Memorie di una serva. Diario semi-serio di una bracciante stagionale dell’industria dello svago turistico. (2009)

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Litri e litri di sudore. Decine e decine di zanzare appiccicate addosso come i bollini di qualità delle banane chiquita. I capelli sono solo una massa informe che staziona sul mio cranio per caso, per noia, per dispetto. Ho fatto le sei del mattino senza più ricordarmi dove e perché e adesso che sono le 9 e mezzo sono qui in piedi, sfatta come un caco troppo maturo, dietro il cancello di metallo di questa meravigliosa residenza in cui mi trovo a vestire i panni abbastanza striminziti della cameriera secca della famiglia Montagnet. La mia cugina barra principale mi accoglie con un sorriso acquafresh e mi spinge dietro il bancone. Dietro le quinte, the Voice, la Zia, sta gorgheggiando tra chilometri di stoviglie impilate pericolosamente e vertiginosamente. Caffè, cappuccino, con schiuma o senza, e poi una mitragliata di the caldo per sciacquare ben bene gli stomaci d’Oltralpe, insensibili a quei 40 barra quarantacinque gradi centigradi che cuociono le mie carni morbide e mollicce. Sali, scendi, spazza, rassetta, il mio nome rotola più volte tra le pietre dell’impiantito e io barcollo da una parte e dall’altra con la testa appannata e la ciabatta strisciante. Segnalare itinerari, le bellezze del luogo, una spiaggia tranquilla, Otranto è piena di gente, la Cattedrale, il barocco leccese, un ristorante, la richiesta di una prenotazione, no, mi dispiace, siamo al completo. Sorridere, sorridere, sorridere. Anche quando tutto sembra soltanto un veleno urticante dentro l’orecchio. Sorridere. Sorridere ed essere gentile. Scacciare gechi e resistere al sonno. Innalzare barricate contro la stanchezza. Tutto pur di arrivare in fondo alla giornata. Per meritarsi il silenzio, il diritto al broncio ed un bicchiere di vino bianco. Stasera sul terrazzo c’è un party sfavillante a cui non posso partecipare. Mi manca l’appeal e l’allure adatto. Ho un sudore all’ultimo grido che mi veste meglio della mia maglietta spiegazzata e del mio pantalone largo e bisunto. Di sopra si ride, si mangia, si beve e si discorre come si conviene tra gente per bene. Di sotto io trasporto valigie e sostituisco lampadine fulminate. Aspetto che qualcuno mi porti degli abiti puliti e mi porti via, a folleggiare sotto il palco di un concerto folk, all’ennesima festa di paese. Per dimenticare per poche ore che domani è un altro giorno, un altro giorno così, un altro giorno nel magico mondo dell’accoglienza turistica, un altro giorno di “francesi che si incazzano e giornali che svolazzano”. Un altro giorno di fotografie glamour in cui non trovare spazio. Restare lì, sotto traccia, invisibile, pronta a comparire solo al prossimo squillo del telefono, o del citofono o alla prossima, inevitabile, chiamate del mio nome.

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