Dentro gli occhi.

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Sono vent’anni che ti guardo. Vent’anni, capisci? E’ una fottuta eternità che io ti guardo e tu non dici niente. O forse mi hai parlato, qualche volta, ma io non riesco a ricordare nemmeno una parola. Sul serio, mi sforzo ma dentro gli occhi mi resta solo il nulla lattiginoso di un’insonnia chilometrica e priva di significato e un paio di scatolette di tonno sottolio, un accendino con dentro un fiore di plastica e un cavatappi d’acciaio.

Tutto è andato a male. Sono mesi che non faccio la spesa e notevoli strati di muffa hanno ricoperto ogni cosa. E tu continui a non dirmi niente. Perché non parli? Non sei mica fatto di vetro, o di marmo. Per quel che ne so sei antropomorfo e senziente, puoi pensare, puoi esprimerti, puoi agire. Invece te ne stai anche tu là fermo immobile, come un pezzo dell’arredamento, a lasciarti ricoprire dalla ruggine, dai batteri, dal verderame, brutto salame, e non dici niente. Sai solo ferirmi. E puzzare, come lonza di maiale andata a male. Ora sto esagerando. Forse non puzzi, forse non pensi, forse non esisti nemmeno. La tua barba esiste solo dentro la mia testa e non hai mai detto “andiamo in scena” o “funzionerà” o fatto una carezza, una genuflessione, una giravolta. Ho sognato un’alba di pioggia e c’eri anche tu. Annusavi l’aria, come un segugio. Eri ancora semi intorpidito dal sonno, ma sorridevi. Avevi dentro un ricordo, delizioso come la rugiada. Pensai che era tutto molto bello. La pioggia che toglieva il disturbo, tu che ti stiracchiavi nel vano della porta, molle come un gatto.

Ma alla fine è restata solo l’insonnia e una bestemmia, sussurrata nell’incoscienza. Era tutto un po’ ridicolo tra di noi. Facevamo ridere tutti, forte, nella notte, tra le bottiglie e i bicchieri smerigliati. Facevamo ridere forte. Ridevano tutti troppo forte, io non riuscivo a dormire. Forse ridevi anche tu, di me. Ma io facevo finta di niente, ti guardavo, negli occhi, assumendo un’espressione molto sapiente, molto compiaciuta, la faccia di quella che la sapeva lunga. Ti guardavo anche mentre tu guardavi altrove, senza sapere che tu guardavi altrove sempre, anche quando guardavi me. Pensavo che il mio sguardo avesse un peso dentro al tuo e se si affacciava un dubbio, scrollavo la testa con studiato mestiere e ti offrivo da bere. Mi piace portare i pantaloni, mi piace schifosamente dire la cosa sbagliata al momento sbagliato. Addossare la colpa al destino. A te che non parli. Alla melatonina che non funziona. Ma non divaghiamo. Parla, cazzo. Dì qualcosa. Fa che non siano passati invano questi venti anni di occhiaie, di fughe, di frigoriferi rotti, di false promesse, di carriere mancate, di inviti, di orge, di rivoluzioni, di diarree, di schiaffi e inversioni a u, questi venti anni feroci, fatti di aborti, di sogni, di connessioni neuronali, di delusioni, trip lisergici, questi venti anni commoventi, coi momenti persi per vigliaccheria, per mancanza di voglia di fare, fatti di scuse, di commiserazione, di una giustifica firmata per ogni occasione. Venti anni, capisci? E tu sei rimasto uguale, non sei invecchiato di un centimetro. La tua faccia non è franata a causa del cattivo tempo, delle preoccupazioni, del naturale processo di decomposizione. Io me ne sto qui, con gli occhi spalancati e la faccia divorata dal sonno e cerco solo di capire, di decifrare geroglifici post-moderni, di realizzare modellini di un reale che è ammuffito da decenni. Ma neanche poi tanto. Ho rinunciato da un pezzo a cercarmi dentro gli specchi, come facevo sempre prima, quando non mi pareva convincente l’ipotesi di esistere davvero. Ora non ho più niente da cercare, da constatare, da razionalizzare. Prima o poi smetterò di cercare anche te. Te che correvi nella sabbia e mi lasciavi indietro, a perdere i miei effetti personali e la mia dignità come manciate di aghi di pino. Eppure allora sentivo il coraggio pulsarmi nella giugulare. Pensavo che prima o poi ti avrei acciuffato e sbattuto contro il primo fottutissimo muro. E tu avresti parlato, dannazione, sì, avresti cantato come un uccellino. Ma ho avuto il fiato corto e la gamba stanca, ho mandato in corto circuito l’efficacia dell’esegesi di ciò che mi facevi sentire. E adesso che continui a non parlare e sono passati vent’anni sento che è arrivato il momento.

Buona notte.

E vaffanculo, potevi scrivermelo anni fa su un pezzo di carta che eri muto.

 

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