Colazione in Siberia.

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Ho abbandonato le sponde del Nilo nella notte tra mercoledì e giovedì e mi sono trasferita in Siberia, definitivamente. Ne avevo abbastanza di limo e di zanzare, di terra fertile e bende di lino, di sabbia e di canne e di mattoni e tombe monumentali e maledizioni implacabili. Non potevo continuare a fare la sfinge e così ho dovuto cedere alla inesorabile necessità di una scelta di campo risolutiva. Ho raccolto le mie carabattole, pentolini di rame, gomitoli di rafia colorata, uncini, calzascarpe, stroboscopi e goniometri e ho sbrigato le pratiche di cambio di residenza, approfittando di un’inaspettata congiunzione astrale che ha reso gli impiegati statali degli uffici amministrativi pubblici di mezzo mondo stranamente e inopinatamente efficienti. Ho comprato un paio di sandali robusti e venticinque paia di calzettoni di cotone pesante, per pochi euro, ad un outlet fantasma in mezzo al deserto e ho aggredito il cammino che mi separava dall’obiettivo. Dall’infinitamente caldo all’infinitamente freddo. Ho desiderato diverse volte, 763 circa, di essere un treno, per arrivare prima, il più presto possibile. Una specie di Orient Express con tutto il suo rispettabile corredo di arredi lussuosi, tendine ricamate, thè di prima scelta, caviale e assassini con baffetti e ghigni rassegati sul volto, e altre diavolerie simili servite su un piatto d’argento o su apposita rastrelliera. Ma in chilometri e chilometri di cammino sono sempre rimasta me stessa, senza ravvisare sul mio corpo, con mio sommo rammarico, l’insorgere della più innocente e risibile delle brugole o della più insignificante ed elementare componente motrice di una qualche plausibile tecnologia. Mi sono dunque spostata con fatica, come un ago di bilancia difettoso, dall’orizzonte del sangue caldo alla prospettiva strumentale del sangue freddo. Una missione difficile che però mi ha vista inesorabile e irremovibile, come Steven Segal in uno dei suoi film. Perché in Siberia finalmente avrei potuto congelare senza rischi di botulismo dell’anima ogni tipo di inutile attività della sfera emotiva del mio cervello. Smettere una buona volta di correre a perdifiato dietro macchine a gasolio che si sciolgono nel buio notturno, liquido e untuoso della campagna soffocata dalla nebbia. Ci deve essere un modo meno faticoso e umido di dimenticarsi del cuore. E basta anche con le odiose purghe staliniane dei ricordi, annientati a colpi di yogurt andato a male mescolato con vernice. Me ne sono dovuta andare lontano, nel bianco gelido di un ponderato rigetto della realtà, per evitare di affrontare un decorso post operatorio difficile. Espianto del muscolo cardiaco a seguito di diarrea emotiva. Fino a poco fa c’eri tu a rendere tutto il quadro in qualche modo coerente, a suo modo. Si poteva ridere e sperare e mangiare kebab fino a scoppiare. Ma poi te ne sei andato per un’assurda questione di mancanza di coincidenze e di rette parallele scorbutiche e inavvicinabili. Allora, piuttosto che incassare l’Assenza a colpi di vomito, in una logica suicida di esplusione coatta di chi non c’è più, ho preferito strapparmi i peli del naso e andare a fare colazione in Siberia. Tira molto vento laggiù e non c’è il sole e le lacrime diventano brina molto tempo prima di poter essere anche solo lontanamente imbarazzanti. E poi il kebab si mantiene buono da Dio a quelle temperature lì.

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