Prove tecniche di destrutturazione.

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Ad un certo punto, inopinatamente, la pietra nera dell’anello si è incrinata. Una maniglia mi ha schiaffeggiato più e più volte la mano sinistra e qualcosa che non va si è presentata imperiosa e senza garbo alle stecche delle persiane provocandone lo sbigottimento. Non facciamone un caso di stato però, è solo una questione di cecità mentale, una quisquilia di nevrosi da scorpacciata di noia. Perché nessuno mi prende a sassate in bocca o mi sbatte righelli di legno sulle nocche? Me lo meriterei, per pigrizia non riesco ad affrontare i problemi e le situazioni, le cosidette variabili dipendenti e indipendenti, soprattutto non ci riesco usando quegli assurdi e incomprensibili manuali di matematica applicata o di sociologia delle masse. Questa è la fregatura di appartenere al mankind e di non potersi acquattare comodamente dentro la rassicurante linearità, bidimensionalità e prevedibilità di un modello. C’è forse un difetto di fabbrica che mi induce a trovarmi più a mio agio come rappresentazione della realtà che come realtà stessa? Se i sentimenti poi sono capace solo di immaginarli e non so viverli in concreto senza evitare di mettere su uno spettacolino di vaudeville, che la direzione generale mandi pure due energumeni pelati, muscolosi e tatuati a prendermi di peso e a sbattermi nello scaffale più remoto dell’outlet meno di tendenza che si possa immaginare. Non capisco. E quando credo di aver capito è sempre un’altra cosa. C’è una dislessia di fondo che mi impedisce di leggere fluentemente e con espressione gassmaniana il cazzuto alfabeto della vita. Ma esistono delle scappatoie. Posso fare in modo di rendere presentabile la mia vigliaccheria camuffandola con un discreto abito da sera firmato. In fondo basta un titolo ad effetto, bastano parole altisonanti e costose come una boutique in via dei Condotti. Basta un tot di marmo scadente e in offerta speciale per costruirsi un onesto piedistallo da viaggio, quasi bello, quasi invidiabile, da sfoggiare in diverse occasioni, all’uopo. Non deve esserci necessariamente qualcosa di vero o importante da dire. Si invitano i conoscenti a prendere il the delle cinque e si ciarla del più e del meno. Prendo tempo. Mi cotono i capelli e mi avveleno di lacca per diventare in dodici settimane una perfetta signorina per bene. Uccido la mia umanità a colpi di clichè rassicuranti. La cosa giusta al momento giusto, il decoro, l’opportunità. Giuro che vendo i miei organi interni su e-bay se solo qualcuno è capace di dirmi come accidenti posso fare per sentirmi congrua anche solo per una frazione di secondo. Invece arrotondo per eccesso e mai per difetto. Devo aspettare di essere morta perché qualcuno abbia il fottuto coraggio di dire ad alta voce che ero solo una grandissima sopravvalutata boriosa cicciona del cazzo?

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