Archivi categoria: PDF – Pâté de Foie gras

23.

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#Ogni tanto quando sono in autobus o in tram capita che socchiudo un poco gli occhi e mi assopisco. Capita sovente la mattina presto mentre il 19 svirgola sferragliando da piazza Risorgimento a via Ottaviano. Capita qualche volta sul N1, dopo mezzanotte, mentre lui aggredisce l’Appia per agguantare Termini. Di rado, dentro questo sonno appiccicoso e distratto, colgo brandelli di trasmissione e mi ci intrattengo, non avendo di meglio da fare. Così oggi ho beccato per caso lo spettacolo di un comico di professione, un cabarettista di vecchia data, uno di quelli che gli operai montano nei locali nuovi insieme ai sanitari, uno di quelli che dopo l’esibizione si spostano dal palco al bancone e ci restano fino a chiusura, bevendo e cazzeggiando col barista, prendendo per il culo i clienti senza che loro se ne accorgano. Non ha nemmeno quarant’anni questo tipo, ma ha perso già quasi tutti i capelli, gli occhi sono tondi, verdi e vispi e la faccia larga, spaziosa, che meriterebbe un pizzico di manutenzione in più, quanto meno per non assomigliare al parco giochi comunale abbandonato da più di dieci anni, con le giostrine ormai arrugginite. L’ultima volta che si è fatto sistemare la barba dal barbiere è stato ai tempi acerbi di un fulmineo successo televisivo durato lo spazio di un tormentone estivo e poi svanito nelle interminabili anticamere davanti agli uffici di quelli che contano e nei prolungati silenzi adolescenziali di un telefono che non si prende nemmeno più la briga di squillare per lo sbaglio occasionale di un utente distratto. Gli è rimasto il vecchio bar, quello in cui ha mosso i primi passi, quello che gli visto i capelli e più di un paio di donne pettorute e brille cadute ai suoi piedi e le risate e gli applausi e i piedi battuti con entusiasmo sotto i tavolini. Anche oggi indossa come sempre i suoi pantaloni neri con le pence, la camicia bianca di cotone sdrucita, troppo stretta sulle spalle, la cravatta nera sottile, col nodo allentato malamente intorno al colletto alzato. Anche oggi, come di consueto per tre volte a settimana, dovrebbe attaccare col repertorio rodato, la politica, il calcio, le donne e il sesso, disidratando gli avventori dalle risate per spingerli ad ordinare ancora da bere. Ma questa volta il pubblico è troppo irrequieto, troppo ostile, riesce a bere e sghignazzare anche senza di lui. Quando il comico attacca il suo numero, infatti, cala un silenzio inesorabile e l’uomo provato da mille performance all’improvviso si blocca, quasi avesse dimenticato di colpo come si fa a leggere e a scrivere, come si fa a salutare. I suoi occhi verdi precipitano sulla barba brizzolata e crespa, sulla punta delle sue scarpe di vernice. “RIDETE, STRONZI” dice la sua voce cogliendolo di sorpresa, e loro, gli altri, a quel punto, ridono. “LE PORTE CENTRALI DELL’AUTOBUS SI CHIUDERANNO TRA TRENTA SECONDI” dice la voce efficiente del computer di bordo. Apro gli occhi, tra venti minuti sono a casa, che fortuna non essere una persona solare per antonomasia, penso, che fortuna.

22.

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#L’altra notte ero accartocciata come sempre nel solito bus notturno quando ad un certo punto ci siamo fermati ad un semaforo, di fronte alla sede di un noto giornale nazionale. Davanti all’ingresso era parcheggiato il furgoncino con le copie fresche di stampa, saranno state le cinque del mattino, le cinque meno un quarto. L’autista del furgoncino sta fumando una sigaretta, l’autista del bus sta parlando al cellulare con un collega, ma si interrompe per urlare, al di là del finestrino del mezzo, “Che t’avanza per caso ‘na copia pe’ mme?”.
L’autista del furgoncino lo guarda, butta la cicca della sigaretta sull’asfalto, apre la portiera e fa per salire a bordo, mentre il semaforo è ancora rosso e l’autista del bus si è già distratto, dimenticandosi della richiesta, riprendendo a chiacchierare ad alta voce al cellulare con il collega.
Poteva finire così, invece un attimo prima che scattasse il verde, il tizio del furgoncino ha attraversato la strada con un balzo, ha bussato al finestrino dell’autista e gli ha consegnato il quotidiano.
“Ma che me l’ha dato davero”, ha detto tra sé l’autista del solito bus notturno, ripetendo poi di nuovo “Me l’ha dato davero, il giornale!” al cellulare, al suo collega, mentre il bus ripartiva, facendo rombare il motore, a rotta di collo verso la fermata successiva, e il tizio intanto tornava al suo furgoncino, alle sue consegne.
Ecco, ho pensato, quando la vita vuole mostrarti una cosa bella non ha proprio bisogno di esorbitanti architetture come la letteratura. Basta un niente, pochi fogli di carta fatti passare attraverso una fessura. E sei già meno stanca, meno annoiata, anche se sono le cinque del mattino, le cinque meno un quarto. Forse andrà tutto in vacca, ma intanto per ora sei al sicuro, almeno fino alla fermata successiva.

21.

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#Insomma, metti caso volessi pubblicare un annuncio sulla rubrica dei cuori solitari, qualcosa che vada bene, che so io, anche come breve presentazione da allegare al curriculum, dici che potrebbe funzionare una roba tipo: “Sia chiaro che non sopporto i cambiamenti di programma repentini e i dopobarba dozzinali che richiamano le fragranze dolciastre dei disinfettanti per wc. Detto questo, per il resto, nutro una passione smodata per la fenomenologia dei soffioni boraciferi e sono specializzata cum laude nella difficile disciplina della finta allegria, con tanto di triplo sorriso mortale e lingua di Menelik in dotazione”.

20.

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#Sono afflitta da visioni lisergiche che si affastellano nella mia mente come pezzi di sottiletta del discount. In una di queste esperienze extra-sensoriali, mi vedo scendere frettolosamente dal tram con una ragazzina dai capelli rossi al seguito, e quella ragazzina, che avrà suppergiù dieci anni, è mia figlia. Io la prendo per mano, per farle attraversare la strada, ma, prima di affrontare le strisce pedonali, mi blocco, mi giro verso di lei, la tengo per le spalle e le dico, seria: “Tesoro, tienilo bene a mente, Violetta, quella della tv, è una puttana, ricordatelo, solo una puttana”. Poi la bimba svanisce e così anche il tram e la strada e le strisce pedonali. Mi ritrovo in un bugigattolo fumoso, una specie di ristorante giapponese male in arnese dove servono esclusivamente zuppa di ramen. Dietro il bancone c’è un uomo tarchiato, con uno strofinaccio unto annodato intorno alla fronte e il naso schiacciato e paonazzo. Il tizio è avvolto in una saporosa nube di vapore acqueo, mi fissa a lungo in silenzio e poi mi dice: “… è buono, ma non abbastanza buono”. Quindi mi volta le spalle e torna ad occuparsi delle sue pignatte, mentre io resto lì impalata, inchiodata sul tappetino d’ingresso. E in quel preciso istante mi rendo conto che quel tipo robusto è Dio. E che non sta affatto parlando delle zuppe.

19.

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#Ecco, la vita può essere davvero uno schifo. Mi spiego? Nel senso che può mettercela davvero tutta, quella stronza, per ficcarti i bastoni tra le ruote, capisci, e quasi sempre ci riesce, ci riesce, quella puttana, a ficcarti i bastoni tra le ruote. Per cui, amico, lo sai come funziona, no? Avanti, lo sai. Succede che certe volte è tutto dannatamente difficile, di una difficoltà carogna, tutto complicato è, puoi giurarci che va tutto in vacca, cazzarola. C’è da diventare matti, proprio, da diventare matti. Mi spiego? Tutti cercano di trovare delle spiegazioni sensate per questo fottuto casino e poi magari ti vengono a dire che è colpa di quel cazzone avariato di Edipo, se capisci cosa intendo, o vengono a raccontarti dentro il citofono altre menate simili, roba che c’entra con il senso di colpa, la sensibilità romantica, la fallibilità delle previsioni meteo a lungo termine, il caro benzina, le droghe leggere. Cose così, pesanti come macigni, che ti lasciano più imbambolato e stanco che mai. 
Personalmente ho lasciato perdere da un bel pezzo tutta la muffa speculativa. A me basta di sapere che in mezzo a questo mare magnum di monnezza, resta sempre, inopinatamente, lo spazio necessario per contenere qualcosa di gentile. Tipo le sopracciglia di Beau Bridges, per intenderci. Capisci, amico, un universo che contempla le sopracciglia di Beau Bridges, cazzo, è un universo che merita un’altra possibilità.

18.

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#Al bar. 
No, perché, dice, oggi te devi dì grazie a chi te dà lavoro. Devi da dì grazie. Dice. Come se te stanno a fà l’elemosina, devi da dì grazie.
Buffo, mi sembrava funzionasse diversamente. Tipo che uno necessita di un bene, la forza lavoro, e paga qualcun altro che è in grado di fornirgli questo specifico bene. Cosa c’entra l’elemosina? Je devi da dì grazie, dice. Ma perché, mica siamo in una puntata di “Cortesie per gli ospiti”. E va bene che c’è la crisi, ma non è il lavoro svolto come si deve la forma più alta possibile di ringraziamento morale per un “padrone”? Perché invece al lavoratore tocca sentirsi costantemente sotto ricatto, in trappola? Perché la crema di caffè di questo stupido bar è sciolta come il cagotto di un cane da passeggio? Perché poi sento dentro questa irresistibile voglia di fumare sigarette al mentolo sulla spiaggia più assolata di Gabicce Mare, perché?

17.

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#E, in definitiva, credo di non essere portata per il lavoro tradizionale. No, non mi ci vedo proprio. Io sono fatta per incarnare figure professionali parecchio disinvolte; potrei fare, che so, la mentalista, per dire. Mettere su un numero ben congegnato, in grado di sbalordire gli astanti senza sprecare troppa energia, ecco. Tipo che io ti guardo un secondo e indovino subito l’esatta sfumatura emozionale della sensazione che hai provato la prima volta che hai baciato qualcuno.

Cose così. 

Il fatto è che sono troppo sensibile per lavorare alla vecchia maniera. L’altro giorno, per esempio, ero nei pressi di Castel Sant’Angelo e ho visto un ambulante che vendeva quelle libellule luminose di celluloide che si caricano tirando una stringa di plastica e che, rilasciandola, volano in alto per diversi metri. Per due volte ha fatto volare una delle sue libellule e per due volte quelle se ne sono rimaste incastrate tra i rami più bassi di un vasto pino frondoso, sporgente sulla piazza. Impossibile recuperarle. Ho visto l’ambulante piegare un poco la testa di lato, tutte e due le volte, all’indirizzo del suo piccolo luminoso capitale perduto e, mentre l’umidità del fiume mi accarezzava le braccia, ho sentito in bocca la concretezza tangibile di quella piccola sconfitta. Sapeva di velluto bruciato e di promesse che ci facciamo ma non possiamo, non sappiamo, mantenere.