Di spigoli di palazzi e altre ferite.

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Si spogliò meticolosamente della prima persona e la posò sul divano, in mezzo al marciume scomposto di un disordine stantio, vecchio di giorni, forse settimane, un disordine marcescente e putrefatto, un disordine abbandonato a sé stesso, vagabondo e ubriaco, scostante e irritabile al punto che non poteva più nemmeno farle buona compagnia. Indossò la terza singolare e fissò per diversi minuti il battiscopa staccato dal muro, percepì il brontolio del boiler rimasto acceso troppo a lungo e pensò, un po’ a tradimento, a quanto a lungo era stata un io e che adesso era solo stanca e indifferente e aveva voglia di sbobinare chilometri di nastri di musica triste e poi di verniciare di chili messicano le pareti della casa e di ridacchiare sommessamente sfregando cerini sulle suole delle scarpe. Uscendo alla luce del sole afferrò in un momento che nulla più avrebbe potuto davvero ferirla, ogni cosa l’avrebbe toccata solo di striscio, marginalmente, come se invece di una persona fosse stata un tappeto elastico o un tergilunotto o una saponetta schiumosa. Alzò lo sguardo, vide gli spigoli dei palazzi romani tagliare con forbiciate precise l’azzurro abbacinate del cielo estivo e immaginò che fossero frecce e ferite ma il pensiero aveva le punte arrotondate e non le tagliò l’anima come avrebbe fatto in altre occasioni, in passato, quando era un pensiero giovane e strafottente, spesso crudele e implacabile, mentre adesso si era rammollito il pensiero, ed era giunto il momento di finirlo, del tutto, con un bagno di Bourbon e frivolezza.

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