La sorellina.

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Mia sorella è una persona felice. Mia sorella sogna. Allevare un batterio, mangiare omogeneizzati, andare in qualche posto dotato di un basic appeal, un posto che non significa niente per le migliaia di persone che lo frequentano di solito ma che per lei è tutto, perché ancora non c’è mai stata. Cose di questo tipo. Mia sorella coltiva sogni che fanno pendant con la sua pragmatica tempra da colonnello inglese, addestrato ad affrontare i disastri ed i trionfi con la stessa medesima flemmatica leggerezza ingenua e sfrontata. Io, a differenza di mia sorella, non sono stata capace di continuare a rinunciare ai dolci, il mio bidè si è rotto all’epoca del primo Sanremo di Bonolis e non ho ancora trovato uno straccio di idraulico per farlo riparare. Lei avrebbe agito diversamente. Lo avrebbe riparato con le sue mani quel bidè fottuto o piuttosto avrebbe rapito un idraulico qualsiasi e avrebbe costretto lui ad aggiustarlo, al diavolo la lista di attesa e i preventivi. E si sarebbe fatta fare anche lo sconto, a lavoro finito, potrei scommetterci.

Mia sorella vince al gioco, mia sorella tira sul prezzo, mia sorella attribuisce al denaro la giusta importanza, e anche un po’ di più.

Mia sorella ha buon gusto, mia sorella sa abbinare i colori che indossa, mia sorella possiede senso pratico, lei il senso pratico lo tiene saldamente al guinzaglio, da dominatrice.

Mia sorella sa fare una torta alla ricotta da jackpot iperglicemico e sa declinare i muffin in tutte le accezioni possibili, concepibili e inconcepibili, molto meglio dei verbi greci e latini. Le piace studiare nel cesso e ballare, follemente, sulle note delle canzoni più assurde.

E’ una piccola smorfiosetta tutta vezzi e mossettine, ha un vocabolario di espressioni irritanti che le distorcono il viso rotondo in una poliedrica maschera da guitto consumato con sulle spalle fin troppo mestiere. Io la guardo disgustata e le ripeto che se continua così le verranno delle rughe profonde come il canale di Suez, ma lei non fa una piega. Mi guarda con sufficienza e se ne va, sicura del suo charme, del suo inarrestabile successo umano e sociale.

Era distante anni luce mia sorella, fino a ieri. Irraggiungibile. Poi all’improvviso me la sono trovata di fianco, senza capire come o perché. All’inizio mi è preso un colpo. Invece non era così male. Ho cominciato a ridere alle sue battute e lei ad ascoltare con piacere la musica del mio mp3. Senza rendermene conto è diventato meno importante essere così diversa da lei. Io che non so cucinare, che non so tenere in ordine né una stanza di 20 mq né quel baraccone insensato che è la mia vita e soprattutto non so abbinare i colori o assorbire con serenità i contraccolpi delle più banali vicende sentimentali e umane. Io che piango, guardando lei piangere per un filmetto romantico di matrice americana, ed è sfiancante, perché il suo pianto granitico è in pole position già ad una distanza siderale rispetto alla scena clou. Io che corro, disperatamente, dentro i libri e faccio salti giganteschi fuori dal mondo perché non sono poi così tanto capace di abitarci dentro, come riesce a fare lei, con grazia inconsapevole. Lei, la sorellina, la più piccola, che invece è più solida di qualsiasi fortezza e dà punti a me, la sorella maggiore, e io posso solo guardare strabiliata, masticando pop corn innaffiati con molto burro. Io dovrei essere l’esempio, ma sono quella che è volata via sull’aquilone, per spassarsela un po’, mentre lei è quella restata ben piantata a terra, albero secolare e saggio, nicchia accogliente, ancora d’argento che mi tiene aggrappata alle cose più vere.

Però prende i miei trucchi senza chiedermi mai il permesso.

E questo, dai cazzo, proprio non si fa.

 

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Una risposta »

  1. oh Betta!!!!!! se avessi una casa editrice ti pubblicherei ‘ste righe, quando sono giù le leggo e mi mettono di ottimo umoreee, sorrido, mi stuzzicano le cellule celebrali …dunque grazieee…..

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