In sintesi, di fast food e di nasoni.

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Mangiare da soli non è il massimo dell’allegria. Non fa venire in mente grasse risate e cotillons colorati. Per molto tempo aveva pensato che non si sarebbe mai seduta ad un tavolo per mangiare da sola. Cascasse il mondo. Piuttosto avrebbe consumato il pasto in piedi, camminando, con noncuranza, cercando di mantenere in equilibrio la borsa, il panino, il sacchetto di patatine e la bibita, come un giocoliere. Mai mangiare da sola. Anche in casa ben presto aveva lasciato sguarnito il tavolino di formica bianca inchiodato alla parete, che la costringeva ad aggredire ogni boccone fissando il muro, come un condannato a morte, avvelenando quello che dovrebbe tecnicamente risultare, insieme al bere e al sesso, uno dei più pregevoli piaceri della vita. Molto meglio dunque strafocarsi disordinatamente sul letto, in compagnia del chiasso fasullo ma pur sempre di compagnia del televisore. Poi ad un certo punto ne aveva avuto abbastanza. Era stanca quel giorno. Per cui aveva ordinato il suo fottuto menu medio pizza+patatine+cocacola e, al posto della solita opzione “a portar via”, aveva scelto di dirigersi nella saletta per gli avventori di quello Spizzico sotterraneo della Stazione Termini. Aveva oltrepassato il bancone e scelto un tavolino in un punto discreto della sala, il punto che risultasse il meno visibile possibile ai viaggiatori che percorrevano il corridoio della galleria sotterranea e gettavano di quando in quando sguardi distratti ma appuntiti dentro l’ampia vetrata che incorniciava quella fetta di ristorante farcita di varia umanità. Quella era stata la prima volta. Non era successo nulla di particolarmente rilevante, nulla che non meritasse di essere gettato nell’immondizia insieme alla tovaglietta di carta e ai miseri resti di un pranzo in fast food. Poi era successo di nuovo, quasi sempre in ristoranti mordi e fuggi, in una litania incline a trasformarsi senza fatica in liturgia. Passando dalla vorace e sbrigativa fretta di finire tutto quanto nel minor tempo possibile per scappare dal luogo del delitto senza lasciare traccia o dare troppo nell’occhio alla progressiva dilatazione dei tempi di consumo, fino al completo rilassamento e al piacevole annullamento di sé, puntolino informe e irrilevante dentro la macchia più vasta e generosamente spersonalizzante di un caotico e rumoroso non luogo qualsiasi. L’ultima volta era accaduto di recente e il posto, al contrario del consueto, era fortemente identitario. La Festa dell’Unità. Spirito di aggregazione sociale come se piovesse. Ma lei non si sentiva di appartenere a quel contesto. Era una spettatrice. E aveva bisogno di mangiare. Così, abbrancando la sua democratica porzione di patatine fritte e pane e salsiccia, prezzo democratico 5 euro, si era seduta in un angoletto seminascosto, su una porzione di prato condita di sedie e tavoli di plastica bianca, di quelli che trovi nei giardini delle persone che d’estate amano organizzare barbecue e tornei di burraco. Si era seduta con la faccia rivolta verso la recinzione metallica ricoperta di tela verde, alle sue spalle un pezzetto di mondo, al di là della rete un altro. E aveva mangiato, pensando senza dolore di non appartenere a niente, a nessuno. Poi era uscita da lì, ed era andata a divertirsi, in compagnia di un po’ di amici. Aveva pensato anche a lui. A lui che non c’è. A lui che in fondo non la vuole. A lui che è cattivo, ma è vero. Non sa bene cosa fare. Gestire desiderio e sentimenti non è il suo forte. Ci sono momenti in cui pensa che non ce la farà. Altre volte invece non la pare così terribile. Andare da lui potrebbe essere come sedersi ad un tavolino e consumare una magnifica cena, da sola, tutto il resto fuori. O meglio ancora, farsi consumare. Amarsi, nel senso più laico possibile, senza appartenersi. Banchettare l’uno con la carne dell’altra e viceversa, complici per un istante, un boccone di piacere, prima che sia troppo tardi. Tornando a casa quella sera le hanno fatto notare quanto vergognoso sia lo spreco d’acqua dei nasoni di Roma, che vomitano il prezioso liquido ininterrottamente, 24 ore su 24, senza sosta, senza che sia necessario. Lei non ci aveva mai pensato prima. Deve essere davvero una persona orribile.

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