Invettiva da caffeina.

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E dovrei decisamente darmi una botta in testa per indurmi coatta al sonno invece di perseverare nell’eccesso di percettività. Mi sono persa, mi sono persa nel roboare di cotillons e luci psichedeliche. C’era il sogno ed il reale e poi il possibile e l’irraggiungibile e l’insoddisfazione e il delirio di onnipotenza, insomma una festa affollatissima, troppa gente non invitata, e poi su e giù, dentro e fuori, un giorno chiusa in cella, un giorno in cima al mondo, chiari e scuri e milioni di miliardi di ripiani, di pensili, di mensoline e mensolette che mi precipitano addosso, mi piovevano sulla testa l’altro giorno, piovevano pensili e libri e fuori c’erano pioggia, pozzanghere e stanghe di ombrelli e ogni cosa roteava intorno ma tutto era fermo. E questo è la mia vita. Non riesco a capire se sono io a centrifugare uno spazio immobile oppure se il movimento perpetuo avvolge il mio corpo congelato. Il mio migliore amico mi ha detto che non sono debole, mi ha detto che è da esseri umani farsi delle domande ogni tanto, mettersi in discussione, sentirsi poveri, soli, impotenti, incapaci, sopraffatti ma io so solo di avere troppo caffè nelle vene e cerco di digerire la consapevolezza e cerco di proteggermi la fronte dalle mensole colme di libri che continuano a collassarmi addosso. Fagocitata. Faccio a pugni con situazioni di gommapiuma. La melassa mi affoga, la melassa mi affoga. La verità è anidride solforosa. La verità, così gassosa, inodore e insapore, io non la vedo, non la percepisco, sono spacciata, mi entrerà a tradimento nelle narici e mi ucciderà. Ho occhi da mosca che vedono verità, tante, molteplici verità, mai una sola, limpida e cristallina, perfettamente recintata e allora mi confondo, sbaglio, giro sul mio perno e il labirinto si restringe, non sono mattoni, sono le spire di un boa constrictor. Implodo scomparendo dentro le mie occhiaie. Rido, piango. Osservo sul calendario l’andamento dei miei ormoni. Mi tranquillizzo e accetto l’ennesimo caffè. Un caffè non si rifiuta mai, come un invito a cena. Un appuntamento galante. Ma il capitolo dedicato al romanticismo è infarcito di bugie. Le scartiamo una alla volta come se fossero caramelle. Bugie e saccarosio. Diabete e nausea. Si tratta di un pasto altamente indigesto, potenzialmente esiziale. Ma non sappiamo farne a meno. Anche se la scenografia è un lezioso soggiorno anni ’50, con mobili dalle insopportabili tonalità pastello. Detestabili suppellettili. Abbellimenti kitch. Inganni per vendere appartamenti, lavatrici e cuori in subaffitto. Chiudiamo il libro e appicchiamo i fuochi. Lasciamo bruciare queste lenzuola, queste tende e queste pagine. Dimentichiamo le parole e balliamo intorno al fuoco per tutta la notte. Arriverà la stanchezza e il sonno sarà lieve e senza sogni. Che io sia maledetta e sia stramaledetto il mio stupido cuore insieme al caffè, con la sua particolare composizione chimica, che mi espone al rischio dell’ipertensione e quella sciocca, sciocca tachicardia che può essere scambiata per sentimento, per paura, per qualcosa. Che non è.
Tanto prima o poi dormirò e se il cuore non crollerà schiacciato dalla pressione della piena del mio sangue ruggente di caffeina domani aprirò gli occhi e sarà un altro giorno, con buona pace di Rhett Butler, di tutti gli spacciatori immaginari che stramazzano sull’asfalto per non farsi più trovare e dei pensili assassini che continuano ad avercela con me.

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