Ipocondria.

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Non sono io ad essere ipocondriaca è questa stanza in disordine e male ammobiliata, con la sua distesa di polvere e il suo esercito di germi nascosti, di muffe accampate dietro i battiscopa, è questo fottuto cubo di legno marcio in cui mi trovo adesso a rendermi un tantino irritabile e ansiosa.
Non sono io ad essere ipocondriaca, è il mondo intorno ad essere pericoloso. Ballarei il tip tap, ballerei il tip tap tutta la notte pur di non dover riflettere sulla coincidenza dei sintomi. Li sento tutti. Dalla sindrome post traumatica da stress al gomito della lavandaia, corrisponde tutto. E dopo undici giorni di insonnia completa creperò. Forse mi scoppierà un organo a scelta, più realisticamente il cuore o il cervello. Il colesterolo, la glicemia, la prosopoagnosia, la febbre gialla atipica, il colera, la lebbra, la micropsia. Se mi tremano le mani è per il morbo di Parkinson. Ho un vuoto cosmico nella testa, qualcosa è andato in corto là dentro e senza volerlo mi ritrovo più disunita e sdradicata dello smemorato di Collegno. Arteriosclerosi. Non mi ricordo come ci si siede, come si impugnano le posate del servizio buono. Non so in che epoca mi trovo, sono in balia dell’umidità anonima e soffocante di questa stanza di legno marcio che è casa mia e poi di nuovo io sono io e sono tornata, ci sono, stropicciata dalla centrifuga ma tutta intera. So solo che se esco fuori dalla porta sarà peggio. I germi, i virus e le pantegane mi salteranno alla giugulare. Poi di colpo, a tradimento, penso che Fuori potrei. Potrei incontrare della gente, potrei discorrere in modo molto urbano e piacevole. Potrei incontrare un uomo, potrei innamorarmi. Potrebbe spezzarmi il cuore e io non avrei uno straccio di anticoagulante da spendere per la mia salvezza. Ma questo non è rilevante. Sto divagando. Il corpo è una cosa, ci si può lavorare sopra, ma con l’anima è tutta fatica sprecata. Allora ritorno al cubo di legno marcio e alla mia insonnia familiare e rassicurante quanto gli oggetti solidi e inanimati. Odio le complicazioni. Ridatemi indietro i miei formicolii e i miei spasmi. I sintomi sono degli ottimi animali da compagnia. Ad ogni sintomo, in un discreto numero di casi, corrisponde una cura più o meno efficace. Il proprio corpo, dei sintomi, una corretta diagnosi e una possibilità di cura shakerati insieme fanno una ninna nanna più che dolce. Insomma amico, stai male, va bene, accidenti, ma se capiamo quello che hai, quello che sconvolge questo ammasso di carne, sangue, ossa e nervi, potrai stare meglio forse, per cui tranquillo, agitarsi non serve, lascia fare a noi, faremo il possibile. C’è un briciolo di ordine e di senso in tutto questo. O quanto meno l’idea primigenia di un ordine probabile, eventuale. Speranza. Ma quando si passa dalla concretezza dignitosa della materia alla subdola inconsistenza dell’anima le piccole scontate certezze vanno in vacca.

E in effetti accettare che alla Vita non c’è assolutamente rimedio è cosa dura, che va ben oltre i tre stadi dell’elaborazione del lutto o le proprietà sciamaniche di un placebo del discount.

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