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#Ogni tanto quando sono in autobus o in tram capita che socchiudo un poco gli occhi e mi assopisco. Capita sovente la mattina presto mentre il 19 svirgola sferragliando da piazza Risorgimento a via Ottaviano. Capita qualche volta sul N1, dopo mezzanotte, mentre lui aggredisce l’Appia per agguantare Termini. Di rado, dentro questo sonno appiccicoso e distratto, colgo brandelli di trasmissione e mi ci intrattengo, non avendo di meglio da fare. Così oggi ho beccato per caso lo spettacolo di un comico di professione, un cabarettista di vecchia data, uno di quelli che gli operai montano nei locali nuovi insieme ai sanitari, uno di quelli che dopo l’esibizione si spostano dal palco al bancone e ci restano fino a chiusura, bevendo e cazzeggiando col barista, prendendo per il culo i clienti senza che loro se ne accorgano. Non ha nemmeno quarant’anni questo tipo, ma ha perso già quasi tutti i capelli, gli occhi sono tondi, verdi e vispi e la faccia larga, spaziosa, che meriterebbe un pizzico di manutenzione in più, quanto meno per non assomigliare al parco giochi comunale abbandonato da più di dieci anni, con le giostrine ormai arrugginite. L’ultima volta che si è fatto sistemare la barba dal barbiere è stato ai tempi acerbi di un fulmineo successo televisivo durato lo spazio di un tormentone estivo e poi svanito nelle interminabili anticamere davanti agli uffici di quelli che contano e nei prolungati silenzi adolescenziali di un telefono che non si prende nemmeno più la briga di squillare per lo sbaglio occasionale di un utente distratto. Gli è rimasto il vecchio bar, quello in cui ha mosso i primi passi, quello che gli visto i capelli e più di un paio di donne pettorute e brille cadute ai suoi piedi e le risate e gli applausi e i piedi battuti con entusiasmo sotto i tavolini. Anche oggi indossa come sempre i suoi pantaloni neri con le pence, la camicia bianca di cotone sdrucita, troppo stretta sulle spalle, la cravatta nera sottile, col nodo allentato malamente intorno al colletto alzato. Anche oggi, come di consueto per tre volte a settimana, dovrebbe attaccare col repertorio rodato, la politica, il calcio, le donne e il sesso, disidratando gli avventori dalle risate per spingerli ad ordinare ancora da bere. Ma questa volta il pubblico è troppo irrequieto, troppo ostile, riesce a bere e sghignazzare anche senza di lui. Quando il comico attacca il suo numero, infatti, cala un silenzio inesorabile e l’uomo provato da mille performance all’improvviso si blocca, quasi avesse dimenticato di colpo come si fa a leggere e a scrivere, come si fa a salutare. I suoi occhi verdi precipitano sulla barba brizzolata e crespa, sulla punta delle sue scarpe di vernice. “RIDETE, STRONZI” dice la sua voce cogliendolo di sorpresa, e loro, gli altri, a quel punto, ridono. “LE PORTE CENTRALI DELL’AUTOBUS SI CHIUDERANNO TRA TRENTA SECONDI” dice la voce efficiente del computer di bordo. Apro gli occhi, tra venti minuti sono a casa, che fortuna non essere una persona solare per antonomasia, penso, che fortuna.

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