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Una porzione di carne fredda.

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Quello che ci vorrebbe è una porzione di carne fredda. Grattarsi la pancia e accendersi l’ennesima sigaretta. Sedersi sul cesso e lasciarsi cullare dal ronzio del frigorifero a manovella che ansima nella stanza accanto. Una notte stantia e umida è tutto quello che mi ci vuole. Un corredo muffo di vecchie abitudini. Datemi il mio caro modellino, il mio cavalluccio a dondolo e andrò avanti anche questa volta. Una solitudine perfettamente funzionante e rodata, di seconda mano, affidabile, un paio di pacche sulla spalla e chiavi in mano. Sarà che ho letto Chandler fino all’altro ieri e adesso leggo Carver. Ma mi piace il fumo e la nebbia, mi piace il caffè amaro e la luce serotina, il disordine e la carta straccia e un divano con la tappezzeria strappata. Dicono che abbia avuto inizio un nuovo anno. Io ricordo soltanto una sbronza colossale e una coperta di lana pesante che mi pizzicava il mento. Sotto la coperta una specie di delirium tremens al contrario e il pensiero dell’apocalisse ad accarezzarmi l’anima. Moriremo tutti. Ma per la maggior parte del tempo questo non importa. Si pensa ad altro. Qualcuno festeggia, qualcuno si dispera. E la giostra continua il suo giro. Moriremo tutti, e tutti cagheremo solennemente innumerevoli volte nella vita. Puzza un casino questa storia. E allora? Qual è il punto? E’ una filosofia da bidet la mia. Perché la scatologia molto spesso mi dà più conforto della più sottile e profonda delle escatologie. Moriremo tutti. Che importa? C’è ancora tempo, ci scommetto, almeno per un’altra sigaretta, forse anche per un altro amore, chissà, per un sorriso amaro ed un tovagliolo con cui pulirsi le labbra prima di pronunciare una frase ad effetto. Esistono soprabiti di gabardine e centri commerciali, esistono miliardi di vane minuzie chiamate speranze che fungono da post-it per l’esistenza, che funzionano da discrimine tra me qui e adesso ed una carcassa semi-divorata dai vermi domani. C’è un vento e un freddo e una pioggia fuori che potrebbero risultare piacevoli e poetiche soltanto se si trattasse di letteratura. Al contrario in realtà il tempo mi fa incazzare e non mi sta bene affatto dover essere costretta a giocare una partita truccata in cui il risultato è una sconfitta inevitabile. Eppure resto al tavolo, col mio bicchiere semivuoto in mano, gli occhi semichiusi e una sensazione sottile di inspiegabile godimento addosso.
Continuerò a giocarmi tutto sul 37 rosso. E aspettando che non esca per l’ennesima volta, scolerò il mio bourbon e mi guarderò intorno. Non sia mai che non trovi una porzione di carne fredda da scroccare per cena e un paio di occhi color del vino che mi rendano la sconfitta più sopportabile e la notte meno scura.

Ascoltando il corvo Joe.

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“…Arrivederci, amigo. Non vi dico addio. Vi dissi addio quando significava qualcosa. Vi dissi addio quando ero triste, solitario e alla fine.” »

(Raymond Chandler, Il lungo addio)

E’ mai possibile essere malinconici ed entusiasti al tempo stesso? Vorrei poter dire “tristi e felici in un colpo solo” ma non oso arrivare a tanto, non mi permetto. Non so, alla fine di questa giornata mi sento più che mai un incasinato sincretismo di contraddizioni capricciose, che in fondo non è una grossa novità. Ma ora non mi sembra tanto importante capirci qualcosa. So solo che mi metterò a letto e non dormirò, come al solito. Piccole certezze e grossi dubbi.
Mi sento bene nel preciso istante in cui mi illumina la consapevolezza di non capirci un cazzo. Sto giocando una partita e riesco a malapena a grattarmi la testa con un dito.
Accidenti.
Non importa cosa ho in mano. Osvaldo Soriano mi consiglierebbe di bluffare. Comunque. Bluffare. Ma qui si aprirebbero troppi capitoli e probabilmente se mi ci soffermassi a lungo finirei per non trovare il tempo di vivere la vita che mi tocca vivere, grazie al cielo, domani mattina, se apro gli occhi. Scongiuri, non si sa mai.
Facciamo così: qualsiasi cosa sia, ci provo, vada come diavolo deve andare. Fino a che non sarò triste, solitaria y final, ci provo cazzo. E nel provarci, inspiegabilmente e involontariamente, mi scappa un sorriso.