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Che fine ha fatto Zack Morris?

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Questa è l’ora consueta del notiziario cinematografico. Stesso posto, stessa ora anche questa sera. Ho bisogno di circa tremila once di futilità ben distillata, mi raccomando, niente letteratura, niente referendum e sfiancanti marce per i diritti civili. Ho la pancia gonfia e nemmeno un fottuto cucchiaino di yogurt Activia, o, in alternativa, un mezzo stinco della Marcuzzi da sgranocchiare con calma mentre sul teleschermo ballano i consigli per gli acquisti. Ho una stamberga piena di polvere e poche banconote da cento che scialacquerò acquistando inutili suppellettili fosforescenti per il mio animaletto virtuale. Pianterò un albero fittizio e aspetterò che ne crescano i frutti e poi spargerò il diserbante nel cortile del palazzo e nei giardinetti per distruggere le petunie e le begonie della signora del piano di sopra e intossicare i bambini incastrati nello scivolo, i cani di piccola taglia che tentano il suicidio provando ad azzannare degli yeti metropolitani e i venditori di becchime e di castagne che se ne stanno affumicati e sospettosi all’angolo di una coin qualunque. Sto impazzendo, ecco la verità. Sono pazza e scrivo. Sono pazza perché scrivo. Non so cosa diamine sarei disposta ad inventarmi, quale assurdo machiavellico stratagemma sarei disposta ad attuare pur di non essere costretta a scrivere. Per assurdo, sarei addirittura disposta a vivere. Sì, perché no? Allora quasi quasi mi trovo un lavoro, vado a dormire presto e mi sveglio presto, sgobbo, sgobbo e a fine mese riscuoto. Stipendio, contributi, tredicesima e quattordicesima. Sì, un contratto regolare a tempo indeterminato. Certo! Metto i soldi da parte e ogni domenica vado a teatro, alla pomeridiana. E al cinema anche, una volta a settimana, dopo lavoro, se sono particolarmente in vena, anche due, ecchecazzo, crepi l’avarizia. Cene al ristorante con gli amici, aperitivi, serate di gala. Una relazione sentimentale stabile e matura. Impegno politico e volontariato. Una vita intensa e piena, una vita in cui non c’è spazio per l’insonnia, il lassismo, la noia, l’angoscia, l’aerofagia, il decadentismo ottocentesco, i cibi surgelati, lo zucchero filato colorato, i cotton fiock, la sociologia fast food dei telefilm americani e la fenomenologia dell’iperventilazione. Invece no. Ho il fiato corto e la mente che si restringe di un millimetro al giorno. Sto implodendo e, quantomeno al momento, ho deciso di assecondare questo fottutissimo moto centripeto che distorce le mie percezioni. Perché quello che vedo intorno a me non può essere vero. Non posso vivere in un paese in cui si tacerà per un mese a reti unificate e dopo, uno a due, si continuerà a tacere e a sorridere qualsiasi cosa accada. Mangio anche io un panino a questo giro e subito dopo mi metto in ginocchio e prego ogni divinità disponibile ad ascoltarmi di avere un’altra occasione. “Oggi può essere un gran giorno, datti un’opportunità” recitava il jingle di un noto spot che qualche anno fa invogliava al gioco d’azzardo legalizzato. Oggi può essere un gran giorno. Ma quasi sicuramente sarà un giorno di merda. Si mormora da qualche parte che ogni essere umano nel suo piccolo possa contribuire a cambiare la sua vita ed un pezzetto di mondo. Ma sono troppo sfatta e stordita adesso per sapere se si tratta di un’ipotesi reale o se mi sono confusa di nuovo con la letteratura. Dovrei smetterla di iniettarmi caffè e gossip in endovena, dovrei smetterla di ingurgitare postmodernità e provare a rimettere in sesto la mia capacità di reazione. Ma non è facile. La tivvù sputa fuoco ininterrottamente da un mese e mezzo o forse più e il reale mi piomba addosso come una poltiglia melmosa.
Sono le 3.24. Alle 7 sarò in piedi e andrò a lavorare per il mio non-futuro.
Chissà che fine ha fatto Zack Morris dopo la conclusione di Bayside School.
Chissà.

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