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20.

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#Sono afflitta da visioni lisergiche che si affastellano nella mia mente come pezzi di sottiletta del discount. In una di queste esperienze extra-sensoriali, mi vedo scendere frettolosamente dal tram con una ragazzina dai capelli rossi al seguito, e quella ragazzina, che avrà suppergiù dieci anni, è mia figlia. Io la prendo per mano, per farle attraversare la strada, ma, prima di affrontare le strisce pedonali, mi blocco, mi giro verso di lei, la tengo per le spalle e le dico, seria: “Tesoro, tienilo bene a mente, Violetta, quella della tv, è una puttana, ricordatelo, solo una puttana”. Poi la bimba svanisce e così anche il tram e la strada e le strisce pedonali. Mi ritrovo in un bugigattolo fumoso, una specie di ristorante giapponese male in arnese dove servono esclusivamente zuppa di ramen. Dietro il bancone c’è un uomo tarchiato, con uno strofinaccio unto annodato intorno alla fronte e il naso schiacciato e paonazzo. Il tizio è avvolto in una saporosa nube di vapore acqueo, mi fissa a lungo in silenzio e poi mi dice: “… è buono, ma non abbastanza buono”. Quindi mi volta le spalle e torna ad occuparsi delle sue pignatte, mentre io resto lì impalata, inchiodata sul tappetino d’ingresso. E in quel preciso istante mi rendo conto che quel tipo robusto è Dio. E che non sta affatto parlando delle zuppe.

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Notte in Do minore.

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Un foglio bianco senza margini, una cartina senza coordinate. Tazze, bicchieri, coltelli, sedie, assi del pavimento. Fuori dalla mia testa piove ininterrottamente da diversi giorni. Non posso avere il controllo di ogni cosa. Non riesco ad avere il controllo del mio bidè, figuriamoci il resto. Io non sono una storia. Io sono una persona. Sono una donna. Una giovane donna. Una giovane donna del ventunesimo secolo. Sono una giovane donna del ventunesimo secolo e vivo in una grande metropoli. Ma provengo dal paesello. Grasse risate. Montagne di piatti sporchi da lavare, borse, fogli di carta, locandine strappate, vestiti e cuscini. Macerie. Macerie e disordine. Macerie, disordine e confusione. Ho messo la memoria in vendita e il desiderio nel congelatore. La coscienza è in appalto, la gara è ancora aperta. Ogni mattina appena sveglia faccio dieci minuti di esercizi aerobici giusto per non dimenticarmi come si respira, ma mi sfugge la necessità. Vivo dietro una porta di zucchero soffiato e aspetto invano che uno stuntman la sfondi, con naturalezza e senza farsi male. Voglio che nessuno si faccia male. Eppure a volte penso che sarebbe divertente giocare a ferire gli altri. Ma gli altri non sono me e io non posso giurare che il giochetto funzioni se vittima e carnefice non coincidono. Ho difficoltà ad accettare che ci sia qualcosa di reale al di fuori di me. Eppure è così. Ci sono alberi e persone. Animali e centri commerciali. Automobili e ristoranti. Ci sono suoni e rumori e odori e sangue e piazze e lampioni e coperte e bevande gassate e risate e dolore e infinite possibilità che non mi riguardano e che non posso nemmeno lontanamente contemplare. Io non sono Dio, accidenti. È dura cadere giù dall’Olimpo. Puoi illuderti che sia un semplice rimbalzo ma poi arrivi al piano con uno spuntone di roccia conficcato nel cranio e non c’è più spazio per il cabaret. Devo accontentarmi di credermi tutt’al più una divinità minore e posso aspirare al massimo alla serie B, non sono il Creatore, l’Alfa e l’Omega, ma sono solo il divino Arredatore del mio Universo Mentale, tutto qui. E già che ci sono e desidero essere sincera, toglierei anche l’apposizione perché di divino non c’è un bel niente in verità. Niente poesia. Designer d’interni che lavora su mera prosa intrisa di banale quotidianità. Strilli, merda, fame e morte. E tutto il resto, i pizzi, i merletti, le infiocchettature sono scacciapensieri sistemati ad arte per arginare gli incubi. Mi avevano avvertito in fondo: qualcun altro ha fatto tutto ciò che esiste sul serio in sei giorni, e il settimo si è concesso il merito riposo. Io non creo altro che simulacri, immagini, idee. Ci sto morendo dentro quella dannata Caverna. Non riesco a uscire. Sbatto contro la parete rocciosa come pacman dentro il labirinto del suo videogame. Vagamente distonica mi contorco nel labirinto delle mie paure. Non mi sembra un grande risultato riuscire a produrre solo mostri e fantasmi. La veglia della mia ragione finisce per risultare inaccettabile. Coltivo miraggi e passo la trebbiatrice su campi di illusioni. Ondeggio. Galleggio. Vivo? Non saprei. Potrebbe apparentemente sembrare vita ma essere, in effetti, ad una più attenta analisi, soltanto un articolato ed esteso disagio mentale. Molto ben fatto. Sceneggiatura ben costruita, pur con prevedibili quanto inevitabili cali di tensione e punti morti. Mandiamo la reclame. Aggiustamenti in corso d’opera. Il pubblico deve sorridere. Anzi no. Sorridere non basta. Risate. Ridere sonoramente. Sguaiatamente. Risate a riempire ogni atomo dello spazio intorno.

Il vuoto mi spaventa.

Non lo digerisco, nemmeno con la citrosodina.