Archivi giornalieri: aprile 17, 2013

12.

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#a volte mi immagino il Destino come un signore di mezza età, un tipo standard, obeso, calvo, devoto al panciotto di lana d’angora e agli occhialetti a mezzaluna, che poi glieli ritrovi rigorosamente appesi alla canonica catenella in filo d’oro, lasciati per lo più a riposare sul petto. Sì, lo vedo, lui, il Destino, con quella buffa testa a uovo che lo fa assomigliare tanto ad un personaggio di un vecchio gioco della Hasbro, il buon Bill. Mi passa davanti trotterellando e se cerco di fermarlo un momento, per scambiare quattro parole, mi liquida con un gesto bonario della mano. “Sono oberato, sono oberato”, ripete, calcando la voce sulle vocali e diluendo l’intensità del diniego in una specie di falso dispiacere molto ben simulato. La prossima volta che lo incontro, il Destino, quasi quasi provo a infilzarlo con uno stiletto d’argento intinto nel veleno, per vedere se si sgonfia un po’ o anche solo per vedere l’effetto che fa.

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11.

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#Quasi quasi vado a svernare a Klagenfurt, vado a vedere se da quelle parti l’industria leggera tira ancora come una volta. E poi, chissà, se mi gira bene può darsi che mi sposo un Herr Strobel qualsiasi. Con i baffi, l’alito d’aceto e una risata stereofonica e cavernosa. Metti che non mi dica male, metti che alla fine il clima sia meno fastidioso del previsto. Metti che i calzettoni dello Strobel finiscano diligentemente in lavatrice ogni sera, da soli. Potrei anche starci bene, incorniciata in un quadretto tipico del Centro Carinzia. Metti.

10.

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#mi piacciono i cessi di bar con l’insegna scassata, il neon ad intermittenza che sembra farti l’occhiolino e la pletora di sfigati ubriaconi incollati al bancone, appesi alla solita bottiglia. Mi piace la penombra e lo strato di sporcizia traslucida sul pavimento, le bucce delle noccioline sui tavolini, le cicche di sigarette sopra il lavandino del bagno delle signore. Mi piace che la gente chiacchieri ad alta voce, che qualcuno meni un poco le mani e che nessuno degni di uno sguardo il tizio capellone con la camicia a quadri che canta una canzone sgangherata, sul palchetto in fondo al locale, illuminato in malo modo. Il tintinnio dei bicchieri e le risate sguaiate coprono la sua voce e lui per cinque minuti prova a dimenticarsi del suo cuore malandato e di quello che avrebbe potuto o voluto dire e invece. Quando ha finito può andare al bancone a smaltire il resto della sua tristezza, il barista gli serve un whisky doppio e gli dice “non c’è problema, amico” quando lui gli chiede di servirgliene un altro. Mi piacciono i cessi di bar che sanno dare una verniciata all’amarezza senza troppi imbellettamenti, come una pacca sul culo di buonaugurio.
Come quando capita di impigliarsi le calze nell’impellicciatura dello sgabello e imprecare a bassa voce per poi sentire un “Non c’è problema, amica”.
Va bene, resto. Un altro bicchiere.

9.

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#non lo so, saranno gli occhiali nuovi ad ingannarmi, ma ultimamente il Gabibbo mi sembra spaventosamente dimagrito. La moquette rossa gli cade a grappoli sulle cosce smunte. E mentre mi preoccupo per la salute di un pupazzo, mi rendo conto che in tutti questi anni io invece non ho rinunciato in effetti nemmeno ad un grammo di me stessa. E pensavo fosse pigrizia, ma mi sbagliavo. Era affetto.

8.

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#Combatto l’amarezza a modo mio, crogiolandomi in pensieri oziosi, come constatare l’imbolsimento facciale di Geena Davis o costruire astruse impalcature erotiche intorno alla figura di Andy Luotto, a causa dell’attrattiva fonetica del suo cognome. Non c’è spazio per la fantasia in questo scampolo di strada dove ormai anche il nasone perennemente gorgogliante ha deciso di abdicare alle foglie color cammello dei platani, arrendendosi all’apnea, alle scintille dispettose dei tram e allo scandaloso aumento del prezzo degli snack nei bar. Hanno perso la tenerezza persino le strisce pedonali, che infatti se ne fottono della tua incolumità e si lasciano sbiadire dalla pioggia andandosene con dispetto, quasi sbattendo la porta. E come se non bastasse in giro non c’è nemmeno uno straccio di cavallo da abbracciare, solo deserto di stucchi e cemento a perdita d’occhio. Mi lascerei cancellare dalla pioggia anche io, se non fosse per il guizzo inaspettato di un paio di occhi grigi, di velluto lucente, appoggiati da qualche parte appena più avanti, che basterebbe allungare la mano per afferrarli.

7.

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#Oggi mi sento come il marciapiede lungo il litorale di Ostia durante le mezze stagioni, quelle che non sanno più nemmeno loro se esserci o meno. L’anima disseminata di cartacce, involucri di patatine unti e cicche di sigaretta, un vento appiccicoso e greve attraccato alle giacche dei pochi passanti, le imposte sbarrate delle villette estive, pochi bar aperti per sbaglio. Roba che sembra una collezione completa di tristezza, una desolazione da enciclopedia, ma non proprio. Perché poi, appena il cielo comincia a farsi un pelino scuro, magari ti viene voglia di fumare una sigaretta sulla spiaggia grigio sporco, di fronte a quel mare che sembra una torbiera, e invece. Finisce che ti sfugge un sorriso e quando il buio è completo resti fulminato dalla certezza, immotivata ma bellissima, che qualcosa di gentile e inaspettato potrebbe ancora sorprenderti, nonostante tutto, dopo tutto.