Me.

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Se penso a me stessa la prima cosa che mi viene in mente è il giorno in cui sono nata: il 6 agosto 1984. Insomma vorrà dire pur qualcosa. Intendo dire, qualcosa a parte la mortifera coincidenza con lo sganciamento della bomba atomica su Hiroshima nel 1945. In verità, in fondo un po’ mi piace immaginare che la mia accidentale caduta sulla terra possa aver avuto quello stesso retrogusto di devastazione e di azzeramento, del tipo che il mondo, o anche solo una piccola porzione di quella torta o immane pasticcio di carne che chiamiamo mondo, prima di me era fatto tutto in un certo modo, ordinato e infiocchettato, lindo, pinto e profumato, e poi BAM sono arrivata io e tutto è stato diverso, un tornado di caos incontrollabile e la cristalleria è andata in frantumi, il tavolo si è ribaltato, la televisione è esplosa e tutto ha cominciato ad andare in pezzi a ripetizione come in quel film di Antonioni ambientato nella Death Valley, e le cose hanno dovuto chiamarle con nomi nuovi per riconoscerle e si è potuti andare avanti solo partendo da quella immensa deflagrazione, come quella volta che arrivò un biondo Messia e si cominciò a pensare in termini di a.C. e d.C.

Ma queste sono solo mie farneticazioni da megalomane in disarmo, che mi balenano in testa soprattutto quando non dormo da ventiquattr’ore di seguito, tampinata dall’insonnia e di conseguenza comincio a dare i numeri come un pugile suonato. A dire il vero questo accade spesso. Si dice in giro che la colpa sia degli ettolitri di caffè ingurgitati ripetutamente nel corso di pochi minuti che mi fanno schizzare la pressione in orbita e mi mandano il cervello in pappa, ma io sosterrò fino alla morte che si tratta solo di illazioni false e tendenziose, rifiutandomi di fornire un plastico del mio sistema arterioso e venoso. La verità è che la parte più autentica di me stessa è la menzogna. Sono bugiarda, invento storie e le rivendo un tanto al chilo, un giorno dovrò andare dall’analista per liberarmi della fobia infantile per Pinocchio, che continua a terrorizzarmi in quanto simulacro del burattino che sono e della bambina che non sarò mai. Io resto burattino. Io scelgo l’immaginazione. Tenetevi pure i vostri abbecedari e la vostra buona educazione. Io scelgo di nuovo l’immaginazione. Perché è quella roba lì, perlacea, inconsistente e vagamente molliccia che mi rende simile a un dio, mi rende tutto e niente, mi porta dappertutto e da nessuna parte. Grazie a lei il passato e il presente me li posso rigirare tra le dita fino a quando non spunta fuori qualcosa di nuovo e sconosciuto a farmi compagnia, tra cocci di bottiglia, scartoffie, scarabocchi e spirali di fumo azzurrino. La vita che vivo quando sono sveglia e gioco a prendere le cose sul serio, da brava bambina responsabile, non è che una, una sola tra le infinite possibilità e io voglio farmi una crociera in tutti i posti credibili ed incredibili, voglio stare dentro il viaggio più che posso, e se sono stanca, amen, mi fermo, scendo un attimo e magari vi racconto come va, se mi va. E tanti saluti se non mi volete ascoltare perché ho una vocetta stridula da trombetta di carnevale, posso raccontare alle squadriglie di personalità multiple che mi albergano dentro, gran compagnia alle volte la schizofrenia, e poi tanto che importa, ci vuole poco per un nuovo viaggio.

Udite, udite, chiunque voglia stare a sentirmi, questa giostra è un gran casino, io sono qui e vedo, prevedo, stravedo e ancora non mi accontento, voglio cavalcare fino a quando il bestione che mi trovo sotto il culo non stramazza al suolo, ho in mano soltanto poche carte, ma so bluffare e sono pronta a sfidare chiunque abbia un nichelino da mettere sul banco, mastico una gomma e sputo fuori dal ponte, salto sul letto e poi strimpello una canzone stonata, cammino consumando le suole perché fuori c’è gente che balla e che brinda, c’è fuoco e ci sono canzoni e ragni e polvere e alberi di ulivo e sterpi e gonne che girano e strade e il mare che finisce dentro la pineta e sull’asfalto e notti di curve e di parcheggi, il sedile del passeggero, il volante e la radio, le risate di gusto e le lacrime salate sul gelato, il sapone mantovani in bocca per lavare via una sbronza, l’odore di libri vecchi e dell’umido sui vestiti, la ventola di un piccì, la storia, Giulio Cesare e Budda, incidenti di bighe e il fastidio di un tacco incastrato nell’acciottolato, Brucaliffi, iene, fumerie d’oppio, coltelli comprati e rivenduti, una mappa, un tesoro, la terra promessa, grazie per la telefonata, le faremo sapere, la bolletta del gas e il cesso intasato, l’inverno senza acqua corrente, le sbarre di un collegio e di fronte il nove maggio settantotto, la statua in mezzo alla piazza ed un amico seduto sulle scale, uno sguardo che sguscia fuori dalla nebbia e ti insegue per anni e prima tace e poi incendia, la rabbia marchiata sulla faccia e le scarpe sul parquet, il dolore e gli occhi spalancati, la tivù alle quattro del mattino, una galeotta incastrata nella rete, la barca, i pesci e lo stadio la domenica pomeriggio, la serie b e la salvezza, i grani di un rosario e la tavola apparecchiata, una ninnananna, tredici stanze ed un giardino, il bunker sotterraneo, sto affogando tra i particolari e l’universale mi sfugge ma non importa, me ne dia ancora, non sono per niente sazia, voglio abbuffarmi e anche quando schiatterò rumorosamente come una rana viscida e gonfia, sono certa che persino da sottoterra continuerò a non averne abbastanza.

Perché sono un condominio brulicante in preda al caos totale. Sono contraddittoria. Indecisa e determinata. Timida e spregiudicata. Indifferente e sensibile. Sarcastica e sentimentale. Io così come sono e le altre – ciao come state? – che vorrei essere. Sono un banchetto di contrari. Non riesco a mantenermi abbarbicata su di un unico pensiero, ancorata ad un unico pezzo di terra. C’è troppo da dire, troppo da vivere o da immaginare. E per ogni cosa ci sono miliardi di teste e miliardi di paia di occhi che vedono e dicono e vivono. C’è davvero troppo per poter essere soltanto razionali, per riuscire a scrivere dentro i margini, per stare dentro i limiti, anche quando dici basta i folletti continuano ad esistere, i fantasmi fluttuano nelle intercapedini e quando sono tristi suonano l’ukulele e ballano una specie di charleston accompagnandosi con una paglietta ed un bastoncino di bambù. Voglio entrare anch’io nelle intercapedini, smontare le bambole parlanti per vedere come sono fatte dentro, finire in un canale dell’etere da cui è possibile intercettare i segreti e le sorti di tutti quanti. Farneticazioni, solo farneticazioni. Mi muovo a tentoni senza sapere dove andrò a schiantarmi. La mia benda però mi consente di vedere più in là del consentito. Sono un aedo metropolitano che si muove in preda alla sua follia tra le macerie della postmodernità. Oppure è solo l’ennesimo bicchiere di birra. O l’insonnia. O una bugia. O qualsiasi altra cosa. Chi lo sa. Ho tutta l’intenzione di scoprirlo.

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Una risposta »

  1. Beh, cara… scrivi proprio bene, non c’è che dire… e così ora tramite il web scopri anche il mio blog segreto… insomma: hai capito chi sono? Ti dicono niente i convivii medievali? Io sul mio blog non scrivo da mesi… magari mi dai lo stimolo per ricominciare…

    Ma tanto tra poco ci vediamo per lavurà!

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