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Diario di una serva. Seconda puntata. “Che Dio l’abbia in gloria!” (2009)

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Sono anche gobba. Adesso che ho a disposizione una manciata di minuti gratis da spendere per una formula di pseudo-riposo, devo rovinarmi la festa constatando in un tragico attimo di lucida consapevolezza tutta l’atroce inconfutabile esistenza della mia gobbità. Volevo solo stendermi sul divano. Invece la base del mio collo devia rovinosamente dalla sua giusta traiettoria e sporge quel tanto che basta per impedirmi la corretta postura del sonno del giusto. Mi controllo nello specchio per esserne sicura ed in effetti fugo ogni residuo dubbio. Sono anche gobba dunque. E continuo a sudare copiosamente come un ragioniere della mala messo sotto torchio dalla polizia di Los Angeles. Se riuscissi a farmi spuntare con la forza del pensiero un porro peloso sul mento potrei quanto meno entrare a pieno titolo nell’Olimpo del clichè. Ma invece no, me ne resto in un angolo, un gradino sotto rispetto a tutto, al decente come al becero. Una figura sfumata in secondo piano. Una gobba sudata senza un briciolo di appeal. Ecco perché continua a non esserci spazio per me dentro le fotografie dei turisti, degli ospiti che si avvicendano nella sala da pranzo al mattino, avari persino di un buon giorno. Nessuno si chiede come sta quella macchia di colore sfocata capitata per errore nella loro inquadratura. Una volta tornati a casa la elimineranno con il photoshop e potranno dormire sonni tranquilli nei loro appartamenti chic arredati con gusto, del tutto indifferenti alla risibile esistenza di qualcuno che un giorno, tempo fa, ha lavato le loro tazze, ha sistemato le loro lenzuola, ha pulito i loro cessi. Una gobba sudata che vale meno di un ricordo sbiadito. Oggi sono stanca e sento su di me il peso di una gobba che forse fino a ieri non avevo. Tra poco ricomincerà il tran tran di questo matto caravanserraglio. Briciole e muri che sfarinano. I sorrisi della giornata da giocarsi come fiches. Lenzuola da piegare. Due dita sotto. Mi tocca essere accondiscendente persino con queste lenzuola tagliate male, che profumano di pulito e che poi però, a tradimento, trattenendomi giusto ad un nanosecondo da una bestemmia, mi riempiono il cuore di contentezza immotivata. Una persona può scoprirsi romantica nei momenti e nelle modalità più impensate. Questa mattina mia zia ha catturato uno scarabeo verde smeraldo dalla corazza luminescente e metallizzata. Lo ha custodito dentro un bicchiere di plastica trasparente per mostrarmelo. Porta fortuna, si dice. Io l’ho guardato per qualche minuto, poi l’ho cavato dalla sua prigione trasparente e l’ho rimesso in libertà, dentro l’aiuola dell’albero di limone.
Morire è troppo facile amico mio, gli ho sussurrato. Continua a vivere, tutti dobbiamo soffrire.

Memorie di una serva. Diario semi-serio di una bracciante stagionale dell’industria dello svago turistico. (2009)

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Litri e litri di sudore. Decine e decine di zanzare appiccicate addosso come i bollini di qualità delle banane chiquita. I capelli sono solo una massa informe che staziona sul mio cranio per caso, per noia, per dispetto. Ho fatto le sei del mattino senza più ricordarmi dove e perché e adesso che sono le 9 e mezzo sono qui in piedi, sfatta come un caco troppo maturo, dietro il cancello di metallo di questa meravigliosa residenza in cui mi trovo a vestire i panni abbastanza striminziti della cameriera secca della famiglia Montagnet. La mia cugina barra principale mi accoglie con un sorriso acquafresh e mi spinge dietro il bancone. Dietro le quinte, the Voice, la Zia, sta gorgheggiando tra chilometri di stoviglie impilate pericolosamente e vertiginosamente. Caffè, cappuccino, con schiuma o senza, e poi una mitragliata di the caldo per sciacquare ben bene gli stomaci d’Oltralpe, insensibili a quei 40 barra quarantacinque gradi centigradi che cuociono le mie carni morbide e mollicce. Sali, scendi, spazza, rassetta, il mio nome rotola più volte tra le pietre dell’impiantito e io barcollo da una parte e dall’altra con la testa appannata e la ciabatta strisciante. Segnalare itinerari, le bellezze del luogo, una spiaggia tranquilla, Otranto è piena di gente, la Cattedrale, il barocco leccese, un ristorante, la richiesta di una prenotazione, no, mi dispiace, siamo al completo. Sorridere, sorridere, sorridere. Anche quando tutto sembra soltanto un veleno urticante dentro l’orecchio. Sorridere. Sorridere ed essere gentile. Scacciare gechi e resistere al sonno. Innalzare barricate contro la stanchezza. Tutto pur di arrivare in fondo alla giornata. Per meritarsi il silenzio, il diritto al broncio ed un bicchiere di vino bianco. Stasera sul terrazzo c’è un party sfavillante a cui non posso partecipare. Mi manca l’appeal e l’allure adatto. Ho un sudore all’ultimo grido che mi veste meglio della mia maglietta spiegazzata e del mio pantalone largo e bisunto. Di sopra si ride, si mangia, si beve e si discorre come si conviene tra gente per bene. Di sotto io trasporto valigie e sostituisco lampadine fulminate. Aspetto che qualcuno mi porti degli abiti puliti e mi porti via, a folleggiare sotto il palco di un concerto folk, all’ennesima festa di paese. Per dimenticare per poche ore che domani è un altro giorno, un altro giorno così, un altro giorno nel magico mondo dell’accoglienza turistica, un altro giorno di “francesi che si incazzano e giornali che svolazzano”. Un altro giorno di fotografie glamour in cui non trovare spazio. Restare lì, sotto traccia, invisibile, pronta a comparire solo al prossimo squillo del telefono, o del citofono o alla prossima, inevitabile, chiamate del mio nome.

Me against the machine

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In attesa del ruggito lavo i piatti. Anche se quella maledetta lavastoviglie tenta in tutte le maniere di soppiantarmi io resisterò. “Lei può farlo meglio e più velocemente di te”. Dai, cazzo, è solo una macchina, le manca l’anima. Io monto la schiuma del detersivo al limone come se fosse la crema del cappuccino, accarezzo i piatti con la passione di un’amante, scrosto lo sporco con la dedizione e la pervicacia di un colonnello prussiano. Io poi posso fare anche altro, perdinci, ho il pollice opponibile, tozzo, ma opponibile. La lavastoviglie no, lei non ha nemmeno una faccia. Non può sorridere ai turisti francesi che le parlano in spagnolo e non può capire che “Leche fredda” non è una considerazione sulle condizioni meteorologiche del capoluogo salentino, ma la richiesta di un sorso di latte freddo per contrastare la calura mattutina. Lascia stare i piatti mi dicono. Ma io i piatti non li lascio stare. Non mi farò eclissare, rivendicherò il mio diritto ad esistere, pur accoccolata sull’ultimo gradino della scala sociale dell’industria del turismo. Sarò un surplus, ma faccio parte del pacchetto. Il Capo e la piccola Luogotenente hanno in pugno la situazione: prenotazioni, stanze, torte, spesa, caffè, cappuccino, bottigliette di acqua fresca in cestini di vimini, informazioni gratuite, segnalazione dei ristoranti migliori, tutto organizzato al centesimo di secondo. A me restano solo autostrade di piatti da lavare, centimetri di dignità umana da strappare alla maledetta lavastoviglie, conquistando terreno palmo a palmo, il mio regno, il mio regno è un altro pezzo di ceramica pulita e una forchetta d’argento brillante. A me restano le facce scombussolate dei clienti drogati dal mare e dal sole, quelli che nel tardo pomeriggio chiedono di straforo un aperitivo. Io verso tre dita buone di Martini Bianco nel bicchiere/cratere, con poco ghiaccio, e questa volta sorrido sul serio, complice, pensando a Herbert Pagani. Li vedo camminare scalzi nel giardino, col loro bicchiere in mano e immagino come diamine abbiano fatto, a partire dalle loro vite a finire poi dentro questo tramonto, in un paese di meno di novecento anime, dove diventa difficile raccapezzarsi a causa del florilegio di cartelli che indirizzano in tutte le direzioni. Per andare dove devi andare puoi andare dove accidenti ti pare.
Ecco servita la vacanza, signori, senza ghiaccio, tutto compreso.
Buon divertimento.