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Mathilda.

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C’era poi quella vecchia storia di Mathilda.

Già, la meravigliosa, portentosa, esuberante Mathilda, la dolce puttana platinata che un bel giorno ha preso tutti i miei soldi ed è scappata in Venezuela. Lasciando il sottoscritto solo, povero e coglione più che mai.

Chissà come se la starà ridendo adesso, Mathilda, con i suoi denti bianchi, il suo culo sodo e i miei fottuti soldi, in Venezuela. Me la immagino mentre, in un posto qualsiasi di laggiù, illuminato soltanto dalla sua semplice presenza, avanza sinuosa come una pantera nella calura ardente del primo pomeriggio, ingioiellata come una madonna in processione, sicura di sé come solo sanno esserlo le persone che hanno qualcosa di grosso da nascondere. Si ferma all’improvviso davanti ad un chioschetto e ordina una bibita fresca, poi va a berla sulla spiaggia, mi sembra quasi di poterla vedere chiaramente, Mathilda, la lingua prensile che giocherella con la cannuccia della bibita venezuelana del cazzo, accarezzandola umida come una vergine prima del Big Bang, Mathilda, dio quanto la detesto, lei, la sua lingua mobile, il minuscolo delicato singulto che fa la sua piccola tenera gola abbronzata quando la bevanda fluisce languida verso l’esofago, mentre la bionda testa riccioluta è reclinata leggermente all’indietro, come nello spot di qualche odiosissimo balsamo per capelli per signore radical chic che non tolgono il filo di perle nemmeno quando scopano, dannazione Mathilda, ti strapperei a morsi quel risicato bikini rosso che ti strizza il petto generoso e rorido sigillandolo con un lezioso fiocco annodato davanti, io ti… io ti ammazzerei Mathilda, se non fosse che improvvisamente l’intera prepotente mole del mio odio rabbioso nei tuoi confronti si è sgretolata nell’impellenza ancora più consistente e solida di una sontuosa, principesca erezione.

Che cosa ci posso fare? Sono un romantico idiota. Ho sempre dato più importanza alla struggente bellezza di un paio di tette morbide piuttosto che alla pragmatica rassicurante melodia di verdissimi bigliettoni fruscianti. Povero imbecille! Uomini più scafati di me mi definirebbero non a torto un sognatore. Già, perché io appartengo alla nobile e sciagurata schiera di coloro i quali per portarsi a letto una signora prima la invitano a cena e poi la vanno a prendere sotto casa con la macchina splendente di autolavaggio e le aprono la portiera e le regalano dei fiori, metti che è a dieta, tanto tutte le donne amano i fiori, o dei cioccolatini, non sia mai che si convinca che non glieli ho portati perché penso che sia troppo grassa, e poi al ristorante la fanno accomodare spostandole la sedia e le pagano la cena e la riaccompagnano sperando che tutto questo sia sufficiente a farle dischiudere qualcosa di più che l’uscio di casa e se stasera proprio non vuoi, ti prego, almeno lasciami riposare un poco il capo tra quei soffici, soffici, soffici guanciali. Sono tanto stanco, mio dio. Molte ci cascano, molte più di quante possiate credere. E diventa tutto ancora più facile se fai loro dei regali, garantito. Un bracciale, una collanina, una spilla, un robot da cucina, una automobile decappottabile. Attenti, evitate gli anelli. Siate romantici, sì, ma non siate folli.

Spendete per la vostra donna, fatela sentire una regina. Così lei vi porterà dritti dritti in paradiso, per poi spezzarvi il cuore senza rimedio, fuggendo in Venezuela con tutto il vostro stupido, inutile denaro.

Mathilda, oh tu sia maledetta, eri così bella quando ti ho conosciuta, sei emersa dai vapori fraudolenti di fritto misto del fast food come una Venere che sorge imperiosa dalle spume del mare. E come sembravi innocente, con le gote imporporate di rosso e la divisa da camerierina e il grembiulino merlettato, quando mi porgevi sorridendo il mio doppio cheese-burger con anelli di cipolla annessi e connessi. Ricordo di averti lasciato una mancia ben superiore al consueto 20% e tu quasi la volevi rifiutare e allora mi guardavi un po’ di traverso, con un misto di attrazione e diffidenza, con quei tuoi immensi occhi di zaffiro che col tempo ho imparato a riconoscere famelici e crudeli. “Sei un tipo buffo” mi hai detto e io avrei voluto urlare già: “C’è un prete in sala che può unirci in matrimonio?” Invece sono uscito dal locale e ho aspettato che finissi il tuo turno e ti ho solo chiesto: “Sali in macchina con me?” E tu non hai detto niente, sei salita in macchina e quando mi sono seduto accanto a te hai sussurrato: “Io sono Mathilda”, lasciando indugiare così mollemente la lingua sui denti nel pronunciare quel “th” che io ho pensato di venire o di morire o tutte e due le cose. E invece ti ho chiesto “Andiamo?” e il tuo sì è stato la misura del nostro viaggio, che a me è sembrato davvero troppo troppo breve, Mathilda, carogna, potevi concedermi un po’ più di strada, dolcezza.

Invece, no, niente deroghe. Ti ho dato tutto, amore mio, ti ho strappato dalla schiavitù del McMenù e ti ho ricoperto di baci e ricchezza e così ti ho trasformato giorno dopo giorno, regalo dopo regalo, nella strega sofisticata che mi ha lasciato in mutande oggi. Me la sono cercata, non c’è che dire.
Ecco, mi direte voi citando una canzonetta del cazzo, “tu parli da uomo ferito”, “mica va sempre a finire così”, “hai solo incontrato la persona sbagliata”. Poveri ingenui, che ne volete sapere voi? Ma oggi mi sento generoso e vi do una dritta, gratis. Non siate mai così stolti e innamorati da pensare che non possa esistere un Venezuela in grado di apparire dal nulla per portarvi via ogni centesimo della vostra felicità. Il Venezuela si sa non fa mai sconti, si prende tutto, anche gli spiccioli di resto che, metti caso, dovrebbe restituirti…

Uscita lato destro.

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Ho paura, cazzo,

di tutto.

La fottuta morte è dietro l’angolo.

Come la diarrea,

come qualsiasi altra cosa.

Prendo la metropolitana

due volte al giorno

andata e ritorno.

Prossima fermata, uscita lato destro.

Grappoli di suore cadono sull’asfalto

e io tolgo il sonoro al mondo.

Io tolgo il sonoro al mio cuore

perché non ho parole che possano dirti

la verità.

Conosco le parole di molte canzoni ma

non conosco il nome di quello che provo per te.

E la morte è dietro l’angolo.

Come la diarrea,

come tutto il resto

tranne il nome di quello che provo per te.

Il bagno, è facile,

è sempre in fondo a destra

come l’uscita,

come la fottuta morte,

come il prossimo verso,

come l’angolo non ancora svoltato,

come tutto il resto, del resto,

tranne te.

 

(Calpurnia)

 

 

 

Aruspicina

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Questo pomeriggio ho visto un gabbiano sbranare un lurido piccione sulle strisce pedonali di Via della Conciliazione. E il cielo non mi è mai parso così tanto lontano e gelido come in quel momento. Fottuto Jonathan Livingston. Ho conficcato nelle orecchie dei chiodi per poter far finta di niente con più nonchalance possibile e sono andata avanti. Non c’era altro da fare. C’è troppo caos dentro quel buco fetido che è la mia testa. Urgerebbe un’istanza di sfratto immediato, occorrono oblii nerboruti per fare piazza pulita di tutti i pensieri oziosi. Del tipo… A cosa serve un cervello che non riesce mai ad avere una visione completa del tutto, nemmeno per un attimo? Che Apollo e Dioniso mi tengano fuori dalle loro maledette dispute da strapazzo. Ho bisogno di capirci qualcosa, essere così tremendamente umana e relativa al tempo stesso è un carico da undici per il quale lamentarsi, di tanto in tanto, è il grado minimo di reazione. Mi sfuggono ragioni e sentimenti, da tutte le parti, come mele golden fuori dalle cocche di un grembiule. C’è troppa gente dentro questi fottutissimi 25 metri quadri, saturi della compagnia insopportabile di me stessa, io, che sono una moltitudine, e cerco di organizzare invano una pulizia etnica dentro la mia stessa personalità. Mi confondo. Un giorno sono convinta di esserci e il giorno dopo mi cancello i contorni con la trementina. L’anno scorso ho chiuso gli occhi e sono finita in coma, ed è passato un anno, o forse mi sono semplicemente appisolata per un secondo. Non chiamatemi a testimoniare. Non ho niente da dire. Riesco solo a imbastire cazzate. Prendo un sacco di iuta e vado per le strada ad annunciare la fine del mondo. Le rovine bruciano. Non c’è più tempo. Il tempo è sereno variabile e io ho la febbre alta e sono una mucca, o almeno lo ero, anni fa, adesso sono un maiale. Ricordo la felicità. E’ stata ieri. E’ sempre stata ieri. Sarà ieri, per sempre. Non è mai presente e viva. E’ un pesce morto nella vetrina di una pescheria. E l’amore sono io che ho schifo dei volatili e degli uccelli morti ma passando per Via della Conciliazione non riesco a staccare gli occhi di dosso da un gabbiano pertinace che infierisce su di un piccione a brandelli e se lo porta a spasso qua e là nel becco, su e giù per le strisce pedonali, per evitare di finire sotto le ruote delle automobili di passaggio. Mi sembra allora, quasi, di trovare un significato nelle frattaglie della mia esperienza, come un aruspice rivisto e corretto al rhum. L’amore dunque non è che attrazione immotivata per cose che fanno male. O fanno schifo. A seconda dei punti di vista. Poi domani penserò che l’amore è una cosa meravigliosa, ma non oggi, non adesso, che mi tocca buttarmi sotto le coperte con l’immagine di quel gabbiano e di quel piccione dentro gli occhi. E ho un ricordo dentro al cuore, che mi ostino a rabboccare per non sentirmi al di sotto della linea. E invece delle preghiere finisco per masticare imprecazioni, a causa di quella maledetta visione d’insieme, illuminante e rassicurante, che non viene mai. Continua a sfuggirmi e a farsi beffe di me, nonostante il coma, la fantasia, l’accecamento di-vino e il corso di aruspicina per corrispondenza.

Alla voce “Amore”.

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Niente, l’amore è ridicolo, tutto qui.
Auden domanda, Pessoa risponde.
Ma non è di questo che voglio parlare. Non mi interessa la Verità, a cui non credo mai per principio e per dispetto. Mi interessano le verità, le storie, le dinamiche, le situazioni. Ma seguendo ogni particolare mi perderei in divagazioni schizofreniche. Allora mi interessa almeno capire perché una cosa così stupida come l’amore sia in effetti terribilmente importante. Insomma è da sempre che quella simpatica piazzista sguaiata che è la morte se ne va in giro sciorinando il suo rosario di porcate, quel ripetitivo campionario di fame, malattie e guerre che ormai conosciamo e memoria e sono millenni che esistono cose serie e del tutto rispettabili come la politica, l’economia, la matematica e la fisica. Ci si potrebbe concentrare solo su questo, qualcuno ci prova anche, eppure non funziona. Non basta.
Eccoci, tutti quanti, calati nel caos delle possibilità e nell’oceano infinito della complessità, a sdilinquirci per i vecchi trucchetti banali e melensi dell’amore. E’ come una barzelletta di cui si conosce già il finale e però si ride lo stesso. E’ come se servissero del caviale di qualità superiore e tutti andassero in brodo di giuggiole per il prezzemolo che decora il piatto di portata. Non ha senso.
Eppure è empiricamente provato che, perdonate la rozza metafora, il prezzemolo vince sul caviale. Amor vincit omnia. Anche se è brutto, anche se le sceneggiature delle storie sono scritte da un cane col cimurro, l’amore vince su tutto. Anche se fa male, anche se delude, l’amore è uno scolaro dalle inesauribili giustificazioni. E’ una simpatica canaglia a cui si perdona laqualunque. Questo amore ridicolo, declinato ad ogni livello, dall’attrazione semplice alla bruciante passione complessa, dal divertissement all’agape, ribalta persino le rassicuranti regole meccaniche dello stimolo/risposta. Il cane non compie più una determinata azione se essa viene associata ad uno stimolo doloroso. Invece le pene d’amore a quanto pare non dissuadono mai fino in fondo. In culo la logica, in culo la convenienza. Accidenti che rabbia, con tutto quello che ci sarebbe da fare, perché l’amore? Perché senza amore non ci sarebbe altro da fare. Amore motore primo di ogni cosa. Il ridicolo è dunque il primo motore dell’universo. Perché sia così non è dato saperlo, suppongo che chiunque abbia messo in moto la giostra fosse al momento del fatto o molto in vena di burle o molto ubriaco.
E questo è ciò che penso se mi sento particolarmente cinica e un filo sarcastica.
Poi ogni tanto mi va di sollevare il morale ad una mia amica, di provare a rimarginarle una ferita che non si merita, perché poi fondamentalmente sono una vecchia ciabatta sentimentale ma sono pigra e allora voglio che nell’amore ci creda almeno lei, al posto mio. In questo caso faccio la voce grossa e cerco di convincerla che questo ridicolo amore, vada come vada e in tutte le sue varie gradazioni e manifestazioni, è poi davvero quella meravigliosa scintilla necessaria a rendere tutte le altre cose importanti davvero degne di essere vissute.
Come una salsiccia succulenta che non può essere più buona di com’è quando la condividi.

(Ah, sul serio?
Puah, ridicolo).

Aut.min.ric.

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Utilizzo corretto del farmaco.

50 cc di vinavil
100 cc di zucchero liquido
160 cc di cicuta
280 cc di concime per piante
400 cc di diserbante e/o insetticida

La iena ha la ricetta. La iena segue per bene la terapia.
Deve tenere incollata la concentrazione, ha bisogno di voglia di fare.
Deve annacquare il sangue arterioso che è troppo denso.
Deve uccidere gradualmente i sogni ad occhi aperti, dopo averli coltivati al punto giusto.
La iena sogna un’urna cineraria ben ammobiliata, anche in multiproprietà e una cascata di monetine di cioccolato da conservare insieme ad un drago di cartapesta.

(tra parentesi

Posò l’ultimo numero della Settimana Enigmistica, afferrò il bicchiere colmo di vino, lo sollevò e disse:

“Alla salute!”

“Di chi?”, domandò la iena, che se ne stava sdraiata mollemente sul pavimento.

“Mia. Ho trovato l’uomo della vita”.

“Già, ma non della tua”, rispose la iena.

Allora tracannò il vino in un sorso, estrasse il fucile a canne mozze da sotto il cuscino e sparò.

Il giorno dopo non riuscì a trovare un’impresa di pulizie che fosse disposta a pulire quel macello di budella sul pavimento).

Do not disturb.

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La iena non toglie il disturbo. La iena resta. Se si butta dal balcone rimbalza e ritorna esattamente al suo posto. La trovi lì, dove è sempre stata. In fondo la iena è di compagnia. Potresti stare ore a sentirla sogghignare nella penombra azzurrina della cella frigorifera. Se le gira può raccontarti di quando lavorava in obitorio o di quando faceva la ballerina di fila in un locale radical-chic nell’upper east side. La iena mastica continuamente grani di parole e sputa fuori brandelli di vita innaffiati d’aceto e di miele, basta che tu batti le mani e lei ricomincia coi suoi patetici minuetti, come una scimmietta coi piattini. Alla iena non importa niente. Il suo sogghigno riempie lo spazio e sbatte fuori ogni altra cosa. Se la incontrate fatevi raccontare di quando era innamorata, sì, quella è la storia più buffa di tutte. Perché una volta quella bestìa infame si era convinta di essere viva, di camminare realmente sui marciapiedi delle strade del centro città, addirittura credeva che il muscolo pulsante al centro del suo petto fosse un cuore, ridicolo, già, ridicolo, un cuore, un cuore capace di provare cosucce ridicole come i sentimenti. Erano strani giorni quelli. La iena si alzava presto la mattina e andava a comprare il latte fresco, poi saltellava nei giardini delle case vicine rotolando sulle aiuole. La iena faceva le fusa. E la colpa era tutta di una specie di mostro con gli occhi gialli. Il mostro viveva nel sottosuolo e detestava la luce del sole, passava il tempo scavando cunicoli sotto la città e saliva in superficie solo di notte, alle 5 e 45, per farsi una birra ghiacciata prima del sorgere del sole. La iena un giorno era caduta in un tombino ed era finita esattamente sopra il modellino di veliero che il mostro aveva impiegato tutta la vita per costruire. Il modellino era andato distrutto, il mostro aveva scardinato ogni giuntura della iena con un vecchio cric arrugginito e quella povera mentecatta era rimasta irrimediabilmente conquistata. Ma poi il mostro e i suoi occhi gialli erano restati rintanati nelle fogne e la iena era uscita fuori a riveder le stelle, immaginandosi chissà cosa. Per giorni e giorni. Alla fine ad un certo punto si era accorta che il latte lo stava bevendo da sola e sulle aiuole c’era soltanto la sua impronta Così era scesa di nuovo nelle fogne. Aveva preso il mostro, i suoi occhi gialli e i suoi stupidi modellini e aveva tagliato tutto ben bene a pezzetti. Poi aveva frullato i cubetti maciullati insieme a latte e ghiaccio e si era bevuta il suo amore e il suo cuore per rinsavire.
La iena ricorda questa faccenda e sogghigna più forte. Adesso sa di nuovo di non esistere, di non avere un cuore, di non saper amare e di non essere assolutamente capace di fare qualsiasi altra cosa che non sia il semplice sogghignare. La iena cerca di dimenticarsi di ricordare. E se per caso due occhi gialli fanno capolino nella nebbia dei suoi falsi pensieri, lei scrolla la testa e accende la tv. Ci sono i film e ci sono i cartoni animati. Se non puoi amare perchè sei fatta di metallo questa roba va decisamente più che bene.