E l’oracolo sbottò: “Sei un maleducato e un impiccione”. (2009)

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Ehi amico, cazzo, dovrei dormire amico. Dovrei proprio dormire. Avrei decisamente bisogno di dormire. Invece amico, me ne sto qui raggomitolata sul mio letto duro come un sergente nazista e parlo con te che non esisti.
– Come sarebbe a dire che non esisto? dice Rodney sdilinquendosi sul parquet.
Rodney, amico mio, ragioniamo, io ti voglio bene ma le polpette di manzo come te non parlano e, ammesso che possano farlo, in questo cesso di casa comunque non ci sono polpette di manzo per cui tu non esisti e io dovrei dormire o fare la spesa. Ma sono quasi le tre di notte e non ci sarà uno straccio di negozio aperto nel raggio di miglia, per cui niente polpette di manzo, solo 4 o 5 sottilette che avrebbero tutto il diritto di dichiararsi prigioniere politiche del mio dispotico frigobar cattocomunista. E a dirla tutta nemmeno le sottilette parlano, quindi non c’è storia. Così sono sola e c’è buio e silenzio e potrei davvero chiudere gli occhi e fare la nanna, ci sono tutte le condizioni favorevoli perché ciò accada, semplicemente, chiudo gli occhi e dormo, punto, basta, invece chiudo gli occhi e vedo Rodney, una polpetta parlante, l’amico immaginario dell’ultima ora. Ho sempre più difficoltà ad entrare nel mondo dei sogni, devono avermi sequestrato il passaporto senza che potessi rendermene conto. Così me ne resto inchiodata alla veglia, sempre troppo presente a me stessa, anche se sono sbronza, anche se mi tiro 1285 clavate sulla nuca. Io ci sono e questa cosa a volte la trovo insopportabile, come una pleonastica e ridondante infinita assurda continua entrata in scena non richiesta. Ma stasera in verità no. Stasera ho messo il cappotto di lana, quello ridicolo giallo e nero, quello che ho ritirato stamattina dalla tintoria dopo averlo lasciato 4 mesi in giacenza sperando che magicamente sparisse, ho preso il cappotto pulito, profumato e ridicolo e sono andata all’Asino che vola. Avevo voglia di bere una birra con gli amici. Avevo bisogno di fare una cosa normale, sociale, una cosa fatta di persone che gesticolano e alzano la voce e briciole di tarallini che ti restano aggrappate agli angoli della bocca quando ridi. E lì, all’Asino che vola, ormai l’ho capito, è un posto sicuro, un rifugio, una tana in cui posso andare quando voglio stare un po’ alla larga da me stessa e dalle polpette parlanti. Una piccola scheggia di verità. Stasera all’Asino si inaugura un gesto che io trovo nobile e bello in un una maniera semplice e sconcertante. Si chiama in modo orribile, “bookcrossing”, ma il succo della questione è che si tratta di sguinzagliare libri a go gò, per cui io godo, prosaicamente, come un riccio in calore. “Bookcrossing”. Un po’ come le tartarughe che vengono liberate in mare dopo essere state curate. La stessa cosa. Tu prendi un libro, è ancora meglio se quel libro ha un significato speciale per te, e lo liberi, lo lasci andare per il mondo, ad illuminare altre vite, a colonizzare nuovi immaginari. Mi pare un gesto d’amore supremo e pulito e allora penso a questo posto, a questa gente che mi sta intorno, che parla con me e sorride e mi viene in mente quella frase di Calvino che dice che in mezzo all’inferno bisogna trovare ciò che inferno non è, e farlo durare, e dargli spazio. E mi rendo conto che l’Asino è proprio questo, uno spazio rubato all’inferno, in cui la vita prende fiato e diventa lieve e meravigliosa e sorprendente. Capita anche fuori questo, ma qui è più facile. Lo capisco mentre addento il mio panino con pecorino e salame e parlo con Antonio, il mio migliore amico, dell’andamento del tutto scoordinato e insensato delle mie avventure sentimentali. Lui mi prende in giro, depreca il mio taglio di capelli fatto in casa e fa gestacci, trova inopportuna la mia recente passione per le iguane, meno male che mi difende Giovanna, la sua ragazza, Dio la benedica, Dio li benedica tutti e due. Piero e Igor, i gran cerimonieri del locale, vanno avanti e indietro come due trottole impazzite, eppure con una specie di garbata eleganza che ha dentro un sapore antico di genuina accoglienza mediterranea. Taglieri di salumi e formaggi, cocktail, su e giù, nella frenesia di gente che entra ed esce, nuovi e vecchi amici che vogliono volare. Ad un certo punto volo anch’io. Sono dentro lo studio di Michelino, il nostro artista, sono completamente ricoperta di cuccioli di gatto e al centro della stanza c’è Giovanna, c’è una tela bianca e una tavolozza di colori ad olio. Poi non so spiegarlo, succede qualcosa e là sulla tela una percezione prende forma, si fa grumo poi spirale poi cascata ed è come un dolore ancestrale e salvifico che prorompe dalle dita. Sembra che danzi, Giovanna, muovendo prima il pennello e poi le mani impastate di colore sulla tela, sembra davvero che stia danzando e il tempo sembra intrappolato in una fottuta bolla di sapone. Bisogna sporcarsi le mani per capire chi si è veramente, dice Giovanna. E ha ragione. E’ un’esigenza, un’urgenza quasi fisica e non c’è trementina che tenga. Torniamo nel locale, sono contenta perché ho assistito ad un concepimento, ad una poiesi e son cose che non capitano tutti i giorni queste cose qui. A fine serata il locale si svuota e rimaniamo noi, per parlare un po’, siamo tutti intorno ad un tavolo, Antonio, Michelino, Giovanna, Piero, Igor e anche la Raffa, si avvicina la chiusura e allora “libera tutti!”, è libera anche lei dalle incombenze della cucina. E prima di andare via un bell’affondo al mio colesterolo, un attentato come si deve al precario equilibrio dei miei trigliceridi: Raffa porta una fettona di tiramisù con annesso ammazzatiramisù, cioè crostata alla mostarda fatta in casa. Mi viziano qui all’Asino oppure stanno solo cercando di farmi venire un infarto. In ogni caso sto bene. Ci sono ma il peso dell’esserci non mi turba, qui. A volte penso che sia troppo bello per essere vero e gli occhi mi fanno pupi pupi. Ho sempre paura, una fottuta paura di stare bene. Per questo mi riservo una polpetta di manzo immaginaria come amica, non fosse mai che mi sono sognata tutto, almeno ritrovo Rodney a farmi da spalla, meglio di niente. La partita tra reale e immaginario si continua a giocare, senza intervalli e senza vittorie, con sprazzi diffusi di luce dirompente, come questa sera e come spero le serate a venire. Se poi è tutto un sogno, pazienza, è stato bello questo sogno, e anche surreale direi, sul finale, quando ci siamo avvicinati alla macchina, parcheggiata in mezzo alle transenne che bloccano la strada da asfaltare, e abbiamo trovato sotto il tergicristallo un biglietto vergato a mano, grafia probabilmente maschile, che recitava così: “Sei un maleducato e un impiccione”.
Perché?
Non ha senso e Igor non se ne farà una ragione, mai.

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