La profondità di una pozzanghera.

Standard

Plic plic plic.
Fanculo le onomatopee, le metafore, le litoti, i climax, le allitterazioni, le metonimie e tutto il cucuzzaro. Che si fotta la poesia.Il giusto modo di pronunciare le parole, la corretta disposizione dei termini in una frase, la perfetta costruzione di un discorso. Al diavolo.
Se solo per un istante l’universo avesse la decenza di tacere.
Invece è tutto un formicolio di urgenza, di necessità di espressione, una battaglia epica tra la noia e la frenesia di esistere. Lo scrittore è stato declassato al rango inferiore di essere umano semplice. Ormai si scrive soltanto per rivendicare il diritto ad esistere, si scrive per esprimere un dato di fatto quasi banale, l’esserci, anzi precisamente l’esserci a tutti i costi, e altre menate standard di questo genere. La letteratura è solo la nuova carta bollata con cui fabbricare in serie sterili carte d’identità plastificate per ognuno, secondo le esigenze, senza distinzioni. La letteratura è diventata una divisa, una democrazia, un ufficio anagrafe. C’è sempre una fila pazzesca allo sportello, il condizionatore è rotto da anni e nessuno si prende la briga di ripararlo. Non c’è più niente di speciale. Non ci sono maledettismi che tengano, solo tavoli da poker apparecchiati per l’ennesimo bluff.
Io sto al gioco. Mi tengo stretta la mia vigliaccheria e il mio lavoretto da quattro soldi. Tra una cosa e l’altra, scrivo parole monotone come l’intonazione della voce di Manuela Arcuri, sempre le stesse parole da anni, una filastrocca, un mantra. Lo faccio perché non riesco più a trovare il mio vestito scintillante di lamè. Quello che vorrei davvero sarebbe un microfono anni ’50, il palcoscenico di un night club e una platea gremita di pubblico. Molto alcool, noccioline, uno strato di sporcizia sul pavimento e un barman che asciuga i bicchieri dietro al suo bancone e guarda verso di me con aria compiaciuta, perché sa che questa sera gli farò fare un incasso da urlo. Voglio stare sul quel fottuto cazzo di palco e cantare tutta la notte. Voglio che tutti cantino con me e che gli occhi brillino e le mani battano fino a spellarsi.
Invece scrivo, scavandomi la fossa ad ogni parola. Mentre fuori qualcuno pesta una merda di cane e il traffico stritola indifferente metro per metro ogni angolo di questa città zombie, io resto sveglia a desiderare che qualcuno prima o poi abbia il coraggio di amarmi nella mia interezza e non mi prenda in punta di coltello, selezionando quarti di bue, come dal macellaio. Ma è troppo complicato circumnavigarmi e comprendermi tutta. Ci sono troppi decimetri di carne per un solo uomo. E’ ovvio e inevitabile che non interessi tutto il pacchetto, sarebbe da indigestione, da lavanda gastrica. Del tutto comprensibile un “no, grazie”. Meglio andarci piano, poche fettine alla volta. Amarmi a punti, senza sforare, alla maniera della Weight Watchers. Senza esagerazioni.
Ma, a parte le ciance, cosa abbiamo in agenda?
Timbrare il cartellino anche oggi. Farsi riconoscere, a suon di parole. Provarsi ad essere profonda come una pozzanghera, per diminuir l’incomodo.
E sorridere sempre, mi raccomando, dentro la fototessera.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...