Cronache dell’Ipertesa. Preludio. Domenica.

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E in culo anche la punteggiatura. Se lo poteva permettere Joyce e tutti a dire bene, bravo, e io chi sono allora l’ultimo degli stronzi? Sì. L’ultima degli stronzi. Perché se avessi senno accantonerei le cazzate e invece di strappare le chiavi di casa dalla toppa e di buttarle sul parquet avrei la sana decenza di bere un decotto alle erbe e di rispettare con reverenziale timore la sacrosanta sintassi della lingua italiana. Ma mi sono svegliata troppo male oggi, con il diluvio universale pronto in piedi alle sei del mattino, al posto del canonico gallo, il diluvio mattiniero e maledetto nelle orecchie, troppo presto e troppo forte per poter essere anche un minimo ragionevole. Era domenica mattina e non avevo messo in conto di aprire gli occhi e di trovarmi immobilizzata dentro il bailamme di una notte d’inverno incastrata dentro il primo giorno d’estate. Ma pazienza, va bene così, sarà per la prossima volta, andrà meglio il prossimo anno, poteva andare peggio, poteva essere the day after tomorrow, e invece. Quasi. E’ solo una domenica mattina un tantino malriuscita. Comprare l’olio, comprare l’olio, mi raccomando extravergine, olio extravergine d’oliva per condire la frisella, le friselle col pomodoro, pomodoro ciliegino e una montagna di piatti da lavare che nemmeno un pasto pantagruelico giustificherebbe come del resto non mi spiego che sia già finita la carta igienica che mi pareva di averla sostituita appena ieri e invece. Puliamo i piatti, puliamo l’anima e poi finisce che dovresti lavorare e invece passi il pomeriggio molliccia come una lumaca senza guscio, che giù da me dicasi cozza nuda, dicevo passi inutilmente il pomeriggio a guardare Elisa di Rivombrosa e un film di Verdone che per la prima volta ti fa ridere quasi di gusto invece di intristirti come il funerale laico per il pesce rosso che finirà inesorabilmente scaricato dentro il cesso con un deciso e implacabile colpo di sciacquone. Inesorabile come un dio. Giù, sempre più giù. The day after tomorrow la cavalcata dello sciacquone. Fuori piove, poi no, ma col cazzo che resto chiusa in questo buco malsano dove l’umidità gioca a ramino con le blatte, i rotolini di polvere e i vestiti ammonticchiati sopra il divano che poi si sgranchiscono le impunture, camminando in circolo e ballando malamente il charlestone quando meno te l’aspetti. Mi do una sistemata ed esco fuori. Mi sparo nelle orecchie Caparezza fino a quando non arrivo a destinazione. Faccio finta di essere un’adolescente che può permettersi di ignorare il mondo, rifugiarsi dentro una canzone e passeggiare sopra le grate sui marciapiedi illudendosi che la spazzatura, il traffico, la luna, i negozi, gli alberghi, i ristoranti e il governo siano solo noiosi accidenti che non la riguardano affatto. Gli amici, gli amici ti aspettano alla metro, Giovanna e Antonio, ti aspettano alla metro e poi tutti insieme si va. All’asino che vola. Perché gli asini volano in via Cimarra e questa volta non è una infantile presa per il culo. Puoi urlarlo pure contro il cielo, amico, puoi giurarci che l’asino vola, se De Andrè ha visto Nina volare allora io chi sono l’ultimo degli stronzi? No, in questo caso no, non lo sono, perché, accidenti, ho visto l’asino volare. Ci aprono Piero e Jleana. Eccoci dentro, siamo arrivati un po’ tardi ma non importa basta mettere su un paio di brani della sana tradizione dance anni ’90, un’infilata micidiale di successi da terza media, gli Aqua e tutti i sacramenti pagani di una vita di plastica rosa shoking che fa un po’ ribrezzo e un po’ orgasmo dentro le adolescenze di ciascuno. Piero tira fuori dal cappello a cilindro una teoria di cocktail da alchimista navigato, la pietra filosofale passa in secondo piano, liquidi colorati e profumati per tutti, arriva anche Igor e si porta dietro un po’ di rock, arriva Vincenzo, è pronta Jleana? Sì, si può brindare, in alto i calici e poi giù, nella gola, giù, e poi dentro la pancia dell’asino a volare cantando le canzoni. Una chitarra e un microfono, le parole sullo schermo, la musica nelle casse. Nella stanza foderata di notte, con le stelle fatte di vinile appese al soffitto, si insinua prima Baglioni, poi De Andrè, poi Bersani, una passerella di tutto rispetto. Cantano i primi amici, quelli che osano, intrepidi, rompere il ghiaccio. Bravi, bis. E poi vai Giovanna, in Bianco e Nero. E se Antonio non si lascia convincere a cantare i Metallica finisce che si ritrova a cantare con me, vecchia ciabatta rintronata, l’Azzurro di Conte, Paolo Conte che si presta a Celentano, per poi subito dopo cambiare radicalmente registro in una magistrale mimesis di Pelù, Piero Pelù. Si mangia, si beve, allegri si sta. Jle invita Gechi e Vampiri ad unirsi alla festa. E se io mi incammino verso Samarcanda per fuggire a chissà quali fantasmi, ecco che proprio Jle mi richiama all’ordine, blandendomi con un nazional-popolare quanto irresistibile Gelato al Cioccolato. Vino rosso, Negramaro Salentino, giù nella gola e la testa nelle stelle, dritta in alto come un missile, in alto sempre più alto e poi però si plana di nuovo giù dentro la voce fonda di Igor che canta Bertoli e la sua vita a muso duro. Altre note, magiche e sommesse e poi nel vento, nelle strade di città, fiancheggiare il fiume scintillante di zampilli luminosi e sentire che è andata bene e che non vedi l’ora che sia la prossima volta, per vedere l’asino volare ancora e scoprire in quale altro modo ti sorprenderà. Dentro il buco malsano il sonno non può albergare, perché hai bevuto quattro tazze di caffè forte nel tardo pomeriggio e non puoi far finta di niente, allora le mani frenetiche cominciano a maltrattare i tasti del pc, mentre la tivù sputa fuori la voce di cartapesta di Marzullo e ti arriva addosso la risata di vetro di Murano della Dell’Olio, che, pensa un po’, non si teneva più la pancia a causa di risa coatte targate “commedia made in USA”. A condire piacevolemente l’insalata russa di pubblici vomitati da cinema anoressici, svetta l’irresistibile erre birichina di Buzzolan, che svirgola sardonica nel torpore diffuso, mentre il sacerdote riccioluto e occhialuto dalle improvvide domande prosegue immobile e ammuffito la liturgia pur rassicurante e familiare del Cinematografo, fino al “buona notte, cari amici della notte” finale, che tutto assolve, che tutto redime. E il carosello mediatico di questa giornata si spegne o meglio si quieta, tutto si quieta, tranne l’insonnia, quella resta, appendice siamese dell’anima mia, ma il resto, dicevo, il resto si sfuma nel faccione paciocco di quel carciofo di Ron Howard, nella liminare significanza e magnificenza di American Graffiti.

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