Canfora.

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Quanti anni sono passati dall’ultima volta che ho pensato alla canfora? Quanti giri ha fatto questo fottuto pianeta senza che io ci pensassi? E perché ci penso adesso? Fatto sta che penso alla canfora. Ci penso da due giorni. Penso alla canfora e, invece di cedere sventatamente all’abbandono di questo caldo repentino e inconcepibile, mi crogiolo in pensieri stantii e muffiti, ricalcando in decalcomania emozioni demodè, tra polvere, drappi pesanti, mobili in legno massello e bauli dal doppio fondo. Canfora. E ricordi. Chiavi arrugginite e relativi chiavistelli, un valzer nella toppa, avanti e indietro. Cristalli di canfora e biancheria, le prime violette di primavera strappate con metodo per servire quelli che furono. Era il passato. Erano le stanze di una casa troppo grande, erano le volte troppo alte e c’erano troppe finestre da chiudere la sera e troppi sportelli e troppe cose nascoste da trovare. Il posto in cui stavo prima. Ricordo che sognavo di stare altrove, di stare dove sono adesso. Ma ora sono pazza e impreco di frequente perché non mi garbano lo strafottente disordine dei sampietrini e lo slalom gigante tra i cadaveri di piccioni. Perché non c’è un albero di canfora qui? Non c’è un giardino. C’è troppo spazio interiore da disammobiliare. Bisogna buttare via anche gli sgabelli, staccare i pannelli del parquet, voglio un vuoto pneumatico e possibilmente scomodo. Infilerò chiodi e sassi nelle scarpe e ruoterò su me stessa immaginando una sfolgorante carriera di compositrice di necrologi e campionessa regionale di anagrammi. Inventarsi distrazioni è la moda del momento. Io faccio di tutto per distrarmi da me stessa, ma poi spunta fuori la canfora e allora tutto va a puttane. Ricordo, penso, rielaboro. Ho ripetuto per troppe volte la stessa canzone, “andate avanti voi, che sapete vivere, che io resto qui, mi fermo”, senza capire che era solo un ritornello, uno slogan, la composizione fonetica arbitraria di un concetto astratto del tutto privo di significato. Fermi non si può restare, mai. L’immobilità non è altro che un’illusione ottica prodotta da una rotazione veloce, molto veloce. Una soluzione di comodo: pensavo di stare immobile ma stavo scappando. E se ancora non riesco a fare di meglio continuerò a correre, a gambe levate, senza fingere un contegno irreprensibile questa volta. Ho della canfora da cui allontanarmi, troverò il modo di smettere di vivere chiusa dentro un sacchetto ricamato a mano, rintanata nell’angolo più remoto dell’ultimo cassetto di un cazzo di trumeau residuato bellico finto bella epoque. E se le tarme finiranno per rosicchiarmi l’anima, tanto peggio per loro, avrebbero potuto trovare di meglio.

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