Senza titolo. (Se questo sabato lo avesse esperito PierVittorio Tondelli sarebbe stata letteratura). (2009)

Standard

Sabato 21 novembre.
Inizia tutto con uno squillo di cellulare. Stavo colpevolmente addentando dell’orribile pane in cassetta condito con pomodori sott’olio mentre invece no, avrei dovuto sentire il segnale, il telefono che squillava, vuol dire che le ragazze si avviano al bus, avrei dovuto muovere il mio culo lardoso ed essere là, in tempo, alla fermata del 40 express, immediata e ricettiva, pronta e fresca come una rosa, mi aspettavano lì, le due Francesche, ma io ero a casa, un panino di pessimo gusto tra i denti e la De Filippi impietosamente in filodiffusione. Avevo perso lo squillo che mi doveva dare l’imput per uscire di casa. Sarebbe stato l’inizio della fine, ma non potevo saperlo mentre addentavo quel panino inutile, non avevo che pane di pessima qualità in bocca e dei discreti pomodori sott’olio tra i denti, avevo bolo in quantità discreta ma nessuna percezione del futuro, nessun sentore di quel che sarebbe stato. Tutto ciò che un uomo può trattenere in sé, almeno per un poco, è il cibo che può masticare, nient’altro, il futuro è un consiglio per gli acquisti ma l’immagine che vedi ha un puro scopo figurativo, quando compri la merendina e la scarti, scopri che è tutta un’altra merda. Il futuro è un kinder brioss, fulgido e nutriente nelle intenzioni, crudelmente deludente a tu per tu. Ma questa è un’altra storia. Alla fine il 40 express l’ho preso, insieme alle due Francesche, un viaggio breve per arrivare a destinazione ma puzza di adolescenza ovunque, un tanfo insopportabile di ragazzini stranieri tutto intorno a noi, siamo circondate, aiuto, chiamate topo gigio, ci vuole qualcuno col pelo sullo stomaco per affrontare questa tempesta di ormoni, questa flatulenza di vita che deve sbocciare, ringraziando il cielo siamo a via Nazionale, Guido è fuori che ci aspetta e mai quest’onda mai ci affonderà shallalalalà. Attendiamo Antonietta, Gianluca e Frugiuele, li aspettiamo presidiando l’angolo della Banca d’Italia, non sappiamo che un CID li bloccherà, noi siamo lì ad aspettarli ignari, nella luce arancione che annega via Nazionale, chiedendoci ingenuamente se i convenevoli siano o meno un particolare tipo di pompino. Il futuro, come al solito, ci sorprende quando ormai è troppo tardi. Contrattempi. Un bel CID è proprio quello che ci vuole, lo dico sempre, per condire come si deve un sabato sera e i nostri amici infatti decidono di sistemare con modi affabili e civili il tamponamento che fracassa il paraurti della loro utilitaria. Forse non avevano un crick, per sistemare diversamente le cose con la tizia stravagante che non ha saputo dosare il potere della sua retromarcia. Quando arriviamo all’Asino che Vola, mi tranquillizzo, il posto pullula di gente, ci sono segnali luminosi e qualcosa di frizzante nell’aria, come una specie di elettricità che si appiccica ai maglioni, che accarezza le calze delle ragazze e sfiora le sciarpe dei ragazzi senza barba e la barba dei ragazzi senza sciarpa. Chi non ha né barba né sciarpa se ne fa pacificamente una ragione e anzi si fa preparare un cocktail multicolore da Piero, tanto rhum mi raccomando, e poi ci si getta tutti dentro, nel cuore pulsante dell’Asino, la stanza buia foderata di musica, il delicato buco nero che ti porta dritto dritto al centro della terra, dritto dritto al centro di te stesso. Ci sono persone e c’è musica e c’è poesia e ci sono colori che diventano arte uscendo timidamente da un pennello, esplodendo fuori con un fragore di rossi e verdi che si mescolano alle note, che penetrano nelle decine di paia di occhi ipnotizzati che riempiono la stanza. Arrivano Antonio e Giovanna, Pia e tanti altri amici. La pancia dell’Asino è piena, ma non è lo scherzo di Troia, non c’è trucco e non c’è inganno, c’è solo la magia di un posto che si lascia animare dalle persone che lo abitano. Arrivano Marianna, Beppe, i salentini e i bresciani, la combriccola è al completo, si mangia, si beve, allegri si sta. Dimentico le menate, gli imprevisti, i contrattempi, le cose che non riesco a spiegarmi, quell’attesa ingenua che non so spezzare, le fantasie che non posso dominare e anche il mio cuore in cancrena, anche quello, sì, dovrei decidermi ad amputarlo una buona volta, lo so, ma non ora, non qui. Dichiaro devozione al cheese cake al cioccolato e sento girare la testa, sono su una nave e i marinai parlano dei Profilax, di Puttanic e del fatto che le ragazze invece sanno solo parlare di tacchi e vestiti e sono molto invadenti. Forse hanno ragione loro, forse stanno solo scherzando, ma la birra scende argentina dentro la mia gola e sono d’accordo con chiunque mi rivolga la parola, sono rubiconda e pacifica, accondiscente con l’universo intero, in pace e armonia col cosmo, come il ragazzo biondo che si nasconde in un angolo del saloon e sorseggia silenziosamente una tisana mentre il mondo gli precipita intorno. Cioè, in verità è tutto a posto, ma se all’improvviso si scetenasse una piccola apocalisse domestica, un giorno del giudizio da taschino, so che lui resterebbe esattamente dove è adesso, immobile e serafico come un cherubino di pietra, lui e la sua tisana fumante, i riccioli biondi perfettamente accoccolati sotto il cappellino di lana colorata, lo sguardo leggermente liquido, eppure fermo, sicuro. Ha ragione lui, siamo al sicuro qui dentro. Qualsiasi cosa accada, qualsiasi futuro finisca per inghiottire il nostro presente, non importa, almeno per adesso, non importa, siamo qui e siamo vivi e abbiamo gente intorno e possiamo parlare, possiamo immaginare, possiamo aspettare che arrivi domani senza dover sprecare troppe energie temendolo. Si parla, si fuma, si scherza, scrosci di risate, palate di parole, si passa da una sala all’altra, Igor è una specie di allegro nocchiero che traghetta le anime, ma è un viaggio piacevole amico, non c’è da preoccuparsi, non c’è nessun demonio e non c’è alcuno scotto da pagare, sarà una piacevole traversata, fuori e dentro lo specchio, avanti c’è posto, Giulia sorride e i suoi capelli sono una cascata che accoglie benevola all’ingresso i nuovi amici mentre dietro le quinte Jle e Raffa non la smettono un secondo di sfornare e confezionare ad arte piccole deliziose magie culinarie. Peccato che i minuti scorrano ugualmente, nonostante tutto, nell’orologio e nei bicchieri che pian piano si svuotano, eccoli questi dannati minuti del cazzo, eccoli che passano anche impietosi addosso a qualcuno che per sbaglio è rimasto bendato in un angolo insondabile della serata, con in mano la coda dell’asino, e vien da chiedersi se riuscirà, prima o poi, ad attaccarla al posto giusto, ma non c’è tempo per darsi una risposta, è già mattina e tutti i notturni ci rotolano accanto senza fermarsi e allora tanto vale farsela a piedi questa strada verso casa, questa lunga lingua di asfalto nero che scivola sul palato della città addormentata, leccandole la pelle per lasciarla splendente e lucida alla luce del mattino. Roma è nostra in questo silenzio gravido che è l’esplosione muta di tutti i suoni del mondo, contemporaneamente. Ancora qualche passo e ci lasceremo il fiume alle spalle e questa serata sarà finita e sarà domani e chissà se avremo imparato qualcosa, chissà se il nostro cuore avrà battuto più forte, chissà se sarà servito provare ad essere felici per qualche ora, e riuscirci. Già, chissà. Quello che so è che prima del fiume il futuro, quello che non puoi prevedere nemmeno se sequestri Paolo Fox e te lo porti a casa, ci ha schiaffeggiato, pochi metri prima del ponte. Non poteva finire altrimenti un sabato sera così, un sabato sera di alfa e omega, di unione di contrari, di bellezza e pienezza e di vecchi fantasmi che tornano alla carica: in principio fu uno squillo mancato e poi il CID e, alla fine, ci fu l’uccello dell’impiegato della nettezza urbana che cercava di pisciare dietro il suo camioncino, ma in pieno corso. Lui non si aspettava di trovare noi. Noi non potevamo immaginare che avremmo visto lui, e il suo pipino, prima di andare a dormire. E’ sempre quella cazzata lì, l’imprevedibile che scompagina l’incastrarsi delle variabili dipendenti – per cui in culo ad ogni paranoica previsione del futuro – e la realtà, surreale, che finisce sempre per essere una spanna al di sopra della letteratura.
Accidenti.
Vuol dire che staremo a vedere.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...