Archivi categoria: Jolanda Freibush – PoeTiC

“Il ritratto” dalla raccolta “Fistole duodenali” – Yolanda Freibush (2013).

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“E davvero vorrei scovare
un mazzo di parole belle
da sfogliare pigramente
il mercoledì mattina
quando il tram fa più tardi del solito
e il ritardo è l’accessorio più in voga.
Dovrei concentrarmi sulle parole,
ignorare le suore che attraversano di corsa le rotaie,
i bancari che sbuffano al telefono,
i ragazzi che saltano la prima ora di lezione,
dovrei trovare il tempo
di mettere da parte quel noioso ricamo
iniziato troppi anni fa
e mai portato a termine,
il profilo a punto croce
del ragazzo che bestemmiava
sommessamente nel sonno
e che una mattina assaggiò la pioggia
impiastricciandosi le labbra
con l’ombra zuccherosa di sé bambino.
Dovrei scegliere finalmente le parole
e chiuderci dentro il ragazzo
come in una cornice,
per relegare al rango di antiquariato
il ricordo di non avergli mai saputo dire niente.
D’altro canto aveva braccia troppo avare
per potermi contenere tutta,
dopotutto siamo pari,
eravamo entrambi analfabeti
ognuno a suo modo
e adesso ce ne stiamo
seduti su qualche gradino di marmo
a sorridere a qualcun altro
e presto, spero,
non sarà più così violento
questo granitico ed ineluttabile
non appartenersi”.

“Il ritratto” dalla raccolta “Fistole duodenali” – Yolanda Freibush (2013).

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“Incidenti” in “C’era un dannato sole incandescente quel giorno” – Jolanda Freibush (2006)

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‎”Ti lasciano schiantato a terra
quasi mai tornano indietro
a controllare
se per caso ci hai rimesso le budella.
Probabilmente
preferiscono pensare che
te ne sei rimasto intatto
nonostante il loro passaggio
che sei ancora lì
dietro le loro spalle
a farti picchiare duro dal sole
camminando
solo come uno scemo
ai bordi della statale.
A loro non interessa
quante miglia hai percorso
se eri riuscito a fare colazione quella mattina
se ti eri lavato i denti
se eri sicuro di aver chiuso bene il rubinetto
del gas
prima di partire.
Semplicemente non gli importa
che tu la notte prima abbia digerito bene,
se eri stanco,
con lo stomaco sottosopra
e l’alito marcio,
se avevi con te tutti i tuoi documenti
e mezzo chilo di felicità
di scorta
e un bottiglia per farti un goccetto
ogni tanto
alla faccia della malinconia.
Si ricordano di averti chiesto
“come stai?”
ma la verità è che per loro sei come
una scarpa vecchia
abbandonata sull’asfalto
sei l’ostacolo insignificante
nei chilometri di qualcun altro.
Almeno datti una mossa,
amico,
prova a farli finire fuori strada”.

“Incidenti” in “C’era un dannato sole incandescente quel giorno” – Jolanda Freibush (2006)

“Gimcana” in “Frammenti Urbani – parte seconda” – Jolanda Freibush (2011)

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“Afferra
quella lingua di vento
pigra
che indugia
sul bordo della finestra
senza avere la minima
intenzione
di darci una scrollata
come si deve.
Dopo forse ti lascerò
andare
a liberarti la vescica
ma poi
per favore
torna
vieni
a stenderti sul pavimento
ti taglierò i capelli
e ne farò ghirlande
da dispensare
ai viaggiatori di commercio
e ai testimoni di Geova
che vengono a venderci
a tutti i costi
una felicità che non vogliamo.
Ti faccio spazio
nel portico,
è questa la nostra
roccaforte,
perché non possediamo
nemmeno mezzo metro quadro
di coraggio
per affrontare
l’universo
al di là degli scalini.
Dovrà pur finire
questa filastrocca
stonata
fatta di abitudini e di
piccole meschinità.
Scommetto
che non lasceresti il posto
in tram
alla vecchia indiana
dalla faccia liquefatta
nemmeno se te lo chiedesse
supplicando
e hai già dimenticato
il cadavere dell’uccellino
bianco e nero
dal becco fosforescente
che il pakistano delle pompa di benzina
di Old Crescent Road
ha spazzato via
dal marciapiede
senza troppi complimenti.
Io invece soccombo
per via di questa maledetta
memoria fotografica
che mi inchioda
addosso
tutti i ricordi
uno per uno
come una specie
di catalogo ambulante
che non posso smettere di guardare
mai.
Mi consolo leccando
il sorriso
del cameriere turco
rimasto attaccato al
tovagliolo
che avvolge il mio panino
che lui ha farcito con kebap e
salsa piccante,
pontificando
per un quarto d’ora buono
circa il peso specifico
dell’umidità di
Istanbul.
Ho un tram da prendere
adesso
e non ho alcuna intenzione
di litigare con le mie ginocchia,
per cui mi avvierò lentamente
e dopo che sarò salita
cercherò con lo sguardo
un silenzio
che mi rassomigli
e una vecchia indiana
dalla faccia liquefatta
che mi spieghi
come diamine
restare in piedi
almeno fino
alla prossima fermata”.

“Gimcana” in “Frammenti Urbani – parte seconda” – Jolanda Freibush (2011)

“Paddy O’Rourke” – “Frammenti urbani” – Jolanda Freibush (2010)

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“Questa mattina mi sfugge
la meccanica dei gesti
consueti
e mi ritrovo in piedi
senza saperlo.
Di ieri trattengo soltanto
odore di benzina
e fumo dal motore
e non so più quanti bicchieri
di birra
bevuti insieme a Paddy O’Rourke
giù al For Sake,
siamo entrati
nonostante la saracinesca fosse mezza abbassata,
perché Paddy è simpatico al barista
e io ho un paio di tette decenti
e tutti e due abbiamo qualche spicciolo
e molta sete.
Questa mattina mi sfugge,
insieme ad un mucchio di altri dettagli,
perciò non servirà chiedersi
quanti giorni di ferie
scucirò al capo
e se potrò godermi
la bella stagione
invece di picchettare sui tasti
la grammatica sconclusionata
di un lavoro
da pappagallo ammaestrato.
Paddy è finito disperso
in qualche balorda piega della notte,
sarà difficile ripescare i suoi stupidi
riccioli rossi da cartolina illustrata,
o forse
è salvo
dentro qualche letto
ad esercitare i muscoli
a dimenticarsi del freddo
del traffico
della mobilità occupazionale
e della fila al collocamento.
Esco spesso con Paddy O’Rourke
perché entrambi
cerchiamo un posto
da cui non ci sia chiesto di sloggiare
e altrettanto spesso
finiamo al For Sake,
anche se la saracinesca è mezza abbassata,
perché Paddy è simpatico al barista
e io ho un paio di tette decenti
ed entrambi abbiamo
qualche spicciolo
poco sonno
molta sete
e tutta la notte davanti
per dimenticarcene
e ricominciare”.

“Paddy O’Rourke” – “Frammenti urbani” – Jolanda Freibush (2010)

“Compagni di merende” in “Frammenti urbani” – Jolanda Freibush (2010)

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“Sono tutti fuori per lavoro,
hanno impegni improrogabili
e propositi crudeli sotto la camicia
e un buffet freddo che li aspetta
da qualche parte
nel pomeriggio.
Intanto tu mi lasci in pasto
al tuo sguardo
feroce,
te ne stai
in agguato
dall’altro lato della tovaglia cerata
e non dici mai niente,
deleghi a me l’incombenza
di crederti interessante.
C’è un mondo appena sotto il nostro
balcone scalcinato
ma ci resterà sconosciuto
ogni stupore
perché lo sciopero generale
paralizza le arterie principali
della città
e tu sei imbottito di noia, paura
e antistaminici
e io non ho abbastanza tabacco,
non mi basta
nemmeno per mezza sigaretta.
Forse ti ricordi di Mildred,
la mia amica col culo alto
che ti piaceva,
l’ho incontrata l’altro giorno
al parcheggio della stazione
si leccava le ferite
come un cane da combattimento
sfinito
dai troppi match
e non ho avuto il coraggio di salutarla
ho fatto finta che fosse
già salita su un bus mezzo scassato
per andare a rifarsi il trucco
da qualche parte in Illinois
o persino ad Albuquerque
ho inventato una distanza fisica
direttamente proporzionale
alla distanza dei nostri cuori
perché lei era proprio lì davanti
e io non avevo il coraggio
di fare un passo
volevo solo un panino al prosciutto
e una birra
e un presente meno inclemente
con noi e i nostri ricordi”.

“Compagni di merende” in “Frammenti urbani” – Jolanda Freibush (2010)

“Ridammi le chiavi” in “Un pomeriggio per noia ho comprato una Mustang” – Jolanda Freibush (2007)

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“Prendi le monete dal piattino dell’ingresso,
compra del bicarbonato,
vedrai, archivieremo in fretta anche questa
nuova
stupida ferita.
Ci asciugheremo le mani
schizzando via
le ultime gocce
di risentimento,
saranno i nostri chicchi di riso
fuori dalla chiesa.
Spariranno dal calendario
senza clamore
quelle domeniche di giugno
in cui fingevamo
di partire insieme
per l’Albania,
come contrabbandieri
da salotto,
l’orizzonte misterioso
confinato
dentro il perimetro
gentile
del nostro divano.
Una volta – ricordi? –
dentro qualcuno dei nostri treni immaginari,
incontrammo una finta suora
con un segreto murato dietro la bocca.
Ci sorrise e poi buttò gli occhi
lontano
da qualche parte, in fondo,
oltre il finestrino.
Non potevamo raggiungerli,
quegli occhi,
perché siamo sempre stati
troppo pigri,
troppo sciocchi
e troppo spaventati
per metterci a rincorrere
bulbi oculari
smarriti
al di là di finestrini che
non esistono.
Proprio come adesso
che andando via
non ti preoccupi nemmeno
di chiudere la porta,
né io posso dispiacermi
in fondo
che sia finito
questo sonnambulismo complesso
che ci ostinavamo
a chiamare
amore”

“Ridammi le chiavi” in “Un pomeriggio per noia ho comprato una Mustang” – Jolanda Freibush (2007)

“Sintonie disfunzionali” in “La manopola della radio è rotta” – Jolanda Freibush (2011)

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“Una domenica mattina,
amore mio,
fermiamoci a Monterrey,
aspetteremo che il sole cali
oltre la curva della strada
per poterci tornare indifferenti.
Nel frattempo,
togliamoci i vestiti
per rotolare meglio
nella polvere,
niente di coereografico, per carità,
dobbiamo solo sopravvivere
al vento.
Mordiamoci le mani, amore,
ogni volta che una Chevrolet
taglia pigramente l’orizzonte
e disegnamoci sulla schiena
la faccia rugosa
del proprietario della pompa di benzina.
Ad un certo punto
io aggredirò il mio sacchetto di
caramelle gommose
e tu
fingerai che te ne importi qualcosa
dell’indice di borsa e
della precisa sfumatura dell’eliotropo.
Poi farà di sicuro troppo caldo
perché ce ne possa importare veramente
di qualsiasi cosa
e dopo un po’, di colpo,
sarà sera,
di nuovo,
e salteremo a bordo
e metteremo in moto
senza dirci neanche una parola.
Fino a che tu sarai lontano,
amore,
oltre la portata dello specchietto
retrovisore
e della memoria,
e io smetterò di sgranare i dettagli
sbiaditi
e saprò con certezza
chirurgica
di poterti amare bene
solo adesso
che non ti amo più”.

“Sintonie disfunzionali” in “La manopola della radio è rotta” – Jolanda Freibush (2011)