Archivi giornalieri: giugno 26, 2009

Accidenti

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Accidenti mollo le redini e mi butto giù dal carro. Non sono più capace di reggere il minimo. Sono diventata, quasi senza accorgermene, una lampadina fulminata. La mia bocca riesce ad emettere soltanto dei disarticolati bzz bzz bzz. E allora, diamine, lasciate che vada giù. Perché rimanere abbarbicata in sella ingoiando moscerini, con le guance ferite dal vento? Mi lascio andare nella polvere. Rotolo nella terra rossa e secca. Ci sarà prima o poi una roccia immobile e dura, ferma, pronta lì dall’inizio del film per dire “basta!” come un maggiordomo che annuncia “Il pranzo è servito”. Mi passo una mano nei capelli bruciacchiati e mi gratto le braccia. Dovrei essere la cavalleria ma sono la ritirata. Sono completamente libera eppure è come se fossi legata ad una sedia e sottoposta alle peggiori torture. Invece sono sola nella stanza e le voci che mi ronzano nelle orecchie non sono quelle di crudeli colonnelli dell’esercito ma sono soltanto i frusti refrain delle televendite televisive. Sto diventando parte dell’arredamento. Mi mimetizzo col parquet. Ho le palpitazioni perché temo di trasformarmi da un momento all’altro in un divano sfondato dalla tappezzeria di dubbio gusto. Provo a deformare le dita della mia mano facendo finta che siano di gomma. Ma non sono fatte di poliuretano espanso, sono carne su un’intelaiatura di ossa e se provo a piegarle secondo un’inclinazione innaturale si ribellano e fanno male. Ho delle terminazioni nervose e a causa loro ogni stimolo possibile va incontro alla sua inevitabile risposta. Ma se dissocio il corpo dall’anima, se divido le proprietà cosa succede? Voglio emanciparmi da me stessa. Lascio la mia anima sul carro e seguo il mio corpo nella polvere. Ma non si può. L’arbitro fischia fallo. Ma la punizione è restare in gioco. Nella propria interezza. La bidimensionalità non è concessa. Puoi provare ad ingannare tutti, puoi anche riuscirci alle volte. Metti nello stanzino delle scope la tua interiorità e indossa il costumino di carnevale. Scegli la strada più semplice, buttati sul treno in corsa e nasconditi nel vagone merci per non pagare il biglietto. Nasconditi, non farti scovare. Ma alla fine ti scovano sempre. Per quanto uno possa essere bravo a fare il buffone, il burattino, a stare fermo immobile dentro un personaggio abilmente costruito. Ti scovano, ti spogliano e ti gettano nudo davanti alle tue responsabilità. Sguardi di rimprovero. Sulle nostre spalle scudisciate implacabili. La stanchezza non è ammessa.

Cronache dell’Ipertesa. Preludio. Domenica.

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E in culo anche la punteggiatura. Se lo poteva permettere Joyce e tutti a dire bene, bravo, e io chi sono allora l’ultimo degli stronzi? Sì. L’ultima degli stronzi. Perché se avessi senno accantonerei le cazzate e invece di strappare le chiavi di casa dalla toppa e di buttarle sul parquet avrei la sana decenza di bere un decotto alle erbe e di rispettare con reverenziale timore la sacrosanta sintassi della lingua italiana. Ma mi sono svegliata troppo male oggi, con il diluvio universale pronto in piedi alle sei del mattino, al posto del canonico gallo, il diluvio mattiniero e maledetto nelle orecchie, troppo presto e troppo forte per poter essere anche un minimo ragionevole. Era domenica mattina e non avevo messo in conto di aprire gli occhi e di trovarmi immobilizzata dentro il bailamme di una notte d’inverno incastrata dentro il primo giorno d’estate. Ma pazienza, va bene così, sarà per la prossima volta, andrà meglio il prossimo anno, poteva andare peggio, poteva essere the day after tomorrow, e invece. Quasi. E’ solo una domenica mattina un tantino malriuscita. Comprare l’olio, comprare l’olio, mi raccomando extravergine, olio extravergine d’oliva per condire la frisella, le friselle col pomodoro, pomodoro ciliegino e una montagna di piatti da lavare che nemmeno un pasto pantagruelico giustificherebbe come del resto non mi spiego che sia già finita la carta igienica che mi pareva di averla sostituita appena ieri e invece. Puliamo i piatti, puliamo l’anima e poi finisce che dovresti lavorare e invece passi il pomeriggio molliccia come una lumaca senza guscio, che giù da me dicasi cozza nuda, dicevo passi inutilmente il pomeriggio a guardare Elisa di Rivombrosa e un film di Verdone che per la prima volta ti fa ridere quasi di gusto invece di intristirti come il funerale laico per il pesce rosso che finirà inesorabilmente scaricato dentro il cesso con un deciso e implacabile colpo di sciacquone. Inesorabile come un dio. Giù, sempre più giù. The day after tomorrow la cavalcata dello sciacquone. Fuori piove, poi no, ma col cazzo che resto chiusa in questo buco malsano dove l’umidità gioca a ramino con le blatte, i rotolini di polvere e i vestiti ammonticchiati sopra il divano che poi si sgranchiscono le impunture, camminando in circolo e ballando malamente il charlestone quando meno te l’aspetti. Mi do una sistemata ed esco fuori. Mi sparo nelle orecchie Caparezza fino a quando non arrivo a destinazione. Faccio finta di essere un’adolescente che può permettersi di ignorare il mondo, rifugiarsi dentro una canzone e passeggiare sopra le grate sui marciapiedi illudendosi che la spazzatura, il traffico, la luna, i negozi, gli alberghi, i ristoranti e il governo siano solo noiosi accidenti che non la riguardano affatto. Gli amici, gli amici ti aspettano alla metro, Giovanna e Antonio, ti aspettano alla metro e poi tutti insieme si va. All’asino che vola. Perché gli asini volano in via Cimarra e questa volta non è una infantile presa per il culo. Puoi urlarlo pure contro il cielo, amico, puoi giurarci che l’asino vola, se De Andrè ha visto Nina volare allora io chi sono l’ultimo degli stronzi? No, in questo caso no, non lo sono, perché, accidenti, ho visto l’asino volare. Ci aprono Piero e Jleana. Eccoci dentro, siamo arrivati un po’ tardi ma non importa basta mettere su un paio di brani della sana tradizione dance anni ’90, un’infilata micidiale di successi da terza media, gli Aqua e tutti i sacramenti pagani di una vita di plastica rosa shoking che fa un po’ ribrezzo e un po’ orgasmo dentro le adolescenze di ciascuno. Piero tira fuori dal cappello a cilindro una teoria di cocktail da alchimista navigato, la pietra filosofale passa in secondo piano, liquidi colorati e profumati per tutti, arriva anche Igor e si porta dietro un po’ di rock, arriva Vincenzo, è pronta Jleana? Sì, si può brindare, in alto i calici e poi giù, nella gola, giù, e poi dentro la pancia dell’asino a volare cantando le canzoni. Una chitarra e un microfono, le parole sullo schermo, la musica nelle casse. Nella stanza foderata di notte, con le stelle fatte di vinile appese al soffitto, si insinua prima Baglioni, poi De Andrè, poi Bersani, una passerella di tutto rispetto. Cantano i primi amici, quelli che osano, intrepidi, rompere il ghiaccio. Bravi, bis. E poi vai Giovanna, in Bianco e Nero. E se Antonio non si lascia convincere a cantare i Metallica finisce che si ritrova a cantare con me, vecchia ciabatta rintronata, l’Azzurro di Conte, Paolo Conte che si presta a Celentano, per poi subito dopo cambiare radicalmente registro in una magistrale mimesis di Pelù, Piero Pelù. Si mangia, si beve, allegri si sta. Jle invita Gechi e Vampiri ad unirsi alla festa. E se io mi incammino verso Samarcanda per fuggire a chissà quali fantasmi, ecco che proprio Jle mi richiama all’ordine, blandendomi con un nazional-popolare quanto irresistibile Gelato al Cioccolato. Vino rosso, Negramaro Salentino, giù nella gola e la testa nelle stelle, dritta in alto come un missile, in alto sempre più alto e poi però si plana di nuovo giù dentro la voce fonda di Igor che canta Bertoli e la sua vita a muso duro. Altre note, magiche e sommesse e poi nel vento, nelle strade di città, fiancheggiare il fiume scintillante di zampilli luminosi e sentire che è andata bene e che non vedi l’ora che sia la prossima volta, per vedere l’asino volare ancora e scoprire in quale altro modo ti sorprenderà. Dentro il buco malsano il sonno non può albergare, perché hai bevuto quattro tazze di caffè forte nel tardo pomeriggio e non puoi far finta di niente, allora le mani frenetiche cominciano a maltrattare i tasti del pc, mentre la tivù sputa fuori la voce di cartapesta di Marzullo e ti arriva addosso la risata di vetro di Murano della Dell’Olio, che, pensa un po’, non si teneva più la pancia a causa di risa coatte targate “commedia made in USA”. A condire piacevolemente l’insalata russa di pubblici vomitati da cinema anoressici, svetta l’irresistibile erre birichina di Buzzolan, che svirgola sardonica nel torpore diffuso, mentre il sacerdote riccioluto e occhialuto dalle improvvide domande prosegue immobile e ammuffito la liturgia pur rassicurante e familiare del Cinematografo, fino al “buona notte, cari amici della notte” finale, che tutto assolve, che tutto redime. E il carosello mediatico di questa giornata si spegne o meglio si quieta, tutto si quieta, tranne l’insonnia, quella resta, appendice siamese dell’anima mia, ma il resto, dicevo, il resto si sfuma nel faccione paciocco di quel carciofo di Ron Howard, nella liminare significanza e magnificenza di American Graffiti.

Prove tecniche di destrutturazione.

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Ad un certo punto, inopinatamente, la pietra nera dell’anello si è incrinata. Una maniglia mi ha schiaffeggiato più e più volte la mano sinistra e qualcosa che non va si è presentata imperiosa e senza garbo alle stecche delle persiane provocandone lo sbigottimento. Non facciamone un caso di stato però, è solo una questione di cecità mentale, una quisquilia di nevrosi da scorpacciata di noia. Perché nessuno mi prende a sassate in bocca o mi sbatte righelli di legno sulle nocche? Me lo meriterei, per pigrizia non riesco ad affrontare i problemi e le situazioni, le cosidette variabili dipendenti e indipendenti, soprattutto non ci riesco usando quegli assurdi e incomprensibili manuali di matematica applicata o di sociologia delle masse. Questa è la fregatura di appartenere al mankind e di non potersi acquattare comodamente dentro la rassicurante linearità, bidimensionalità e prevedibilità di un modello. C’è forse un difetto di fabbrica che mi induce a trovarmi più a mio agio come rappresentazione della realtà che come realtà stessa? Se i sentimenti poi sono capace solo di immaginarli e non so viverli in concreto senza evitare di mettere su uno spettacolino di vaudeville, che la direzione generale mandi pure due energumeni pelati, muscolosi e tatuati a prendermi di peso e a sbattermi nello scaffale più remoto dell’outlet meno di tendenza che si possa immaginare. Non capisco. E quando credo di aver capito è sempre un’altra cosa. C’è una dislessia di fondo che mi impedisce di leggere fluentemente e con espressione gassmaniana il cazzuto alfabeto della vita. Ma esistono delle scappatoie. Posso fare in modo di rendere presentabile la mia vigliaccheria camuffandola con un discreto abito da sera firmato. In fondo basta un titolo ad effetto, bastano parole altisonanti e costose come una boutique in via dei Condotti. Basta un tot di marmo scadente e in offerta speciale per costruirsi un onesto piedistallo da viaggio, quasi bello, quasi invidiabile, da sfoggiare in diverse occasioni, all’uopo. Non deve esserci necessariamente qualcosa di vero o importante da dire. Si invitano i conoscenti a prendere il the delle cinque e si ciarla del più e del meno. Prendo tempo. Mi cotono i capelli e mi avveleno di lacca per diventare in dodici settimane una perfetta signorina per bene. Uccido la mia umanità a colpi di clichè rassicuranti. La cosa giusta al momento giusto, il decoro, l’opportunità. Giuro che vendo i miei organi interni su e-bay se solo qualcuno è capace di dirmi come accidenti posso fare per sentirmi congrua anche solo per una frazione di secondo. Invece arrotondo per eccesso e mai per difetto. Devo aspettare di essere morta perché qualcuno abbia il fottuto coraggio di dire ad alta voce che ero solo una grandissima sopravvalutata boriosa cicciona del cazzo?

Movimenti peristaltici. (Primo stasimo).

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L’unica cosa a cui sento di potermi affidare in questo momento è l’assurda indiscutibile verità dei movimenti peristaltici. A quest’ora della notte, in questa specifica transeunte disposizione d’animo, incline alla scatologia più becera, credo nell’assoluta concretezza e nella abbacinante sincerità della peristalsi del mio intestino o del mio esofago e mi ci aggrappo con fervore. Al di là di questo orizzonte fisiologico vedo poesia e letteratura e le rifuggo come se fossero serpenti velenosi. Basta metafore ed eufemismi che puzzano di marcio e fasullo da un paio di eternità, torniamo all’accogliente a,b,c del vasino da notte, alla confortante certezza di essere sistemi biologici con un funzionamento organizzato e prevedibile. Semplici cause ed effetti. La peristalsi non inganna, la peristalsi non seduce, la peristalsi non ha nulla a che fare coi gazebi dei politici nelle piazze di paese prima delle elezioni. Io voglio credere nel chimo rimestato che si appresta ad essere assorbito, in queste contrazioni ritmiche che tracciano sentieri e segnano direzioni precise, che siano giuste oppure ostinate e contrarie poco importa. So esattamente che cosa aspettarmi dai movimenti peristaltici. Merda e vomito sono le uniche verità assolute che il mio cervello è capace di metabolizzare senza andare rovinosamente in tilt. Tutto il resto è dietrologia da bar radical-chic, vigliacco sentimentalismo da marciapiede, schizofrenico desiderio d’altrove, arte e intrattenimento per cuori solitari, spasmodica bulimia di significato. Io a furia di leggere romanzi d’amore e guerra ho cominciato a nutrire ridicole aspettative, ho ammirato troppi quadri e troppi film, ho ascoltato troppa musica e mi sono illusa che il bello fosse una risposta plausibile a chissà quali profonde domande, a tutte le domande. Ma invece non c’era direzione. Non c’erano uscite di sicurezza. Avrebbero dovuto progettarla a norma di legge 626 questa vita qui. Un bel caschetto giallo per ricordare che ogni cosa è meno importante di quello che sembra. Che dietro la poesia più sublime ci sono, immancabili e fieramente meccanici, i movimenti peristaltici del poeta. Non puoi contare solo sull’ambrosia per sopravvivere. Ho mangiato fin troppo di questo marzapane e m’è venuto il diabete all’anima. E non trovo una terapia.
Allora tanto meglio una diarrea, si cura con un banalissimo Imodium quella.

Economia domestica.

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La crisi economica la pagano i miei reni. Risparmiare pochi centesimi di euro e non comprare l’acqua oligominerale in bottiglia, l’acqua con poco sodio, l’acqua che elimina l’acqua, l’acqua miracolosa di Lourdes, e bere avidamente l’acqua di pietra del rubinetto gentilmente offerta, si fa per dire, dall’acquedotto della città eterna. Cheers. Salute. Alla vostra. Tante care cose. Un altro bicchiere di merda per favore. Mi verranno dei calcoli renali grossi come angurie e non ci sarà intervento chirurgico che tenga. La lavatrice vive di più con Calfort, io vivo di meno perché inghiotto cemento e calcestruzzo e faccio finta che vada tutto bene. Uno sturalavandini per carità, un idraulico liquido, una fiala di cianuro, vento in vena, vento in vena, sos, chiamate il capitano che a Houston hanno un problema. I carabinieri. Allora mi fermo allo stop. Sono stanca, mi fermo. Non ho nulla da nascondere, che mi perquisiscano pure. Sono calma, ferma allo stop, non ho segreti, sono trasparente quasi quanto l’acqua del nasone e i carabinieri sono andati via. Sono rimasta lì per quanto? Secoli. Sono cambiate mode, gusti, abitudini. I luoghi sono diventati non luoghi e io sono rimasta lì. A prendere appunti su quelli che passavano. Ma non ho imparato nulla, mi sono limitata a scrivere. E dunque saprei scrivere? Tra tutte le capacità che esistono al mondo, che ne so, sbucciare una banana con le chiappe, strappare elenchi telefonici a mani nude, saperne di tutto, di più, io saprei scrivere. In sostanza saprei fare una cosa che milioni di persone sanno fare come o meglio di me. Perfetto. Mi ritrovo inchiavardata dunque tra la crisi economica che minaccia la sanità dei miei reni e l’inflazione del saper fare quello specifico qualcosa, che prefigura la svalutazione del mio universo interiore, fatto di tendine all’uncinetto e piattini di ceramica appesi alle pareti. Ci sarebbero milioni di cosa da fare invece! Potrei vivere, una buona volta, potrei lavare la montagna di roba sporca che da mesi trasuda disappunto dalla cima dell’armadio. Potrei passare la cera sul parquet sciupato che calpesto senza ritegno. Potrei dimenticare. Potrei guardare avanti, potrei lanciarmi col paracadute o senza, potrei smetterla di meravigliarmi ogni volta che sento battermi il cuore. Potrei vedere la vita per quello che è, ovvero lacrime, sangue, sudore e merda e anche sorrisi ed euforia immotivata e assurdo, sgrammaticato, scomposto, disordinato e incomprensibile divenire invece di considerare tutto in termini di decorum linguistico. Dovrei imparare a sgusciare fuori dal becero e vigliacco condizionamento del tempo condizionale e accettare la possibilità della sconfitta e il dolore e accettare che non si può ridurre il reale ad una gara di bellezza, che un calcio nel culo sarà sempre comunque assolutamente più bello della più meravigliosa combinazione possibile di parole e di frasi. Le parole sono le unghie, la vita è la mano che afferra, è il braccio che si tende, l’occhio, il muscolo della coscia, il ventre, le ossa, il sangue che pulsa, il polmone che si dilata, il cuore, il cervello e le sue scosse elettriche. Allora mettiamola così: non diciamo saper scrivere, diciamo che si tratta semplicemente di saper fare una discreta manicure. Aiuta. Ma non è tutto.

Canfora.

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Quanti anni sono passati dall’ultima volta che ho pensato alla canfora? Quanti giri ha fatto questo fottuto pianeta senza che io ci pensassi? E perché ci penso adesso? Fatto sta che penso alla canfora. Ci penso da due giorni. Penso alla canfora e, invece di cedere sventatamente all’abbandono di questo caldo repentino e inconcepibile, mi crogiolo in pensieri stantii e muffiti, ricalcando in decalcomania emozioni demodè, tra polvere, drappi pesanti, mobili in legno massello e bauli dal doppio fondo. Canfora. E ricordi. Chiavi arrugginite e relativi chiavistelli, un valzer nella toppa, avanti e indietro. Cristalli di canfora e biancheria, le prime violette di primavera strappate con metodo per servire quelli che furono. Era il passato. Erano le stanze di una casa troppo grande, erano le volte troppo alte e c’erano troppe finestre da chiudere la sera e troppi sportelli e troppe cose nascoste da trovare. Il posto in cui stavo prima. Ricordo che sognavo di stare altrove, di stare dove sono adesso. Ma ora sono pazza e impreco di frequente perché non mi garbano lo strafottente disordine dei sampietrini e lo slalom gigante tra i cadaveri di piccioni. Perché non c’è un albero di canfora qui? Non c’è un giardino. C’è troppo spazio interiore da disammobiliare. Bisogna buttare via anche gli sgabelli, staccare i pannelli del parquet, voglio un vuoto pneumatico e possibilmente scomodo. Infilerò chiodi e sassi nelle scarpe e ruoterò su me stessa immaginando una sfolgorante carriera di compositrice di necrologi e campionessa regionale di anagrammi. Inventarsi distrazioni è la moda del momento. Io faccio di tutto per distrarmi da me stessa, ma poi spunta fuori la canfora e allora tutto va a puttane. Ricordo, penso, rielaboro. Ho ripetuto per troppe volte la stessa canzone, “andate avanti voi, che sapete vivere, che io resto qui, mi fermo”, senza capire che era solo un ritornello, uno slogan, la composizione fonetica arbitraria di un concetto astratto del tutto privo di significato. Fermi non si può restare, mai. L’immobilità non è altro che un’illusione ottica prodotta da una rotazione veloce, molto veloce. Una soluzione di comodo: pensavo di stare immobile ma stavo scappando. E se ancora non riesco a fare di meglio continuerò a correre, a gambe levate, senza fingere un contegno irreprensibile questa volta. Ho della canfora da cui allontanarmi, troverò il modo di smettere di vivere chiusa dentro un sacchetto ricamato a mano, rintanata nell’angolo più remoto dell’ultimo cassetto di un cazzo di trumeau residuato bellico finto bella epoque. E se le tarme finiranno per rosicchiarmi l’anima, tanto peggio per loro, avrebbero potuto trovare di meglio.

Sfoghi allergici estemporanei o anche “Le memorie di una Nerd(a)”.

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Semplicemente a volte penso che vorrei essere piccola. Cioè, mi spiego, non una bambina, accidenti, non sia mai, i bambini preferisco ancora sgranocchiarli a colazione, dopo averli rubati dalle loro culle nella notte, tra le tre e le quattro del mattino, o dalle braccia delle baby sitter al parco nel primo pomeriggio. No, niente articoli per l’infanzia, per carità. Vorrei solo essere tascabile. Mi basterebbe che le mie ossa fossero più piccine, la mia vita più sottile, la mia colonna vertebrale più corta. Niente di particolarmente trascendentale. Vorrei essere me stessa, ma in miniatura. Rimpicciolire. Una specie di spin off della serie “Mamma, mi si sono ristretti i ragazzi!”, per intenderci. E quale sarebbe lo scopo? Come sarebbe a dire quale sarebbe lo scopo? Non chiedo certo di usare un cereale Cheerios come salvagente, perdiana, mi basterebbe essere una di quelle persone facili da abbracciare, tutto qui. Vorrei che non sembrasse assurdo e ridicolo prendersi cura di me. Ma la realtà è che non sono stata progettata per essere fisiologicamente predisposta alla tenerezza. Non so darne e non so riceverne. Non sono credibile nel ruolo dell’indifesa o della dolente, ho braccia che sono spire e sono stata sempre grande, troppo grande e buffa e goffa e grottesca e spavalda e orgogliosa e fottuta e granitica e bugiarda. Fuori misura, fuori tempo, fuori contesto. Una nota stonata. Ho perso l’attacco giusto per muovere il culo in tempo. Non sono salita sul tapis-roulant. Non ho accettato l’offerta. Ora negli outlet dell’anima non ci sono più, ho controllato, abbracci extralarge da indossare per me. E purtroppo non è sufficiente ingollare galloni e galloni di detersivo del discount o di sapone Mantovani andato a male per restringersi come si deve. Me ne sto dentro il mio corpo così com’è piuttosto e divento evanescente a modo mio. Mi permetto di misconoscere da sola la mia fragilità se proprio non c’è nessuno disposto a crederci. Non volerò mai su un My Mini Pony dal culetto profumato. Non ci saranno nastri e trine, muto abbandono e baci di rosolio, carezze e zucchero a cubetti. Resterà una gara di rutti che soppianta anche tutte le parole del vocabolario che non sanno dire quello che effettivamente si vorrebbe o si dovrebbe dire.