La Signorina Ics – Monologo teatrale

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La Signorina Ics.

(In sottofondo, “La prima cosa bella” cantata da Nicola Di Bari, la Signorina Ics si alza dal suo posto ed entra in scena, si sistema al centro e comincia a dondolarsi languidamente per qualche minuto sulle note della canzone. Sembra in estasi, ha gli occhi chiusi, poi ad un certo punto si scuote, si accorge del pubblico di fronte a sé e comincia a parlare).

Oh… oh, accidenti, scusate, scusatemi, mamma mia, che figuraccia… (Ridacchia imbarazzata) Non volevo mica essere sfacciata, no, però questa è la mia canzone, non so se mi spiego, ecco, invece no, chissenefrega se è la tua canzone direte voi, avete pure ragione, vi sarò sembrata un’esibizionista, chissà che pessima impressione avrò fatto, alzarmi e mettermi a ballare in quel modo… Va bene, dai, aspettate un secondo, ecco, mi sistemo, (si sistema i capelli, si rassetta gli abiti) così, allora, sono a posto, sì? (Si mostra al pubblico). Beh? Insomma, che ve ne pare? No, cioè, non fraintendetemi, nel senso… non sono una pazza megalomane, però già che sono qui, approfitto della vostra gentile attenzione.

Ho proprio bisogno di un parere. Avanti, che ne dite, che ne pensate di tutto questo ambaradan? Coraggio, non fate i timidi, sono o non sono, com’è che si dice… ah, certo, sono o non sono “una bella gnocca”? (Si imbarazza immediatamente). Ehm, scusate, non ne faccio una giusta, accidenti a me! Devo imparare a parlare come si conviene ad una ragazza per bene, il problema è che ancora non mi sono abituata del tutto a questo nuovo vestito che porto. Bello vero? Sì, è meraviglioso, voi non potete immaginare per quanti anni io lo abbia desiderato,  quante notti insonni passate a immaginarlo dentro la mia testa, ci ho quasi consumato gli occhi sopra. E alla fine eccolo qui il mio vestito perfetto! (Fa una giravolta – Qualcuno, dal pubblico, dice ad alta voce: “A dire la verità, mi sembra uno straccetto comprato alla bancarella dei pakistani”)

Ma quale bancarella e bancarella d’Egitto! Cosa diamine avete capito? Ci ho sputato sangue e fatica sopra questo vestito, pakistani un corno! Non le vendono mica gli ambulanti un paio di tette così, un culo così femminile, una vagina di qualità come la mia, lavorata a mano da un professionista del settore, un pezzo unico, così perfetta e dettagliata da sembrare vera! Beh cosa sono quelle facce adesso? Non l’avevate capito? Bene, vuol dire che il chirurgo non era un ciarlatano da mercatino rionale. Certo che se però avete pensato davvero al vestito, beh, vuol dire che dovrò impegnarmi a calzare meglio tutto questo popò di attrezzatura nuova di pacca. Non è facile, no. Non lo è per niente. Ancora non mi sono abituata del tutto ad essere ciò che sono. In fondo, fino a sei mesi fa dovevo fare ancora i conti con un irriducibile pisello decisamente straordinario, modestia a parte. Nel senso che sarebbe stato perfetto quel bestione, se solo non fosse stato attaccato al mio corpo, se solo non fosse stato mio. Non l’ho mai potuto digerire quel dannato pistolino attaccato a tradimento al mio corpo, mai. Ero magro e sottile quando ero un maschio ma mi sentivo pesante come un elefante da circo. Io, che la prima volta che ho visto Titanic, ho invidiato Rose tanto per Di Caprio quanto per la rigida compostezza ed eleganza che le avevano impartito da bambina. Sognavo di essere aggraziato come lei, di sedermi a tavola con la schiena dritta come un fuso, di pulirmi soavemente gli angoli della bocca con il tovagliolo, per poi adagiarlo piano sulle gambe. E invece no. Avevo il pisello, io. Quella porzione di carne mi pesava addosso come un macigno di 150 chili, mi faceva sentire sempre eccedente, mai adeguato. Ero un corpo fuori fuoco. Non riuscivo a capire, spogliavo il pupazzo di Ken di mia cugina Maria e lo guardavo, era un maschietto, come me, era lui il pupazzo con cui mi toccava giocare, Barbie per le femminucce, Ken per i maschietti, tu sei come Ken tesoro, non come Barbie, ma non era vero, perché Ken senza vestiti era meglio di me, non aveva quella bacchetta fastidiosa in mezzo alle gambe lui, no, e io allora toccavo più e più volte la superficie liscia dei suoi non genitali di plastica e lo invidiavo, con violenza. Non ricordo più quante volte, di notte, abbia tentato di strapparmi di dosso quell’affare mostruoso, fino a farmelo sanguinare… volevo essere esattamente come Ken, senza niente di più. Ma non funzionava. Quando ero solo un bambino avevo persino difficoltà a fare la pipì, mi venivano i sudori freddi ogni volta che dovevo tirare fuori la protuberanza aliena, l’idea di dover pisciare in piedi, invece di sedermi comodamente sulla tazza come faceva mia madre, mi dava il voltastomaco. Così trattenevo la pipì per quantità esorbitanti di tempo, fino quasi a farmi scoppiare i reni e il più delle volte preferivo farmela addosso piuttosto che dover affrontare il supplizio del bagno. Alle elementari mi chiamavano il “Pisciasotto”, quando i ragazzi più grandi cominciarono a prendermi di mira, a mettermi nell’angolo e a picchiarmi, capii istintivamente che non era giusto, no, non era quella la forma che mi meritavo, mi era toccato in sorte un vestito di merda che non mi stava per niente bene addosso, ma purtroppo, se volevo sopravvivere, dovevo fingere che andasse bene così. Cominciai a rispondere alle botte, a sfidare i compagni di classe a chi sputava più lontano, a tirare i capelli alle ragazzine e cose di questo genere. Restai mascherato per parecchi anni e per un po’ non fu così difficile come avevo immaginato. Era più o meno come indossare un cappotto di lana ingombrante, di quelli che usavano i militari per andare in guerra in paesi molto freddi. Era scomodo e orribile a vedersi, mi potevo anche scordare leggiadria e compagnia bella e mi bruciava sulla pelle quella lana malefica cucita alla mia stessa carne, ma almeno mi faceva sentire al sicuro, protetto. Ero vigliacco, cosa volete che vi dica.

Poi ad un certo punto cominciai a sbattere. Cominciai di nuovo a sentirmi fuori misura. Volevo abbracci che non potevano contenermi, volevo gesti che non potevano incorniciarmi. Volevo fare l’amore, come non lo farebbe mai un uomo, con quel languore dolcemente velenoso di cui siamo capaci solo noi donne, volevo l’abbandono e le carezze, volevo essere nuda e che qualcuno mi vedesse per come ero davvero e mi fermasse, mi proteggesse invece di fuggirmi, volevo sussurrare e camminare in punta di piedi, volevo danzare sul ghiaccio senza mandarlo in frantumi, come vedevo fare a Barbara Fusar Poli in tv, durante i giochi invernali, lei, superba, dentro incredibili costumi luccicanti, venerata da Maurizio Margaglio, qualcosa del genere volevo, sì. E con il cappotto di lana tutto questo diventava complicato, molto complicato.

Mi innamorai, lui aveva la mia stessa età, diciotto anni, e amava le donne, le belle donne. Fu durante la gita scolastica, eravamo compagni di stanza. Volevo soltanto assaggiare il suo respiro. Così mi avvicinai al suo viso addormentato e lo baciai. In bocca rimase soltanto il buio e il gusto ferroso del mio sangue, causato dal suo pugno. Il cappotto di lana aveva perso il potere di proteggermi, non avevo più scampo. Disturbo di identità di genere, ecco la diagnosi, accertata da sessuologo, psicologo del consultorio e psichiatra, confermata dal consulente del Tribunale. Il giudice dice che va bene, posso cominciare a spogliarmi, posso cominciare a staccarmi la lana di dosso. Vediamo un poco cosa c’è sotto, dice. Ma ogni pezzo che tolgo via è uno strappo doloroso, si porta via brani di pelle sanguinolenti. Quattro anni di indagini, scandagliata peggio di un fondale marino, rivoltata come un calzino, ma pazienza, è la prassi. Va bene, so che ne vale la pena, lo so. Cure ormonali, estrogeni e antiandrogeni. Sparirà la barba, aumenterà un po’ il seno, finalmente niente più alzabandiera. Nel frattempo sono nervosa e poi depressa e poi di nuovo nervosa, aggressiva, senza libido, depressa, nervosa, depressa, aggressiva e cambio una parrucca alla settimana. Scelgo il chirurgo, il migliore per favore. Tre ore e mezzo di intervento, un capolavoro artistico, un lavoro di cesello, complimenti, il trucco c’è ma non si vede. Dopo l’operazione, ho dovuto portare, dentro la cavea nuova di zecca, una specie di palloncino, per quindici giorni, e poi tre volte a settimana, di notte, per tre mesi. Sarebbe stato tutto molto meno farraginoso se solo il buon Dio ci avesse fatto di pongo, no? Niente più abiti scomodi, niente più abbracci negati per questione di proporzioni, di opportunità. Comunque, credo che per me, dopo tutto questo, ne sia valsa la pena. Certo sono donna di fresco, devo allenarmi su tutta una serie di meravigliosi futili dettagli, devo prendere dimestichezza con la liturgia civettuola del detto non detto, vedo non vedo, ammiccamenti vari, vorrei ma non posso, no però è sì, frizzi e lazzi e svenevolezze… ho tutto il tempo che voglio per recuperare.

Adesso che sui documenti, alla voce sesso, c’è scritto, con un bel carattere burocratico imponente e deciso: “femminile”.

Però vi dico un’ultima cosa e poi tolgo il disturbo, giuro. La prima volta che mi sono sentita veramente me stessa è stata un’altra. È successo una settimana fa. Sono andata al palazzetto dello sport per pattinare sul ghiaccio. E quando sono passata dall’inserviente per riconsegnare gli stivaletti da pattinaggio, lui mi ha guardato e mi ha detto, semplicemente: “Signorina, lei è nata… per fare pattinaggio artistico, ha una grazia eccezionale, questo è poco ma sicuro”.

(Esce di scena, danzando sulle note de “La prima cosa bella”, così come era entrata).

Boy and Girl.

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