. Come adesso, che dovrei fare altro ma mi lascio distrarre chiedendomi chissà che odore aveva la pelle di Herbert Pagani, chissà quanto sarebbe stato bello affondare la mano nei suoi capelli.

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Me against the machine

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In attesa del ruggito lavo i piatti. Anche se quella maledetta lavastoviglie tenta in tutte le maniere di soppiantarmi io resisterò. “Lei può farlo meglio e più velocemente di te”. Dai, cazzo, è solo una macchina, le manca l’anima. Io monto la schiuma del detersivo al limone come se fosse la crema del cappuccino, accarezzo i piatti con la passione di un’amante, scrosto lo sporco con la dedizione e la pervicacia di un colonnello prussiano. Io poi posso fare anche altro, perdinci, ho il pollice opponibile, tozzo, ma opponibile. La lavastoviglie no, lei non ha nemmeno una faccia. Non può sorridere ai turisti francesi che le parlano in spagnolo e non può capire che “Leche fredda” non è una considerazione sulle condizioni meteorologiche del capoluogo salentino, ma la richiesta di un sorso di latte freddo per contrastare la calura mattutina. Lascia stare i piatti mi dicono. Ma io i piatti non li lascio stare. Non mi farò eclissare, rivendicherò il mio diritto ad esistere, pur accoccolata sull’ultimo gradino della scala sociale dell’industria del turismo. Sarò un surplus, ma faccio parte del pacchetto. Il Capo e la piccola Luogotenente hanno in pugno la situazione: prenotazioni, stanze, torte, spesa, caffè, cappuccino, bottigliette di acqua fresca in cestini di vimini, informazioni gratuite, segnalazione dei ristoranti migliori, tutto organizzato al centesimo di secondo. A me restano solo autostrade di piatti da lavare, centimetri di dignità umana da strappare alla maledetta lavastoviglie, conquistando terreno palmo a palmo, il mio regno, il mio regno è un altro pezzo di ceramica pulita e una forchetta d’argento brillante. A me restano le facce scombussolate dei clienti drogati dal mare e dal sole, quelli che nel tardo pomeriggio chiedono di straforo un aperitivo. Io verso tre dita buone di Martini Bianco nel bicchiere/cratere, con poco ghiaccio, e questa volta sorrido sul serio, complice, pensando a Herbert Pagani. Li vedo camminare scalzi nel giardino, col loro bicchiere in mano e immagino come diamine abbiano fatto, a partire dalle loro vite a finire poi dentro questo tramonto, in un paese di meno di novecento anime, dove diventa difficile raccapezzarsi a causa del florilegio di cartelli che indirizzano in tutte le direzioni. Per andare dove devi andare puoi andare dove accidenti ti pare.
Ecco servita la vacanza, signori, senza ghiaccio, tutto compreso.
Buon divertimento.