“Giovedì pomeriggio” in “In bicicletta la freccia si mette con la mano” – Jolanda Freibush (2003)

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‎”Mettilo sul conto, amico,
dicevo,
perché speravo che una volta
almeno
te ne dimenticassi.
E invece tu non dimenticavi
mai
e l’ennesimo colpo di gomito
correva festoso ad allungare la lista.
Cento, se arrivo a cento
mi toccherà una consumazione omaggio
e un peluche, forse.
La strada fuori
è sgombra di bus,
farcita di cicche di sigaretta e sputi.
Domani non mi sveglierò tardi
e avrò il solito cerchio alla testa
e troppa voglia di pisciare e
non mi ricorderò più
questa fottuta amarezza di adesso
perché l’avrà già sostituita
una bella amarezza nuova,
destinata ad ammuffire in fretta,
prima di sera, e così via dicendo.
Non ho mai imparato a
non accumulare il bucato da lavare
e lascio con piacere piatti e pentole
ad agonizzare nell’acquaio
e altre crudeltà del genere.
Insomma, non conosco affatto
liturgie salubri
per disinfettare l’anima
e compio sempre gli stessi gesti
per pigrizia e superstizione,
perché spero che questo basti
a salvarmi,
a non beccare mai la pioggia
quando esco senza ombrello.
Amico, lasciami fare, eseguo gli ordini
da bravo soldatino,
voglio guadagnarmi senza intoppi
l’unico futuro tascabile che sono capace di immaginarmi.
Non so dirtene molto, in verità,
mi auguro solo che ci sia un po’ di tramontana secca,
ogni tanto,
e, sempre,
il bancone di un bar”.

“Giovedì pomeriggio” in “In bicicletta la freccia si mette con la mano” – Jolanda Freibush (2003)

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