Economia domestica.

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La crisi economica la pagano i miei reni. Risparmiare pochi centesimi di euro e non comprare l’acqua oligominerale in bottiglia, l’acqua con poco sodio, l’acqua che elimina l’acqua, l’acqua miracolosa di Lourdes, e bere avidamente l’acqua di pietra del rubinetto gentilmente offerta, si fa per dire, dall’acquedotto della città eterna. Cheers. Salute. Alla vostra. Tante care cose. Un altro bicchiere di merda per favore. Mi verranno dei calcoli renali grossi come angurie e non ci sarà intervento chirurgico che tenga. La lavatrice vive di più con Calfort, io vivo di meno perché inghiotto cemento e calcestruzzo e faccio finta che vada tutto bene. Uno sturalavandini per carità, un idraulico liquido, una fiala di cianuro, vento in vena, vento in vena, sos, chiamate il capitano che a Houston hanno un problema. I carabinieri. Allora mi fermo allo stop. Sono stanca, mi fermo. Non ho nulla da nascondere, che mi perquisiscano pure. Sono calma, ferma allo stop, non ho segreti, sono trasparente quasi quanto l’acqua del nasone e i carabinieri sono andati via. Sono rimasta lì per quanto? Secoli. Sono cambiate mode, gusti, abitudini. I luoghi sono diventati non luoghi e io sono rimasta lì. A prendere appunti su quelli che passavano. Ma non ho imparato nulla, mi sono limitata a scrivere. E dunque saprei scrivere? Tra tutte le capacità che esistono al mondo, che ne so, sbucciare una banana con le chiappe, strappare elenchi telefonici a mani nude, saperne di tutto, di più, io saprei scrivere. In sostanza saprei fare una cosa che milioni di persone sanno fare come o meglio di me. Perfetto. Mi ritrovo inchiavardata dunque tra la crisi economica che minaccia la sanità dei miei reni e l’inflazione del saper fare quello specifico qualcosa, che prefigura la svalutazione del mio universo interiore, fatto di tendine all’uncinetto e piattini di ceramica appesi alle pareti. Ci sarebbero milioni di cosa da fare invece! Potrei vivere, una buona volta, potrei lavare la montagna di roba sporca che da mesi trasuda disappunto dalla cima dell’armadio. Potrei passare la cera sul parquet sciupato che calpesto senza ritegno. Potrei dimenticare. Potrei guardare avanti, potrei lanciarmi col paracadute o senza, potrei smetterla di meravigliarmi ogni volta che sento battermi il cuore. Potrei vedere la vita per quello che è, ovvero lacrime, sangue, sudore e merda e anche sorrisi ed euforia immotivata e assurdo, sgrammaticato, scomposto, disordinato e incomprensibile divenire invece di considerare tutto in termini di decorum linguistico. Dovrei imparare a sgusciare fuori dal becero e vigliacco condizionamento del tempo condizionale e accettare la possibilità della sconfitta e il dolore e accettare che non si può ridurre il reale ad una gara di bellezza, che un calcio nel culo sarà sempre comunque assolutamente più bello della più meravigliosa combinazione possibile di parole e di frasi. Le parole sono le unghie, la vita è la mano che afferra, è il braccio che si tende, l’occhio, il muscolo della coscia, il ventre, le ossa, il sangue che pulsa, il polmone che si dilata, il cuore, il cervello e le sue scosse elettriche. Allora mettiamola così: non diciamo saper scrivere, diciamo che si tratta semplicemente di saper fare una discreta manicure. Aiuta. Ma non è tutto.

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