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Flash forward.

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Ho mangiato gerbere rosse. Le ho annegate in ettolitri di tè semibollente. Ho deglutito con diligenza quel piscio caldo, inarcando esponenzialmente il mio sopracciglio sinistro ad ogni sorso. Ho sparpagliato sul pavimento i bastoncini dello shangai e ho riflettuto sulle cose davvero importanti, come il cibo sintetico incrostato sulla superficie antiaderente delle padelle, il sugo che ammuffisce placidamente da settimane nel frigorifero e altri abominevoli accidenti che di volta in volta rendono palpabile alla mia coscienza la consistenza putrescente eppure fluida della vita. Sono fatte così in effetti le cose che contano, si tratta sempre di materiali deperibili e solo occasionalmente riciclabili. Non c’è poi tanta differenza per esempio tra l’amore ed il tetrapack. O tra la felicità ed un pezzo di scamorza affumicata che comincia ad andare a male. Puoi provare a salvare la scamorza, certo, puoi tagliare il pezzo marcio e tirare avanti ancora un poco, così come puoi riciclare il tetrapack, ma alla fine, cazzo, arrenditi, è andata. Ricordati solo di fare la differenziata amico, di separare l’umido dalla carta, dall’alluminio, dalla plastica, dal vetro, e il presente dal passato, l’amore dall’abitudine, la felicità dalla rassegnazione. Questo tempo che incenerisce tutte le cose ci incombe addosso come la maledetta influenza suina. Ma l’influenza era tutto uno scherzo, una specie di sbruffonata da bar, mentre il tempo non gioca affatto, il tempo ingurgita Topo Gigio in un sol boccone e se ne strafotte di lui come di tutti i tuoi progetti, di tutte le tue lacrime, di tutte le tue aspirazioni, amico. Il tempo è un imbuto che sfocia in un inceneritore abusivo e noi che abitiamo il tempo, illudendoci di abitare spazi e vite, di coltivare orti e speranze, di costruire templi e centri commerciali, stiamo solo precipitando verso una specie di intestino inesorabile che si nutre da sempre delle stesse cose, senza stancarsene mai. Però non è tutto così orrendo, perché in genere si precipita cantando a squarciagola la musichetta del can can e c’è quasi un’allegra confusione e di sicuro un rassicurante tintinnio di bicchieri di cristallo. L’orchestrina suona sempre, anche quando il tetrapack, la scamorza, l’amore e la felicità sono ridotti ad una deplorevole poltiglia fetida semidigerita. Chissà perché tanta speranza? Come se la raccolta differenziata potesse salvare il pianeta! Ma organizzare per bene tutta la spazzatura che mi ritrovo dentro, separare ogni cosa in compartimenti stagni, ricondurre ogni aspetto alla giusta prospettiva, dando ad ogni sentimento organico o inerte che sia il peso che merita, forse non salverà il mondo intero ma almeno può aiutare me a riprendere fiato. La verità è che vorrei essere disperata, perché percepisco sul fondo dello stomaco la tua voluminosa assenza e mi pare di ricordare, come una specie di eco spaccatimpani, che non averti più accanto mi fa un male quasi fisico. Sento granelli di sabbia scorrermi sulla pelle, bruciarmi le ferite ancora aperte che per pigrizia sono stata incapace di disinfettare, e so benissimo che passandomi addosso, questi minuti di sabbia tagliente, con precisione chirurgica, ti rendono via via a me più estraneo, inafferabile ed evanescente. Eppure al momento sono tranquilla. Ho smesso di correre e non mi terrorizza più così tanto l’idea di non poterti mai raggiungere. E’ bastato un po’ di calcestruzzo per attutire il rumore del passato prossimo ed una tabella di orari prestabiliti per disciplinare la diretta, riducendo al minimo sindacale il rischio di contrattempi. Per quanto riguarda il futuro, poi, sono a cavallo. Ho avuto un flash forward. Esattamente tra una settimana, a mezzogiorno in punto, andrò a buttare l’umido nel cassonetto e capirò finalmente, con tutta la salvifica e abbacinante chiarezza di un’illuminazione epifanica, che a Roma il servizio di nettezza urbana, checché se ne dica, funziona e che noi esseri umani continueremo in eterno, nonostante tutto, a vivere proiettandoci in avanti, pur sapendo di essere, prima o poi, destinati a cadere e a sprofondare.
La prolessi non è altro che un banale prolasso dell’Io. Ma finché siamo in partita resta comunque una signora carta da giocare.

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