Transiti.

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Dovrei lavare un gigantesco agglomerato di mutande, dovrei impegnarmi ad essere congrua, adatta, operativa. Invece oblitero per l’ennesima volta la mia intrinseca inutilità gigiona e mi metto a scrivere. Tanto domani devo solo alzarmi presto e andare al lavoro. Nulla di serio. Stare al mio posto, essere pronta e ricettiva. Produttiva. Quando invece vorrei soltanto sputare rane e ingoiare calzini bagnati. Vorrei parlare con la conglomerazione di mutande che giace nella bacinella in bagno per scoprire se è dotata di una qualche capacità senziente. Per scoprire fino a che punto è stata delusa dalla vita. Se ha un sogno nel cassetto, se crede in qualcosa di più alto, se semplicemente è soddisfatta dell’ammorbidente che uso o preferirebbe cambiassi marca e profumazione. E’ la solita stupida vecchia storia. Chissà se hanno mai amato qualcuno le mie mutande. Chissà quante volte si sono sentite spezzare il cuore. Ma queste non sono cose serie, sono romanticherie in microfibra da quattro soldi. Le mutande non hanno cuore o sentimenti, le mutande non hanno sete di potere o frenesie ideologiche. Le mutande devono solo assorbire i più beceri umori dell’umano e tacere. Forse meriterebbero maggiore rispetto proprio per questo. Ma sto finendo un po’ troppo sopra le righe. E tra poche ore è di nuovo mattina. E bisognerà di nuovo infilare la chiave nella toppa e girare. Aprire le persiane. Darsi da fare. Sorridere. Ci sarà parecchio da sorridere nei prossimi mesi. E anche nei prossimi anni, se vogliamo aumentare i profitti. Dovrei ridurre del 75% il numero di volte in cui pronuncio le parole “merda” e “cazzo”. La federa del cuscino si è strappata nel mezzo e adesso tutti i pensieri e i ricordi che avevo messo via durante la notte escono fuori come un fiotto di vomito o di merda. Merda, merda! L’ho detto di nuovo. Ci vorrebbe una birra. Ma a quest’ora della notte non sarebbe salutare. A volte non è salutare nemmeno in orari più consoni. Dicono che poi esageri e rischi di fare qualcosa che in realtà non volevi fare. Ma non è il mio caso, a me non è mai successo. Anzi, a dirla tutta, da sbronza registro un aumento esponenziale della coincidenza tra quello che vorrei fare e quello che faccio. Ma magari non funziona così per tutti, soprattutto per chi non regge bene qualche goccetto di troppo. Come la federa del mio cuscino, che di fatto è esplosa, incapace com’era di reggere il peso del mondo che mi porto dentro la testa. Ma anche queste sono romanticherie del cazzo. Cazzo! Devo smetterla di vivisezionare i sentimenti e di fare strani esperimenti di eugenetica sul mio mondo interiore. Posso già percepire il fiato degli animalisti sul collo. Quindi basta, almeno per un po’. Proviamo a smetterla di scrivere cazzate. Di mettere la vita per iscritto soltanto per dare concretezza ad episodi di cristallo, per lucidare un poco l’argenteria e provare a colmare assenze varie e diarree psicologiche con un paio di trucchi ben piazzati. Ma sono le quattro del mattino di un giorno qualsiasi e non è più tempo per simili giochetti. Di raccontare, cercando di trovare il modo migliore possibile per farlo, di quanto fosse buono il profumo che aveva addosso e di quanto a fondo sia infilato il coltello se il pensiero di lui si insinua dentro persino quando nelle orecchie percepisco qualcosa di vagamente simile all’inflessione particolare del suo “naah” di ironico diniego. Per stanotte mi accontento di avere un grado di sensibilità emotiva pari a quello delle mie mutande comprate in saldo. I panni sporchi li laverò domani. Oggi è stata la volta delle stoviglie. E delle mie partite giocate a perdere. Poi si vedrà.

Probabilmente è solo questione di ammorbidente.

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